Viareggio 2019: carnevale ieri e oggi. Parla Sonia Bartali

-di Elisabetta Torselli-

Poeti dell’effimero I carristi del Carnevale di Viareggio tra arte, tradizione popolare e realtà del terzo millennio

L’ultima Biancaneve

Jacopo Allegrucci ha vinto l’edizione 2019 della tradizionale sfilata di carri del Carnevale di Viareggio con L’ultima Biancaneve, allegoria dei rischi dell’inquinamento in cui una Biancaneve-Natura bella ma verde per i gas tossici soccombe ad una strega armata di una venefica bomboletta spray, davanti a Adelante di Lebigre e Roger, dedicato a Frida Kahlo in aderenza al tema femminile privilegiato per questa edizione, e Alta Marea di Roberto Vannucci. Questo per ciò che riguarda i carri di prima categoria, i carri grandi, mentre la seconda categoria, quella dei carri piccoli (si fa per dire), ha visto la vittoria di Freedom (ossia “Le farfalle di Emma Bonino”) di Priscilla Borri e Antonino Croci. Libero Maggini con il poetico e sognante Un cane andaluso è il vincitore della categoria Mascherate di Gruppo, Lamp-Medusa di Stefano Di Giusto ha vinto fra le Mascherate Isolate.

Adesso che ce lo siamo appena lasciati alle spalle, questo tempo di festa, di bagordi, di maschere, è forse il momento di raccontare cosa rappresenti, all’interno della millenaria storia carnevalesca, il Carnevale di Viareggio, il più celebre in Italia insieme a quello di Venezia.
Fin dai primordi, dai Saturnalia romani, la stagione carnevalesca è stata il tempo breve del rovesciamento, dell’anarchia, della crapula che scongiura l’incubo della fame, il tempo di una precaria ma vitalissima libertà per motteggi e licenze che in altro tempo non sarebbero state tollerate, e di grandi feste di piazza. Lo straordinario racconto del carnevale romano in Goethe, le conturbanti scene carnevalesche del Casanova di Fellini, le visionarie sequenze di un carnevale nel Molière di Ariane Mnouchkine, ma anche le maschere demoniche dei mamuthones o la famosa battaglia delle arance del Carnevale di Ivrea, ecco alcuni spunti per capire ciò che di primitivo, di aggressivo, di perturbante, mordace, ribelle, “antisistema”, si esprime nel Carnevale.

Ma siccome la festa è anche un’occasione per le classi dominanti di guadagnare il consenso popolare, secondo l’antica regola del panemetcircenses, le forme di spettacolo di strada connaturate al carnevale e ai suoi corteggi mascherati si svilupparono in grandiosi e costosi apparati, a Firenze con i carri e trionfi di cui ci racconta il Lasca (Antonfrancesco Grazzini, Tutti i Trionfi, carri, mascherate o canti carnascialeschi andati per Firenze dal tempo del Magnifico Lorenzo de’ Medici fino all’anno 1559), carri sui quali “veniva alcun Trionfo, o alcun’arte rappresentata”, per cui “non si riguardava a spesa veruna”, esibizioni di “apparato veramente magnifico… le quali uscivano fuori dopo pranzo, e duravan talvolta fino all’ore tre, e quattro della notte, decorate da un seguito numerosissimo d’uomini mascherati a cavallo, riccamente vestiti, che talora oltrepassavano il numero di 300, e d’altrettanti pedoni con torce bianche accese”, per non dire dei musici che “andavan cantando con armoniosa Musica a 4, a 8, a 12, e fino a 15 voci, accompagnate da varj strumenti d’ogni sorta, Canzoni, Ballate, Madrigali, e Barzellette, alla materia rappresentata attinenti”, mentre l’apparato iconografico, con la realizzazione dei disegni, ricorda il Vasari nelle Vite, era spesso affidato ad artisti di vaglia come Francesco Granacci, Piero di Cosimo, il Pontormo. E questi carri trionfali del carnevale fiorentino (e poi romano) furono ammirati e presto imitati dalle altre corti, a Ferrara, Mantova, Urbino, e dai re e imperatori, Francesco I e Carlo V.

