WAX – We Are the X: generazioni perdute

Data: maggio 2, 2016

In: TOP, CINEMA E DINTORNI, CULTURA,

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INTERVISTA ESCLUSIVA AL REGISTA LORENZO CORVINO

-di Tommaso Tronconi-

WAX: We Are the X, opera prima di Lorenzo Corvino, è un road movie generazionale che mescola avventura, commedia e romanticismo per raccontare la condizione precaria dei trentenni di oggi, la cosiddetta Generazione X. Ne abbiamo parlato col regista.

Lorenzo Corvino sul set del suo film.

Lorenzo Corvino sul set del film.

“Noi siamo la X”. Noi chi? E quale X? L’esordio al cinema di Lorenzo Corvino porta sul grande schermo la voglia di riscatto e affermazione di un’intera generazione, quella generazione X senza nome e senza numero sul passaporto. A dargli voce, on screen, due giovani italiani e una ragazza francese, inviati a Monte Carlo per le riprese di uno spot da girare in una settimana. L’intensa relazione che nasce fra i tre è il simbolo del confronto tra trentenni europei, accomunati da un’esistenza da Sacrificabili, in continua ricerca di sé e di rivalsa.

Selezionato in numerosi festival internazionali, WAX: We Are the X ha già ottenuto più di venticinque proiezioni tra Nord America, Europa e Asia. Un successo frutto (anche) dell’essere un film che arriva dritto al pubblico, a più generazioni X che in esso si specchiano. Del film, dei giovani di oggi, delle generazioni X di ieri e di domani ne abbiamo parlato con il regista Lorenzo Corvino.

Partiamo dalla tua “carta d’identità”: classe 1979, leccese, giornalista, scrittore, regista, assistente per vari set cinematografici (tra cui l’ultimo di Mario Monicelli). Insomma, una personalità versatile e poliedrica. Con questo bagaglio alle spalle è stata dura esordire al cinema con WAX?

Occorre mettersi d’accordo sul concetto di “esordire”. Se per esordire intendiamo l’attività sul set di regista, non è stato difficile perché ho potuto arrivarci con gradualità, e quindi ci sono arrivato preparato. Se per esordire intendiamo tutte le altre mansioni che ho dovuto ricoprire e tutte le fasi che io e la mia squadra abbiamo dovuto affrontare, la risposta è affermativa, è stato difficilissimo.

WAX: We Are the X non solo segna il tuo esordio da regista per il grande schermo, ma anche di altri undici tuoi colleghi, tra cui il produttore, il direttore della fotografia, lo scenografo, il musicista, il casting director. Tutti rigorosamente under 40. State lanciando un segnale al cinema italiano? Come a dire “ci siamo anche noi!” o “è l’ora di rinnovarsi”?

Come ogni cosa genuina, questa caratteristica non è stata programmatica, ma nasce da un’esigenza: coinvolgere le persone giuste per ciascun ruolo. Nel caso dello scenografo, ad esempio, ho fatto un colloquio a tutti gli effetti. Era importante trovare persone duttili in grado di comprendere un linguaggio nuovo e inconsueto, qualcuno che avesse il mio stesso bagaglio culturale e la stessa prospettiva da cui sono partito io. E poi non volevo nascondere le mie lacune dietro le soluzioni che professionisti di lungo corso avrebbero trovato al mio posto prendendomene poi io il merito. Volevo imparare a risolvere i problemi assieme a un team affiatato.

Dal set del film.

Dal set del film.

Dunque tanti giovani e tanti esordienti per il tuo film, che però vede anche grandi nomi come Rutger Hauer, Jean-Marc Barr e Andrea Renzi. Come è stato lavorare con loro? Come siete riusciti a coinvolgerli nel progetto?

Gli attori di esperienza, le vere star, non hanno paura di mettersi al servizio di colleghi più giovani, purché percepiscano sincerità. Se sei schietto con loro senza usarli per atteggiarti a regista arrivato loro verranno a trovarti il giorno del loro settantesimo compleanno come se fossi un loro parente, come ha fatto Rutger che ha scelto la troupe di WAX per festeggiare il suo compleanno.

