The Look of Silence: quando il Cinema dà voce alla Storia

CANDIDATO ALL’OSCAR

-di Tommaso Tronconi-

Candidato all’Oscar 2016 al Miglior Documentario, The Look of Silence di Joshua Oppenheimer è un’opera che lega a doppio filo Cinema e Storia, dando forma e voce ad un massacro di Stato troppo a lungo rimasto nel silenzio. Dopo il Gran premio della giuria al 71esimo Festival di Venezia, arriverà anche un altro prestigioso e meritatissimo premio? Che coinvolge e riguarda, non dimentichiamolo, anche il precedente The Act of Killing.

The Act of Killing

The Act of Killing

Indonesia, 1965: il generale Suharto prende il potere e dà il via ad una delle più sanguinose epurazioni della Storia. Con la complicità e il supporto dell’esercito indonesiano, gruppi para-militari di piccoli gangster “promossi” a leaders di squadroni della morte massacrano in meno di un anno oltre un milione di persone, tra presunti comunisti, membri della comunità cinese residente in Indonesia, minoranze etniche, oppositori politici, intellettuali. Passato tristemente agli annali come la “più grande caccia ai comunisti di tutti i tempi”, quello compiuto dai paramilitari del movimento Pancasila è il più raccapricciante dei colpi di Stato, sfociato in genocidio, in omicidio di Stato.

The Act of Killing (2012) e The Look of Silence (2014) di Joshua Oppenheimer formano un dittico di documentari che rompe il silenzio su un massacro troppo a lungo rimasto taciuto alla e dalla Storia. Una “strage degli innocenti” che si articola in due capitoli distinti e complementari, due opere cinematografiche di rara potenza visiva ed espressiva, che fendono la sensibilità dello spettatore come una lama affilata. Vediamole entrambe, perché il successo del secondo film è strettamente collegato all’irruenza del primo.

The Act of Killing

The Act of Killing

The Act of Killing (nella cinquina dei nominati all’Oscar 2014 per il Miglior documentario) , come traspare dal titolo, raccontava l’atto dell’uccisione, ma anche l’azione nel suo significato di “recitazione” dell’uccisione. Si pone quindi sul fronte degli assassini, dei carnefici, dei mostri. Dal loro punto di vista ripercorre un racconto terribile, di quelli che non vorremmo mai raccontare né ascoltare. Sono gli assassini che (si) raccontano e (ri)portano in scena i crimini di cui si sono macchiati. I killer di allora, oggi anziani signori benestanti, fanno cinema, ricreando e portando on screen i loro atti criminali. E spesso, in una tragica inversione del gioco delle parti, impersonano le vittime. Joshua Oppenheimer scruta e segue il percorso narrativo e introspettivo del suo protagonista, Anwar, che nel ’65, in qualità di capo dello squadrone della morte operante nella sua città di residenza, ha ucciso centinaia di persone con le proprie mani. Il risultato è un documentario sconvolgente, un viaggio all’inferno di andata e ritorno. E questo perché Oppenheimer riesce dove in pochissimi sono riusciti: rendere il cinema così vero da attivare nell’animo dei carnefici la comprensione di quanto fatto, fino ad un profondo rimorso che sfocia nel vomito.

The Look of Silence

The Look of Silence

Ma The Act of Killing era solo il lato A di un nastro da vedere ed ascoltare. The Look of Silence ne è il complemento, il gemello (diverso), il lato B che fa ancora più male. “This is a masterpiece. It is something spectacular that moved me… It’s like watching your children being born. I loved it. It has a dignity beyond words”. Queste le parole di Tim Roth che, membro della giuria del 71esimo Festival di Venezia, ha agguantato il microfono e infranto il protocollo, per (non) dire che The Look of Silence era il suo personale Leone d’Oro.

Stavolta Oppenheimer “passa in controcampo”, sposando lo sguardo (look) di chi ha subìto quell’indicibile strage. Il protagonista è Adi che, nato nel 1968, non ha mai conosciuto suo fratello, mutilato e ucciso barbaramente da alcuni membri del Komando Aksi nell’eccidio del Silk River. Se in The Act of Killing si attuava una sorta di specchio che rifletteva gli orrori di un’ecatombe, in The Look of Silence la prospettiva è un’altra, quella di Adi che, determinato ad apprendere la verità, incontra e si confronta con i responsabili di quell’atroce delitto.

The Look of Silence

The Look of Silence

Se The Act of Killing ci feriva con l’ostentazione e l’estenuazione della (messinscena della) violenza, The Look of Silence ci accoltella con le parole, che trafiggono come baionette appuntite. Più strutturato e costruito “a tavolino”, con un maggiore senso del racconto, ma non per questo meno incisivo del precedente, The Look of Silence non solo riesce a gettare uno sguardo sul silenzio (silence), ma addirittura a farlo parlare. Parole che, però, sgorgano dallo sguardo (look). Non a caso vi abbondano i primi piani (carenti nel primo film), come se Oppenheimer aumentasse anche a noi, proprio come il protagonista Adi fa con i suoi pazienti, le gradazioni dei nostri occhiali da spettatore, per vedere meglio la Storia e poterne tramandare una versione completa. The Look of Silence è un cinema che sa di exemplum di storicismo e giornalismo, dove il secondo atto integra il primo, colmando entrambi i lati della medaglia (al disonore) delle purghe indonesiane.

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