Trieste attende la bacchetta di Franklin

 -di Rino Alessi –

 

Nato a San Francisco, cresciuto a Pittsburg, in California, Christopher Franklin ha trascorso i suoi anni giovanili a Berlino dove il padre, musicologo, si era trasferito con la famiglia per proseguire le sue ricerche su Bach: insegnava alla Musikhochschule, a Berlino, e per approfondire i suoi studi sulla cronologia bachiana si spostava al Bach Archiv di Lipsia. Gli studi di violino, però, Christopher li aveva già iniziati a sei anni a Pittsburg, “che è sì una piccola città, ma dove c’è un’orchestra fantastica, la Pittsburg Symphony. Ci sono venuti a dirigere grandi maestri come Fritz Reiner, André Previn, Lorin Maazel, più di recente Mariss Jansons e, adesso Manfred Honeck. Un vicino di casa era violinista della Pittsburg Symphony e ha notato che avevo una buona predisposizione per lo strumento. Mi ci ha fatto appassionare e mi ha introdotto nel mondo della musica.”.

Gli studi sono proseguiti negli anni berlinesi e, rientrato con la famiglia negli Stati Uniti, nell’Illinois. Dopo essersi diplomato in violino e letteratura tedesca in Germania, ha conseguito il Master of Music in Direzione d’orchestra all’Università dell’Illinois e il dottorato con Frederik Prausnitz al Peabody Conservatory of Music di Baltimora.

Grazie alla Fulbright Grant, ha potuto studiare al Conservatorio di Saarbrücken in Germania. Si è poi perfezionato con Seiji Ozawa e Gustav Meier al Tanglewood Music Festival, e con Charles Bruck alla Pierre Monteux School for Conductors.

@Tambellini

Da qualche tempo vive a Lucca, in Toscana, la città di Puccini. Ed è da Lucca che mi risponde al telefono, nell’attesa, poi rientrata per le note vicende legate all’epidemia globale di coronavirus, di rientrare a Trieste e riprendere le prove de La Bohème – di Puccini per l’appunto – al Teatro Verdi dove si è spesso presentato al pubblico, fin da quando – era il 2002 – vi diresse un’operetta, Ballo al Savoy di Abraham.

Gino Landi curava la regia e nella compagnia ritrovavo Daniela Mazzucato, una Dolly fantastica, che avevo appena conosciuto a Roma con suo marito, Max René Cosotti. Daniela e Max erano nel cast di una Vedova allegra che abbiamo fatto assieme al Teatro Brancaccio, sempre con la regia di Gino. La cosa buffa è che vent’anni prima Ballo al Savoy a Trieste, lo aveva interpretato mio suocero, Antonio Bevacqua, un tenore che ha cantato moltissimo al Teatro Verdi, sia in opera sia in operetta. Mia moglie, Rossella. è siciliana ed è anche lei una cantante, un soprano per essere preciso. Ha fatto una bella carriera teatrale. Ora, con tre bambini di undici e sei anni, i più piccoli sono gemelli, si dedica ai concerti. E’ molto impegnata con la famiglia…”.

Lucca, racconta il Maestro: “E’ una città bellissima. Abitavamo a Roma con Rossella e volevamo avere una famiglia. Abbiamo deciso di trasferirci da Roma in un centro più piccolo quando avessi finito il mio assistentato al Teatro dell’Opera. Alla fine abbiamo scelto Lucca.”.

Contento della scelta? “Contentissimo. In un primo tempo siamo andati a vivere nel centro di Lucca che è molto piacevole. E’ una città dove non succede niente. Da qualche anno ci siamo trasferiti un po’ fuori città. Lucca è comoda. L’aeroporto di Pisa è a due passi, Firenze è a due passi. Mi permette di spostarmi e di rientrare a casa con una certa facilità”.

Torniamo agli anni di apprendistato. “E’ cominciato a Baltimora, dove gli alunni di direzione avevano un’orchestra a disposizione e questo è molto importante. Quando da assistente passi a dirigere tu l’orchestra, è fondamentale aver affrontato il pezzo che ti danno da dirigere almeno una volta. Sì, sei giovane e carino e questo ti aiuta, ma se non hai delle basi solide, dura poco, ti bruci e crolli.”.

Dagli Stati Uniti gli studi di Christopher Franklin sono proseguiti all’Accademia Chigiana di Siena “esperienza fantastica, anche lì avevo un’orchestra a disposizione….”.

Poi, “era il 2000, più o meno, e ho vinto il Concorso Internazionale Gino Marinuzzi, a Sanremo, e subito dopo, quello della Bottega di Peter Maag a Treviso che oggi non c’è più, ma che all’epoca era collegato al Concorso di canto intitolato a Toti dal Monte. Alfonso Malaguti che dirigeva il Teatro Comunale, mi ha invitato a restare e, con una borsa di studio sono rimasto a Treviso per due o tre anni facendo da assistente a Renzetti, ad Angelo Campori, a Maurizio Arena, allo stesso Maag che era già molto anziano.”.