E così nei grandi cortei di carri del Carnevale italiano convivono le due anime, la festa popolare e il grande e sontuoso apparato, la satira e la magnificenza, l’effimero di ciò che è condannato salvo eccezioni a non durare oltre la festa, e ciò che effimero non è, l’arte dei maestri carristi e il suo tramandarsi. Di ciò è specchio il Corso Mascherato del Carnevale di Viareggio. Secondo il racconto più divulgato, tutto sarebbe cominciato il 25 febbraio del 1873 con una sfilata di carrozze addobbate a festa, e già a fine Ottocento il Carnevale viareggino si sarebbe arricchito dei primi carri trionfali. Poi la sfilata dei carri si trasferì, dall’antica via regis che dà il nome alla città, ai Viali a Mare, ai tempi in cui la famosa Passeggiata cominciava ad ospitare dimore signorili, hotel e locali pubblici di gusto liberty, e con la sua ampiezza permetteva carri più grandi e spettacolari. Ma le grandi innovazioni che fecero del Carnevale di Viareggio ciò che è ancora oggi arrivarono dopo la prima guerra mondiale. La musica, prima di tutto, con un’intera banda issata sul carro intitolato “Tonin di Burio” di Giuseppe Giorgi detto Noce (1921), rappresentante una festa nuziale di contadini nell’aia, poi l’adozione dei primi movimenti, nel 1923 con il carro di Umberto Giampieri dominato da un grande Pierrot.

Risale agli anni Venti la figura del Burlamacco, personificazione del Carnevale viareggino disegnata da Uberto Bonetti, in quella maniera gustosamente postfuturista, di linee e colori netti e allegri, che aveva ancora corso prima che l’estetica fascista virasse verso la romanità monumenta.

Un’altra svolta fondamentale: l’adozione della cartapesta, materia ideale per queste macchine da festa enormi ma effimere, per cui la leggerezza è un requisito essenziale. Nel frattempo si sviluppava con sempre maggiore nitidezza un’estetica del carro carnevalesco viareggino, fatta di colori sgargianti ma anche di riferimenti a una certa grande pittura e grafica tra fantastica e grottesca non priva di una forte sottolineatura caricaturale, fra Bosch, Goya, Grosz e Dalì (quest’anno rievocato dalla mascherata firmata da Libero Maggini), che nei decenni si è arricchita di pennellate pop, fantasy e via dicendo.


Queste abilità dei maestri carristi sono state apprezzate in molti contesti. Esemplare la vicenda del grande e pluripremiato maestro carrista Arnaldo Galli, a cui si devono alcune indimenticabili elementi delle scenografie felliniane, dal capoccione abbracciato da Alberto Sordi nei Vitelloni all’icona di Anita Ekberg in Le tentazioni del dottor Antonio in Boccaccio ‘70 alla straordinaria grande testa femminile, idolo-polena di nave sommersa da millenni, emergente dalle acque nella scena visionaria del carnevale veneziano nel già citato Casanova.

Indubbiamente l’arte dei carri ha finito, ad un certo momento, per contaminarsi anche con la riscoperta del teatro di strada e delle sue pratiche. Non per niente un giovane e poliedrico artista francese su cui torneremo, Gilbert Lebigre, il compianto carrista morto nel 2016, cofondatore del team creatore di Adelante, incontrò il Carnevale di Viareggio quarant’anni fa, in un corso sulla lavorazione della cartapesta al festival di Sant’Arcangelo di Romagna tenuto dai maestri viareggini Silvano Avanzini e Raffaello Giunta.

