UN NATALE DAI SUONI CONTEMPORANEI

– di Massimo G. Bianchi

Lancia in resta a difesa della musica contemporanea. Senza pedanterie, senza rigidità di generi e per fare pure scoperte entusiasmanti

Si è aspramente bollata la musica contemporanea di ermetismo. Quasi uno “pseudoconcetto” , come Benedetto Croce definiva la matematica, cui negava dignità di scienza. Si avvicina il Natale e ci piace sfatarlo, questo mito, con una sfilata di consigli per doni “contemporanei”,  toccando però diversi generi giacché non si vuole essere troppo zelanti. Capolavori che non potranno in verun caso non sortire l’effetto desiderato.

1) MILLER’S TALE  Sylvie Courvoisier, piano – Mark Feldman, violin – Ikue Imori, computer, Evan Parker, sax (Intakt)
Questa registrazione piena di malinconia e delirio propone un summit di quattro improvvisatori tra i più geniali del pianeta, che trovano rifugio nella febbre dell’invenzione spontanea. Astenersi perditempo, perché qui si gioca davvero duro: tra uppercut, falli a gamba tesa e ruzzolate giù dagli spalti il match culmina nello spettacolare e misterioso incendio di Nothing’s planted per poi inclinarsi con mestizia sui riflessi baluginanti dell’ultima traccia, A fountain Pen, fuochi fatui sopra un mare fangoso. Un jazz “bianco” nel quale pare di scorgere il cappello, e l’andatura dinoccolata di Charles Ives, con giusto una spruzzata di computer music. Per animi avventurosi.

Courvoisier, Feldman, Parker e Mori

Courvoisier, Feldman, Parker e Mori

2 MAGNIFICATY  Cathy Berberian, soprano – Bruno Canino, pianoforte (Wergo)

Mirabilmente accompagnata, ma sarebbe meglio dire condotta per mano, dal pianoforte illuminato di un genio come Bruno Canino, la divina Berberian si produce qui in una serie di esecuzioni memorabili che vanno da Claudio Monteverdi a …se stessa, passando per John Cage e Luciano Berio. Cantante da operetta sedotta al largo dei bastioni di Orione dai bagliori della musica contemporanea, piccola fiammiferaia catapultata nell’abisso dei sensi, Cathy lavora sul proprio strumento con arte di mosaicista, di cesellatrice. Arrotando l’ugola sui profili dei nostri cervelli, produce il suono di un futuro passato: ed è un gran bel suono. Assolutamente unica. Dedicato a coloro che amano ricordare. 

Cathy Berberian e Bruno Canino nel duetto Fathers'a Drunkard and Mother is Dead. foto w Ekhardt

Cathy Berberian e Bruno Canino nel duetto Fathers’a Drunkard and Mother is Dead. foto w Ekhardt

3) THOMAS ADES ANTHOLOGY. Interpreti vari (Warner)
Giacché il nostro spirito grandi cose sempre rimpiange ed invoca, la fantasia offresi come il migliore rimedio ai mali che tarlano l’anima. E raramente, nella nostra epoca, essa vola così alto come nelle creazioni di Thomas Adès, di cui questo meraviglioso doppio album offre un’ampia scelta antologica. Si passa allora da pagine pianistiche, come la Parafrasi da Concerto da temi tratti dalla sua opera erotica Powder her Face  e le Three Mazurkas, op. 27 scritte per Emanuel Ax (una geniale superfetazione chopiniana), fino al Quintetto con pianoforte, includendo opere orchestrali come il Concerto per violino e orchestra. Fedele alle caratteristiche dei compositori della sua patria, l’Inghilterra, Adès è un eclettico, capace di estendere i propri orizzonti fino al passato remotissimo, che sa coniugare col futuro suggerendo nuovi percorsi e orizzonti. Qui lo si apprezza anche quale magnifico pianista, insieme a comprimari da par suo. Uno dei pochi compositori, in grado di giganteggiare con i grandi del passato, come il tempo dimostrerà.