Il debutto come direttore è avvenuto in quel periodo, al Cinema Teatro Astra di Bassano del Grappa dice ridendo Franklin, con Les Contes d’Hoffmann di Offenbach: “Peter Maag mi ha lasciato qualche recita in provincia e nel cast c’era anche Gianluca Terranova, che oggi è molto noto, ma che all’epoca non faceva che una piccola parte, Nathanael.”.

Da Treviso, come assistente di Gianluigi Gelmetti che lo aveva invitato a seguirlo, Christopher Franklin è passato al Teatro dell’Opera di Roma, “dove la prima esperienza è stata la Gina, un lavoro giovanile di Francesco Cilea che abbiamo ripetuto anche al Teatro Rendano di Cosenza. Poi sono venute la Vedova allegra al Brancaccio e il Ballo al Savoy a Trieste.”.

Come assistente di Gelmetti, il Maestro Franklin si è presentato anche al Teatro alla Scala, al Covent Garden, alla Fenice, facendo esperienza anche con i Münchener Philharmoniker nel repertorio sinfonico che alterna frequentemente a quello d’opera. E’ di quegli anni anche la vittoria del prestigioso Premio Franco Ferrara all’Accademia Musicale Chigiana di Siena.

La svolta è arrivata subito dopo, quando, racconta Franklin: “Ho incontrato Ernesto Palacio, in gioventù tenore, all’epoca agente teatrale che mi ha fatto entrare nella sua squadra e mi ha fatto incontrare Juan Diego Florez con cui abbiamo fatto concerti in giro per tutto il mondo.”. Anche molte opere, naturalmente: per esempio La Sonnambula di Bellini al Théâtre des Champs-Elysées di Parigi, I Puritani e Otello di Rossini a Barcellona.

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Si stava specializzando nel repertorio belcantistico, quando da Valencia Davide Livermore invita il Maestro americano a dirigere Peter Grimes di Britten con Gregory Kunde, “la produzione di Willy Decker era forte e la musica di Britten mi ha folgorato”. Inizia il periodo dedicato al musicista di Aldeburgh e “dopo quel Peter Grimes in Spagna sono venuti Morte a Venezia in Messico, Billy Budd a Torino e sempre al Teatro Regio The Turn of the screw.”.

Ama la specializzazione in musica Maestro Franklin? “No, io sono un musicista e amo tutta la buona musica. A Trieste ho diretto Werther e Tristan und Isolde, Massenet e Wagner, due mondi diversissimi fra loro. Trieste ha una grande tradizione wagneriana e con l’orchestra abbiamo lavorato tanto e bene. I risultati ci sono stati. Per il teatro, che attraversava un periodo buio, è stata una rinascita.”.

E Puccini? “Puccini ne ho eseguito tanto. Tosca l’ho diretta in Perù con un cast molto buono. Turandot, che era la mia preferita fino a poco tempo fa, l’ho diretta a San Francisco. L’abbiamo eseguita con il finale tradizionale di Alfano, ma non mi convince, Dopo la morte di Liù il colore orchestrale cambia. Non sei più nel mondo del Maestro di Lucca. La prima opera di Puccini che ho affrontato è stata però Manon Lescaut che Michelangelo Zurletti mi ha invitato a dirigere a Spoleto e che abbiamo portato in tutta l’Umbria. Ad Assisi i contrabbassi previsti dall’autore non entravano in buca e abbiamo fatto il gioco della morra per decidere chi avrebbe suonato… Sono esperienze che ti formano quelle in provincia!”.

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Parliamo di La Bohème…. “Puccini, come Wagner, è un compositore completo. Devi avere un’idea precisa dei personaggi quando lo esegui, per questo seguo tutte le prove di regia quando dirigo una sua opera. In Puccini, come in Wagner il lavoro è molto creativo, richiede tanta fantasia. La scrittura musicale è profonda, chi canta ha nell’orchestra una specie di coro greco sotto di sé, che commenta e sottolinea sentimenti ed espressioni. Non c’è niente di casuale in puccini ma può essere fatto in mille modi, non c’è l’accompagnamento ritmico tipico di Verdi o delle opere di Belcanto. Ci vuole più disciplina e soprattutto bisogna fare musica sulla parola. Non puoi dirigerti addosso, come si dice in gergo, devi rimanere sempre lucido, rallentare quando la voce ne ha bisogno, andare più veloce quando l’autore lo vuole. La Bohème ha bisogno di una compagnia giovane, Giulio Ricordi del resto scrisse a Puccini che voleva cantanti giovani e intelligenti, una piccola squadra senza troppe primedonne insomma. Non a caso l’opera fu rappresentata per la prima volta al Regio di Torino e non alla Scala. Ne ho fatte tante di Bohème, in Germania soprattutto ma anche a Tirana con l’Opera di Roma, e mi ha dato sempre soddisfazione.”.

Che cosa accade nella sua vita professionale dopo questa pausa forzata? “Stiamo a vedere. Il programma prevedeva un giro di concerti con Lisette Oropesa, il primo al Festival di Pasqua di Aix-en-Provence, in Francia, poi nella Repubblica Ceca, dove torno spesso. In Italia è previsto un nuovo debutto, Mahagonny di Weill al Teatro Regio di Parma, ma anche per quello tutto è in forse allo stato attuale.”.

 

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