Ma d’altro canto l’arte dei carri si faceva sempre più complessa, con movimenti sempre più perfezionati, con il contorno di coreografie, figuranti in costume, tanta musica. E con la necessità di coniugare l’effimero carnevalesco con una dimensione economica e produttiva più strutturata, ricerca di risorse, visibilità dei carri-capolavoro in altri carnevali e manifestazioni mondiali, creazione di eventi in altre stagioni. Fino alla creazione della Fondazione Carnevale di Viareggio attualmente presieduta da Marialina Marcucci, e della Cittadella del Carnevale con i suoi grandi hangar, inaugurata nel 2001 e che ospita anche manifestazioni estive, laboratori, spazi museali. Fondamentale, naturalmente, la scelta del tema, l’idea su cui costruire il progetto, agganciando l’attualità ai temi carnevaleschi eterni, sempre intorno al perno della satira e della risata dissacrante, o almeno liberatoria, che nell’edizione 2019 ha avuto la sua espressione in Pa-Drone, il carro di Fabrizio Galli dedicato ai deliri di onnipotenza di Donald Trump.

Ed è da questo che si parte ancora oggi. Di tutto questo, e della realtà artistica ma anche economica del Carnevale di Viareggio come si profila oggi, con nuove sfide e nuovi problemi, parliamo con Sonia Bartali, cugina di Gilbert Lebigre e componente da oltre quindici anni del team formato fin dagli anni Ottanta da Gilbert con la moglie Corinne Roger. Artisti multiformi che hanno lavorato nella scenografia teatrale, negli allestimenti, nei musei di tutto il mondo (citiamo almeno, a firma di Gilbert, la statua di Puccini nel parco Puccini di Nagasaki, e il gigantesco astrolabio su una delle navi da crociera Holland) e che avevano mosso i primi passi nel Carnevale viareggino negli anni Ottanta nella categoria delle mascherate e poi dei carri “piccoli” (si fa per dire) colpendo subito per la qualità inventiva dei soggetti, delle allegorie, dell’intero progetto iconografico, e che poi passarono ai “carri grandi” conseguendo la prima vittoria nel 1988 con il carro “Madonna Ciccone, un successo da leone”. “I francesi”, come li hanno sempre chiamati a Viareggio. Dove ancora ricordano le polemiche che seguirono alla vittoria del l’88, dopo di che abbandonarono il mondo del Carnevale per qualche anno, per rientrarvi nel 2004 fondando con un decano del Carnevale viareggino, il già menzionato Arnaldo Galli, La Compagnia del Carnevale, fra i cui innumerevoli successi e creazioni indimenticabili ricordiamo almeno la famosa Ballerina protagonista del carro vincitore del 2004 Scusate se ci divertiamo. Balla che ti passa, mai smantellata perché ha viaggiato per i carnevali del mondo, e che ha avuto il posto d’onorenell’Espace Gilbert, l’hangar numero 16 della Cittadella, che conserva e musealizza anno dopo anno le invenzioni più memorabili dei carristi. 

 

La parola a Sonia Bartali: intanto, com’è arrivata a questo mestiere così particolare ?

“Mi ha fatto da guida mio cugino Gilbert, che era francese ma di madre fiorentina, lui si era già inserito nel Carnevale negli anni Ottanta e poi se ne era venuto via, perché non è una realtà facile, non è tutto pulito, c’è la competizione, ci sono i premi,c’era uno ‘straniero’ e un po’ dava fastidio, poi nel 2003 Gilbert e Corinne furono nuovamente coinvolti da Arnaldo Galli e fondarono con lui La Compagnia del Carnevale.”

Il meccanismo del concorso com’è regolato ? “Intanto c’è la selezione dei bozzetti che viene fatta all’inizio dell’estate, e la presentazione pubblica.

