Venezia 73: uno sguardo d’insieme

-di Simone Soranna-

Purtroppo, il “post partita” di Venezia 73 non ha avuto come oggetto l’analisi qualitativa dei film visti durante la Mostra, oppure la “forma fisica” di un Festival da troppi anni privo di smalto e della grinta necessaria per competere con i suoi rivali storici. I media hanno preferito catalizzare l’attenzione sul verdetto della giuria (nuovamente!) tra chi difendeva a spada tratta il valore intrinseco del Leone d’oro vinto da Lav Diaz e chi invece non concepiva la scelta di Sam Mendes e soci di premiare un film estremamente complesso e difficile da veicolare nelle sale.

La giuria del Concorso di Venezia 73 con al centro il Presidente Sam Mendes

La giuria del Concorso di Venezia 73 con al centro il Presidente Sam Mendes

Come sempre, in questo spazio cerchiamo di dare conto di una tendenza notata durante la rassegna, di provare a interpretare i film passati in vetrina con uno sguardo più distaccato e quasi per nulla qualitativo (anche se va detto che la Mostra allestita quest’anno è stata una delle migliori degli ultimi anni).

Innanzitutto, risulta molto evidente notare come Barbera e il suo team di selezionatori abbiano voluto, in qualche modo, abbracciare il mondo intero. Non solo per le molteplici nazioni di provenienza delle opere viste in Concorso e nelle sezioni collaterali, ma soprattutto per l’eterogeneità delle forme adottate dai lavori. Western, musical, commedie, drammi, film storici, di fantascienza, horror, documentari, film d’animazione, grandi classici: sono questi i generi che hanno popolato per dieci giorni il Lido della città lagunare.

Sembrerebbe quindi che il cinema più recente e contemporaneo sia in balia di spunti estetici del tutto diversi e per nulla omologati. A una tale eterogeneità stilistica però, è piuttosto interessante notare come corrisponda (almeno per quanto concerne la Mostra di Venezia) una compattezza contenutistica non indifferente. Nel caso specifico di questa edizione, molti dei film presentati al pubblico hanno avuto a che fare con il tema del sogno.

Una scena di La La Land, con Ryan Gosgling e Emma Stone

Una scena di La La Land, con Ryan Gosgling e Emma Stone

A cominciare dall’opera di apertura diretta da Damien Chazelle, La La Land (dove due giovani artisti sognano la gloria e l’amore nella città sognatrice per eccellenza, Los Angeles), il Festival ha avuto modo di riflettere su questo argomento in maniera esplicita o più sottile. A tal proposito impossibile non citare, per il primo caso, Paradise, di Andrei Konchalovsky, dove i giovani nazisti ambiscono e bramano il Paradiso terrestre incarnato dalla gloriosa Germania, mentre per il secondo a farla da padrone è un film come Dark Night, di Tim Sutton, in cui il tema e il racconto vertono sicuramente su altre problematiche, ma la voglia di nuovo e di un cambiamento è alla base dei desideri dei giovani protagonisti.

Anche Spira Mirabilis, documentario italiano presentato in Concorso diretto da Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, è un film alla ricerca di qualcosa di diverso, di immortale (elemento sognato e ricercato dagli esseri umani sin dai tempi più antichi). Oppure ancora, il papa di Sorrentino che sogna una Chiesa diversa e (più banalmente) gli adolescenti di L’estate addosso e Questi giorni, rispettivamente di Gabriele Muccino e Giuseppe Piccioni, in viaggio verso una metà solo parzialmente definita ma desiderosi di raggiungere qualcosa di “altro”.

Una scena di Spira Mirabilis, il documentario di Massimo D'Anolfi e Martina Parenti

Una scena di Spira Mirabilis, il documentario di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti

Il cinema contemporaneo, quindi, sogna. Sogna per sfuggire, per scappare dalla grigia quotidianità, dai tempi non proprio speranzosi in cui si ritrova. Il cinema sogna e fa sognare, come da sempre ha fatto e probabilmente sempre farà. E allora, probabilmente, non è un caso che un regista da sempre apprezzato e famoso nella piccola cerchia di cinefili come Lav Diaz abbia finalmente raggiunto un traguardo degno di nota: il leone d’oro di quest’anno grazie al film The Woman Who Left.

Un sogno che si avvera per un cineasta da molto tempo ormai apprezzato in tutto il mondo e in tutti i Festival, ma ancora mai consacrato a dovere con un premio di prestigio.

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