Un cupo Don Carlo di Verdi porta luce alla Fenice di Venezia. A dispetto di Giove Pluvio

di Rino Alessi

Giudicato a lungo come un lavoro tortuoso, prolisso e gravato da un’atmosfera opprimente, Don Carlo ha cominciato a imporsi davvero come uno dei massimi conseguimenti dell’arte di Verdi soltanto dal secondo dopoguerra del secolo scorso. L’opera, nata in cinque atti per Parigi, è desunta dall’omonimo poema drammatico di Schiller che a sua volta si era ispirato alla leggenda nera narrata dall’Abate Saint Réal, uno dei più clamorosi falsi storici della letteratura universale. Fu radicalmente ripensata per i palcoscenici italiani e condensata in quattro atti con tagli sensibili e dolorosi. E’ la versione italiana che, negli anni, nonostante qualche non trascurabile eccezione, si è imposta come la più compatta e fruibile e non è un caso se il Gran Teatro La Fenice, che negli anni Settanta del secolo scorso patrocinò un’esecuzione della versione originaria che ripristinava musica esclusa alla prima parigina, scelga proprio questa per inaugurare la sua stagione lirica 2019/2020.

Inaugurazione salutata da grande entusiasmo e applaudita con grande favore dal pubblico che, fino all’ultimo, era stato tenuto in sospeso sull’effettiva levata del sipario veneziano, tanto ostili si erano dimostrate le condizioni metereologiche in laguna.

Detto questo, lo spettacolo che arrivava sul palcoscenico della Fenice in una produzione dell’Opéra National du Rhin di Strasburgo e dell’Aalto-Theater di Essen, si è dimostrato capzioso e molto affascinante. Lo realizzano, con grande essenzialità di mezzi e rispettando il clima di leggenda nera della novella originaria, Robert Carsen che ne firma la regia e le luci, con la collaborazione di Radu Boruzescu per le scene, essenziali, di Petra Reinhardt per i costumi, di Peter van Praet per il disegno luci e di Marco Berriel per i movimenti coreografici. Il nero domina incontrastato in palcoscenico, uniche macchie bianche il velo che copre la regina al suo apparire e i gigli che impreziosiscono la canzone del velo intonata dalla principessa Eboli. Come dire, l’Inquisizione controlla ogni movimento e ogni azione che si consuma sulla scena e regna sovrana sui destini altrui. Carsen concepisce le due figure femminili come il doppio l’una dell’altra e le presenta in vesti quasi monacali, Filippo II è quasi un Papa nella scena di Nostra Signora de Atocha. Don Carlo è rappresentato come un clone di Amleto con tanto di teschio. L’azione non ha tempo ma non punta sull’attualizzazione della vicenda cinquecentesca, la rielabora, spesso scostandosi dal dettato del libretto e si chiude con due grandi “coups de théatre” che vedono, nel finale, il nobile Rodrigo Marchese di Posa incoronato nuovo Re dal Grande Inquisitore dopo tanti spargimenti di sangue all’interno della famiglia reale. Un finale spiazzante, se vogliamo, che pone l’accento sull’ambiguità del personaggio che nell’opera canta i sentimenti più alti, non senza venire a patti con numerosi compromessi e contraddizioni. In pratica, una lettura dell’opera coinvolgente anche se discutibile.

Sul fronte musicale è da ammirare il lavoro di concertazione e direzione di Myung-Whun Chung alla testa dell’Orchestra stabile della Fenice, un complesso che sotto la sua guida è cresciuto negli anni. Ogni sfumatura è ben sottolineata in questa esecuzione che trova compattezza nei grandi momenti di sfarzo che rimandano alla Storia e sottigliezze espressive di grande sensibiltà quando in primo piano Verdi pone i contrasti psicologici fra personaggi.

La compagnia presenta elementi oggi molto apprezzati, sia pure in altro repertorio. E’ il caso di Alex Esposito che debutta in quest’occasione nel personaggio tormentato di Filippo II e lo fa con cognizione di causa e serietà d’intenti. Certo, la voce non è quella di basso che il personaggio esige e nei momenti di maggiore concitazione tende a oscillare, ma la grinta e la scansione della parola scenica sono ammirevoli.

Più pertinenti, sotto il profilo squisitamente vocale, risultano il Don Carlo di Piero Pretti e il Rodrigo di Julian Kim, anch’essi nuovi all’opera verdiana. Il primo è in grado di restituire le lacerazioni di un personaggio enigmatico con grande efficacia e un fraseggio di nobile impatto nonostante talune asprezze timbriche. Il secondo realizza un Rodrigo di forte presenza vocale, nella migliore tradizione dei baritoni Grand Seigneur che si sono avvicendati in questo personaggio.

Più in ombra le prestazioni delle due voci gravi, Marco Spotti che affronta con qualche incertezza la tessitura cavernosa del Grande Inquisitore e di Leonard Bernard, che è il Frate sotto le cui spoglie si cela il fantasma di Carlo V e che apre e chiude l’opera.

Le due primedonne rivelano limiti vocali nel caso dell’Elisabetta di Maria Agresta, che cresce però nel corso della recita, e scenici in quello di Veronica Simeoni che si accontenta di rappresentare Eboli in modo sostanzialmente superficiale. Valide viceversa le prestazioni di Barbara Massaro, Tebaldo, e di Gilda Fiume, la voce dal cielo, e di tutti gli altri compreso il coro stabile della Fenice preparato da Claudio Marino Moretti e qui in particolare evidenza. Alla recita cui abbiamo assistito, pubblico generoso di applausi e grande entusiasmo per tutti.

27 novembre

 

 

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