Venezia inaugura nel segno della crisi di coppia. E della bacchetta di Matheuz

di Rino Alessi (Venezia, 21 gennaio)

La stagione 2019/2020 della Fondazione Teatro La Fenice ha proposto, ed è una proposta davvero interessante, un dittico di opere brevi stilisticamente molto diverse tra loro il cui tema centrale è la crisi dei legami di coppia.

A Hand of Bridge (Una mano di bridge) dell’americano Samuel Barber – una novità assoluta per il pubblico veneziano – e Il castello del principe Barbablù (A kékszakállú herceg vára), unico lavoro di teatro musicale dell’ungherese Béla Bartók sono i due titoli affidati, in un nuovo e bellissimo allestimento, al regista Fabio Ceresa, che si è avvalso delle scene di Massimo Checchetto, dei costumi di Giuseppe Palella e del light design di Fabio Barettin.

A Hand of Bridge di Samuel Barber (1910-1981) su libretto di Gian Carlo Menotti (1911-2007) è probabilmente l’opera più breve eseguita su un palcoscenico lirico. Dura, infatti, solo nove minuti, il tempo di una mano di bridge ‘cantata’ da due coppie di amici, entrambe infelicemente sposate: l’avvocato Bill con sua moglie Sally, l’uomo d’affari David con la consorte ‘di mezza età’ Geraldine. La ‘brevità’ di questa composizione è legata alla sua specifica committenza: lo stesso Menotti, nell’ambito del Festival dei Due Mondi da lui fondato l’anno prima, inventò una serie di concerti/performance intitolati Fogli d’album, chiedendo a diversi musicisti di creare partiture dalla durata complessiva che oscillasse tra i tre e i quindici minuti. La prima rappresentazione assoluta di questa ‘micro-opera’ debuttò quindi al Teatro Caio Melisso di Spoleto, il 17 giugno 1959.

Le coppie infelici e ‘verosimili’ di Barber hanno fatto in qualche modo da prologo a un’altra coppia – del tutto fiabesca – dal legame controverso, quella composta da Judit e Barbablù, protagonisti dell’atto unico A Kékszakállú herceg vára di Béla Bartók (1881-1945). Prima e unica opera per il teatro del compositore ungherese, la partitura fu conclusa nella sua prima stesura a Rákoskeresztúr (oggi un distretto della capitale ungherese) il 20 settembre 1911. Bartók ne riscrisse il finale l’anno successivo; un terzo finale fu composto nel 1918, anno in cui, il 24 maggio, si ebbe la sua prima rappresentazione al Teatro dell’Opera di Budapest, mentre la revisione definitiva risale al 1921.

Il libretto, firmato dal poeta Béla Balázs (1884-1949), mette al centro dell’azione il celebre personaggio narrato in La Barbe Bleue (1697) di Charles Perrault e nel dramma Ariane et Barbe Bleue (1901) di Maurice Maeterlinck. Nella versione di Balázs, i personaggi sono però tre: Barbablù, l’ultima moglie Judit e il castello: che non canta ma che trema”, “sanguina”, “s’illumina” e “si rabbuia” diventando in pratica il vero protagonista del testo.

La vicenda messa in scena, del resto ci avvisa il prologo recitato, è solo il pretesto per la simbolica rappresentazione di un dramma interiore, dove si gioca il conflitto tra desiderio e impotenza, luminosa sensibilità femminile e meccanica ottusità maschile.

Lo spettacolo, molto coinvolgente di Ceresa e dei suoi collaboratori, dopo averci fatto assistere alla solitudine salottiera delle due coppie male assortite di Barber e Menotti, ci pone di fronte alla magnificenza della musica di Bartók evidenziandone i tesori con immagini di raro splendore in cui ogni gesto e ogni situazione sono fatti per farne risaltare il grande fascino.

Il cast impegnato in questa nuova produzione fenicea è di assoluto prestigio: Gidon Saks, basso-baritono di rilievo internazionale, e Ausrine Stundyte, soprano, sono una coppia di sposi impeccabile. Lui recita e canta con grande vigore e inesauribile energia sbalzando il ritratto di un despota dal cuore tenero. Lei replica con altrettanto vigore d’accenti e forte espressività, dominando una tessitura particolarmente insidiosa. Nell’operina di Barber-Menotti i due artisti non sono meno apprezzabili e sono affiancati dal tenore Christopher Lemmings (Bill) e dal mezzosoprano Manuela Custer (una Sally esemplare) che fungono da contraltare di coppia agli ospiti al tavolo di bridge. Karl-Heinz Macek, dal canto suo, recita il breve prologo nel Barbablù di Bartók, mentre i danzatori della Fattoria Vittadini (Noemi Bresciani, Maura Di Vietri, Sebastiano Geronimo, Pia Mazza, Samuel Moretti, Francesca Penzo, Filippo Porro, Filippo Stabile), sono i valorosi interpreti dei movimenti coreografici ideati da Mattia Agatiello per entrambi i titoli.

Sul podio dell’Orchestra del Teatro La Fenice in grande spolvero, un graditissimo ritorno, quello del maestro venezuelano Diego Matheuz, direttore principale della compagine fenicea dal 2011 al 2015. Un ritorno giustamente molto festeggiato: per compattezza di suono, nitore ed evidenza di fraseggi espressivi, tenuta complessiva del rapporto tra orchestra e palcoscenico, Matheuz ha fatto un lavoro egregio. Al termine di una serata che ha tenuto il pubblico con il fiato sospeso gli applausi sono stati molti e prolungati.

 

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