 

4) JULIA HOLTER Have you in my wilderness (Domino)

Il pop… Cosa ha a che fare con la musica contemporanea? Nulla, di grazia, se non ch esso “è” , piaccia o meno, la musica d’oggi. Ma è lecito paragonare una canzone a una sinfonia, un’oratorio? No, anzi: si, quando detta canzone sia in linea con i movimenti più qualificati dell’arte contemporanea, sia pure mantenendosi entro un arco espressivo semplice.

Julia Holter

Julia Holter

Questo stupendo album di Julia Holter, che peraltro semplice non è poi tanto, diremmo al contrario molto sofisticato, risulta pervaso da una seducente sensualità e ricco di idee. Assomiglia un poco a quell’ emozione vibrante che si prova incrociando nella folla un bel volto, con quel quid di rassicurante e stupefacente che la seduzione porta con sé. Adagiati su un cuscino all’ ingresso di un tempio, lasciamo il torbido e brutale presente per scivolare piano piano in un mondo ovattato, privo di angosciosi sospiri: solo qualche gradevole malinconia, giusto il peso di un ricordo, leggero come il soffio d’aria che sappia far vibrare una piuma.Tenera è la notte.

5) UNSUK CHIN 3 Concertos (Deutsche Grammophon)

La coreana Unsuk Chin credo sia ben poco nota in Italia, ma è annoverata tra le compositrici più versatili e inventive. Una che sa mischiare suoni acustici ed elettronici ponendoli in relazione tra loro come la materia al pensiero. La sua musica ricorda un po’ i “misirizzi”: solida e piombata alla base quanto leggera in alto, poggiata su un equilibrio all’ apparenza misterioso. Pochi pregiudizi paiono duri a morire come quello, annoso, che vorrebbe le donne inadatte alla composizione musicale. Una pessima vulgata che tuttavia l’ascolto questo disco può tacitare per sempre. Il CD propone tre concerti, benissimo interpretati dai solisti e dall’ Orchestra Sinfonica di Seoul diretta da Myung-Whung Chung: per pianoforte, per violoncello e per Sheng, uno dei più antichi strumenti ad ancia cinesi.

Unsuk Chin. foto D.R.

Unsuk Chin. foto D.R.

Musica che reclama e merita un ascolto vigile, destinato ad essere ripagato nel tempo sotto forma di piacere continuo, simile all’ aria fresca in un mattino di fine estate.

6)MICHELE MARELLI Contemporary Clarinet (Decca)

Adorno e Horkheimer, a proposito del contegno dell’individuo in questa società, descrivono “dei ragazzi che, nel rito di ammissione alla tribù, si muovono in cerchio, con un sorriso ebete, sotto i colpi del sacerdote. La vita nel tardo capitalismo è un rito permanente di iniziazione. Ognuno deve mostrare che si identifica senza residui col potere da cui viene battuto”. La musica contenuta in questo disco potete allora regalarla agli amici dall’animo più libero, essa è il contravveleno ideale a quanto sopra descritto. Sono opere che rilasciano, al netto delle sovrastrutture del romanticismo sentimentale, la luce delle migliori intuizioni della musica più recente. Protagonista  è il clarinetto, magistralmente agito da Michele Marelli, che oltre a un virtuosismo non esibito può sfoggiare una scelta di repertorio semplicemente perfetta, tra opere di Stockhausen, Boulez, Kurtág, Fedele, Stroppa, Ferneyhough, Scelsi, circondandosi di ottimi collaboratori. Il disco, che tiene incollati all’ascolto, è tra i più felici usciti in questo 2016, e può riconciliare anche i più scettici con la musica d’oggi, esprimendone i valori più creativi e sperimentali.

7)LUCIO BATTISTI  L’apparenza (Numero Uno)