 

 

 

Per i carri c’è una giuria che viene scelta dai membri della Fondazione. I giurati secondo me dovrebbero valutare come si era sempre fatto, cioè in base alla qualità dell’allegoria e ai dati tecnici, come modellatura e colori, e quindi dovrebbero essere persone competenti in materia, pittori, scultori, critici d’arte… la valutazione è importante perché ti porta ad un meccanismo di avanzamento o retrocessione. Il corteo è fatto da carri grandi, carri piccoli, mascherate di gruppo e singole, quindi il giovane comincia con un “mascherone”, come diciamo noi, e poi va avanti, in prospettiva fino al carro grande, ma poi può capitare che il tuo bozzetto venga escluso, oppure, se gareggi e arrivi dietro, magari retrocedi di categoria, siamo tutti sempre a rischio retrocessione… Va bene, è una gara e ci stiamo, ma il gioco deve essere fatto bene, da competenti, senza giudizi affrettati. Sono una carnevalara da più di quindici anni, da allora sono passati diversi presidenti, il Carnevale dovrebbe essere una forma di comunicazione pura, e invece può succedere che vengano bocciati bozzetti in piena regola… è successo anche a noi.”

Questo, sul piano economico, cosa significa ?

“La Fondazione Carnevale di Viareggio è legata al Comune e la Regione dà incentivi. I budget sono diversi, se fai il carro grande ricevi un contributo di 120.000 euro.”

Che sono tanti o sono pochi ?

“Pochi, se si considera che il carrista titolare deve pagare i dipendenti o la ditta realizzatrice, i costumi, la musica, le coreografie, tre mesi di prove in palestra per i movimenti dei figuranti, l’affitto dell’hangar alla Cittadella, le utenze, la divisione e lo smaltimento dei rifiuti, perché è a tuo carico anche quello, i corsi di sicurezza per i dipendenti… non è che ci rimanga molto”.


Mi sembra un problema di tutte le piccole aziende italiane artigianali e per così dire familiari… Però nonostante tutto, a vedere l’albo d’oro, ci si rende conto che da voi funziona come nella bottega italiana del Rinascimento, il mestiere si tramanda di maestro in allievo e molto spesso di padre in figlio… “È così ed è anche bella come cosa, le competenze vengono trasmesse, anche i miei figli sono ‘nati nel carro’, si fa per dire, perché quando devi consegnare c’è poco da fare. Quando erano piccoli li mettevo a dormire sul divano dell’hangar, ora cominciano a dare una mano.” Voi lavorate ai carri dall’autunno al Carnevale… “Sì, fino a settembre i carri del Carnevale precedente rimangono per essere visitati o reimpiegati in altre manifestazioni, poi a ottobre cominciamo a lavorare: i carpentieri fanno la carpenteria, poi si va avanti con la modellatura, si fanno gli stampi in gesso e poi in cartapesta, elemento per elemento, e i movimenti. Un lavoro enorme. 

“Oggi come oggi non vivi col Carnevale, ci vivi solo nei mesi in cui ci lavori, e neanche bene, poi devi fare altro.”

Ossia ?

“Scenografie per i teatri d’opera, per esempio abbiamo lavorato per l’Opéra di Parigi e per il San Carlo di Napoli, arredi, decorazioni, intarsi, soffitti, fusioni in bronzo e alluminio, modellature, perfino bagni turchi per navi da crociera come quelle per l’American Holand Line, opere per alberghi, ristoranti, biblioteche, ma anche qui ci sono meno soldi di un tempo, c’è molta concorrenza straniera, si lavora meno.” Com’è cambiato il vostro lavoro in questi anni ? “Per dirne una, quando ho cominciato il bello era che venivano i vecchi e i bambini a seguire l’ultima settimana di preparazione, ora è diventato un po’ come un cantiere navale, bisogna vivere con gli hangar chiusi e non permetti più alla gente di fare le fotografie, certo ci sono le norme di sicurezza da far rispettare, ma una fantastica manifestazione popolare a questo modo diventa una cosa un po’ così… e poi secondo me prima c’era più unione fra i carristi, ora ciascuno tira più a fare il suo.” Il Carnevale di quest’anno era dedicato alle donne e voi avete fatto un carro su Frida Kahlo… “Il tema è bello ma è venuto dall’alto. Secondo me non si dovrebbe pilotare così, perché poi il carro lo devo fare io. Il carro è un po’ un parto, un’emozione che nasce da dentro. ”

 

 

 

Foto: Fondazione Carnevale di Viareggio

 

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