Il tuo film è girato tutto come un lunghissimo selfie in movimento, tramite le videocamere e gli smartphone di uno dei protagonisti. Quanto la moda dei selfie e le nuove tecnologie stanno cambiando o alterando la nostra percezione della realtà? Pensi sia un segno di resistenza o un facile rifugio?

Penso che il cinema mostrando “in grande” il livello piccolo o medio della quotidianità ha il compito di interpretare il presente guardandolo in dettaglio e poi dall’alto, da prospettive nuove e/o impossibili per la fisica del quotidiano. E poi ha il compito di anticipare dove la quotidianità potrebbe andare. Quindi la tecnologia con le sue aberrazioni o i suoi strabilianti usi fa parte del cinema, figuriamoci un concetto come quello relativo alla moda dell’autoscatto/selfie dove l’immagine e la dialettica tra volto umano e sfondo è in continua ridefinizione. Non ci siamo certo stupiti che nel 1966 uscisse un film capolavoro cult come Blow Up di Antonioni dove co-protagonista del film era la Nikon F inventata appena cinque anni prima.

Il tuo film, tramite tre soli personaggi, in realtà parla di milioni di giovani nati al limite dei primi anni Ottanta e cresciuti senza punti di riferimento né certezze per il proprio futuro. La cosiddetta X generation. Ti senti parte di quella X oppure, anche in seguito a questo film, pensi d’essertela scrollata di dosso?

I titoli di coda non sono ancora partiti sul film della mia vita, quindi ad ogni livello c’è una nuova difficoltà da affrontare, una nuova fase X da vivere e superare. La vera difficoltà di oggi è una domanda: ok soffrire, ok lottare, ok subire, ma prima o poi tutto il sudore patito porta al fatidico livello successivo? Se ti poni questa domanda sei uno della X generation, indipendentemente da quando sei nato.

I tre attori protagonisti del film: Gwendolyn Gourvenec, Davide Paganini, Jacopo Maria Bicocchi.

I tre attori protagonisti del film: Gwendolyn Gourvenec, Davide Paganini, Jacopo Maria Bicocchi.

A questo volevo arrivare. Guardando il tuo film, sequenza dopo sequenza, ho avuto l’impressione che la X generation sia in realtà maggiore e più duratura del previsto. Per via della situazione politica che ha contraddistinto l’Italia dagli anni Novanta e per la crisi economica di oggi mai davvero finita, le X sembrano aumentate, i giovani in cerca di sé sembrano di più. Pensi siano X generation anche i nati tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90?

Assolutamente si. Cambia il livello di consapevolezza, ma essere coscienti non basta a risolvere il problema.

Come vedi i giovani di oggi? C’è tanta insoddisfazione e rassegnazione. Come immagini il futuro delle nuove generazioni e di questo nostro Paese?

Io ho fiducia nella forza di volontà. Se i ragazzi porteranno avanti i propri talenti, non c’è cinismo e rassegnazione che tenga. Se si cerca di reiterare il modello preesistente falliremo tutti, perché la musica è ripartita e quando si fermerà ci sarà qualcuno che resterà in piedi, ed è in quel momento che i giovani non devono commettere l’errore delle generazioni che ci hanno preceduto, ossia fregarsene di chi è rimasto senza posto a sedere e si sente una X.

Attualmente sei al lavoro sullo sviluppo della serie The Cide. Come sta procedendo? E hai già qualcosa in cantiere per i prossimi mesi?

La serie The Cide potrebbe trovarsi al posto giusto nell’epoca giusta, ma occorre vedere quanto coraggio attecchisce nelle menti di chi ha potere decisionale e sta aprendo gli occhi sul bisogno di rinnovamento che arriva a gran voce da chi oggi in Italia fruisce cultura. Tant’è che chi al cinema aveva successo dieci anni fa oggi è un flop. Non è mai successo che in Italia ci fosse un’evoluzione così rapida del gusto, tanto da non permettere più di reiterare uno stesso modello per oltre un decennio: fino alla stagione scorsa in Italia siamo stati abituati a riprodurre qualcosa anche per trent’anni che era sempre uguale a sé stessa. I miei progetti futuri si inscrivono nello stesso universo che ho inaugurato con WAX, non per reiterare appunto un modello che sta riscuotendo apprezzamenti trasversali, ma perché le storie e gli intrecci che voglio mostrare sono la base di un iceberg di cui WAX costituisce solo la punta.

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