Correva l’anno 1988. Dopo il capolavoro “Don Giovanni” Lucio Battisti si inoltrava con questo album in una fase più radicale delle sue sperimentazioni. Dismessi definitivamente gli ormai logori panni mogoliàni, il cantante romano si avvaleva nuovamente della collaborazione con il paroliere Pasquale Panella. I testi enigmatici e poetici di quest’ultimo gli consentono di entrare in una dimensione di maggiore libertà dinamica, che coniughi la poesia con le sonorità di una canzone “pop” destabilizzante, dall’ impalcatura armonica ricca di malizie. Se Don Giovanni faceva da apripista a uno stile che manteneva ancora alcuni legami con il passato, qui respiriamo un’atmosfera nuova, più rarefatta e ben esemplificata dalla stilizzata copertina: una finestra che contempla uno spazio vuoto. Gli ultimi dischi proseguiranno su questa strada che né parte del pubblico, né i leziosi esegeti della “canzone d’autore” avrebbero lì per lì seguito. Ma a vent’anni di distanza questa sua idea di canzone contemporanea torna a vivere una seconda giovinezza. Eraclito disse:” Quando noi viviamo le anime finiscono e muoiono, quando noi moriamo le nostre anime risorgono e vivono”

8) RALPH PETERSON’s Aggregate Prime “Dream Deferred” (Onyx)

(Gary Thomas – sax tenore e flauto, Mark Whitfield – chitarra, Kenny Davis – contrabbasso e Vijay Iyer, pianoforte)

Anche qui quattro formidabili improvvisatori che declinano, e ci mancherebbe, il jazz contemporaneo a modo loro: il gruppo Aggregate Prime. E si tratta di un risultato splendido! Di Pasolini si diceva, e giustamente, che ragionava in versi. Parimenti, assistiamo qui ad una musica “mentale” che però affonda le proprie radici nello swing e nel blues rurale. Ralph Peterson, il leader, è il fenomeno che si sapeva, un iper Paul Motian, un nuovo Art Blakey dotato però di  propria individualità .Il plurilodato pianista indiano Iyer si conta tra maggiori talenti del jazz d’avanguardia, ciò che qui si ribadisce all’ascolto. Whitfield e Davis, come si suol dire, “spaccano”… ma a commuovermi è soprattutto Gary Thomas. ralph-peterson-dream-preferredAffermatosi durante il periodo dell’ M-Base chicagoano, poi un po’ scomparso, il sassofonista e flautista ci fa compiere un inaspettato tuffo in quel passato, con il “suo” fraseggio frastagliato e il suono potente come palla scagliata da un obice. Eccola, la vera “black classical music”. Questo nuovo disco è l’ esempio di un’arte che sa essere a un tempo d’avanguardia e ancestrale; proprio per questa ragione, forse, essa suona così necessaria.

9) Per finire non un disco ma un libro, da leggere però a lume di padiglione auricolare: si tratta di “Sylvano Bussotti- Totale Libertà” edito da Edizioni Mudima

Che dire di questo volume, curato da Daniele Lombardi? Forse che sa cogliere l’impossibile, ossia descrivere un autore che, come i concetti puri figli dell’ a priori kantiano, non sembra rappresentabile ma soltanto pensabile.

Infinito è infatti l’orizzonte dei suoi interessi; incontenibile e policroma la colata lavica della sua musica, intrisa di segni, allocuzioni, risa e pianto spastici, grida spasmodiche, purissima poesia. 

La notazione giunge fino al segno musicale ancora ignoto, nel segno della più nobile utopia, cui sempre corrisponde però una lucida immagine sonora: si tratta di quel medesimo “pensamento dell’universale”  che caratterizza i Gesualdo da Venosa, gli Ockeghem, i Ferruccio Busoni. 

Ma nell’ arte bussottiana c’è pure una qualità fisica, carnale, tutta toscana, che procede ‘per li rami’ e sussume la Firenze dantesca, dove si improvvisava in versi sotto lo sguardo tenebroso delle cornacchie. Infinitamente prezioso il robusto apparato iconografico, nel quale spiccano le fotografie create dai vertiginosi Silvia Lelli e Roberto Masotti, che paiono, nel proprio ambito, degne della musica del Maestro. Del quale vengono riprodotte nel volume anche diverse bellissime e grafiche partiture.Tutto ciò viene a riassumere l’anima di un compositore insieme a quella di un’epoca contraddittoria, irripetibile, da rimpiangere. Scritti, oltreché di Lombardi e dello stesso Bussotti, di Ivanka Stoianova, Marcello Panni, Francesco di Marco, Franco Brambilla e Gianluca Ranzi.

in apertura una pagina della composizione di Sylvano Bussotti Rar’ancora

 

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