Un po’ Muhammad Alì, un po’ George Floyd

-di Massimiliano Morelli-

Ci sono un paio di istantanee legate a Muhammad Ali che restano scolpite nella memoria. La prima è datata 1996, quando commosse il mondo apparendo come ultimo tedoforo all’Olimpiade di Atlanta.

L’altra risale a ventidue anni prima, Kinshasa, Zaire, quando atterrò George Foreman nel match dei match, valido per la corona mondiale dei pesi massimi. Sono due fotografie particolari che s’affiancano fra loro regalando un rovescio della medaglia che fa un pò pensare a Giano Bifronte, su una facciata c’è la forza esplosiva del pugile, sull’altra la tenerezza di un uomo azzannato dalla malattia. Prima, durante e dopo le immagini di Alì si susseguono senza soluzione di continuità, con una velocità pazzesca, simile alla rapidità dei suoi colpi. Ma ricordare nel quarto anniversario della sua scomparsa uno come Muhammad Alì solo con i “click” del pugile prima all’interno delle dodici corde, poi malato al cospetto d’una platea mondiale, rappresenta una probabile offesa per uno degli uomini simbolo della lotta alla discriminazione razziale. Perché la sua figura di boxeur capace di spostare le masse non con “diretti” e “uppercut”, ma con le sue battaglie anti-apartheid, diventa quanto mai attuale mentre scaturiscono di fila rivolte per l’assurda morte di George Floyd. Vinse l’oro olimpico a Roma, anno del Signore 1960, e gettò la medaglia conquistata in un fiume dell’Ohio come gesto di protesta verso il suo Paese, complice la persistente discriminazione razziale.

Alle Olimpiadi di Roma 1960

E qui va aggiunto che a lui, nero di Louisville, cuore del Kentucky, di ritorno negli Stati Uniti dopo i Giochi olimpici romani, un ristoratore si rifiutò di servire il pasto per il colore della pelle. Non sopportava i soprusi, basti pensare che iniziò a boxare da bambino dopo essere capitato per caso in una palestra, mentre era alla ricerca della sua bicicletta, appena rubata. Adesso non interessa lo score del pugile, quanti combattimenti ha affrontato, quanti ne ha vinti e i ko. Adesso interessa ricordare le sue battaglie, vissute in prima persona per difendere fratelli neri meno fortunati di lui. E’ stato senza dubbio il personaggio sportivo più “mediatico” sul tema, un antesignano per esempio di Thuram jr, che nei giorni scorsi dopo un gol ha onorato la memoria del colored statunitense ucciso da un poliziotto inginocchiandosi, simulando il gesto della guardia yankee incriminata per omicidio; simile al gesto regalato nelle stesse ore dalla squadra del Liverpool, che s’è radunata nel centrocampo di Anfield omaggiando Floyd nella stessa, identica maniera. Alì ha vinto le sue battaglie: ha ricevuto la medaglia presidenziale della libertà nel 2005 e sempre nello stesso anno è stato insignito a Berlino della medaglia “Otto Hahn” per la pace dalla “Deutsche Gesellschaft für die Vereinten Nationen”, la Società Tedesca per le Nazioni Unite. Ma oggi, a quattro anni di distanza dalla sua scomparsa, viene da pensare che uno come lui manca come il pane in tempo di guerra.

 

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