Terza Repubblica: e ora, poveri opinionisti?

-di Stefano Fabbri-

Per una nuova geografia politica. Ma la politica non era l’arte della mediazione? Magari in 20 anni di maggioritario ce ne siamo dimenticati. Soprattutto sembrano essersene dimenticati titolati analisti politici e belle firme del giornalismo internazionale. Gli stessi opinionisti che tanto pontificano in televisione e che ora si fanno trovare spiazzati.

Dunque il governo c’è ed ha pure giurato. Ma che delusione…. Nessuno ha fatto pipi’ negli stivali dei corazzieri e neanche è stata portata via l’argenteria dal Quirinale, oppure la preziosa penna per la firma. Anzi, Conte ha pure usato la sua. Come si fa in banca per gli assegni.

Eppure l’allarme era risuonato alto e forte, lanciato dai guardiani dell’ortodossia politica che avevano preso persino la rincorsa facendo il countdown del tempo necessario a formare l’esecutivo ma dimenticandosi, ahimè, che la media (sì, la media) per la formazione dei governi della Repubblica è stata di oltre 60 giorni. Forse ha giocato un brutto scherzo la memoria degli ultimi 20 anni durante i quali il sistema maggioritario aveva ridotto giocoforza tempi e riti rodati nella Prima Repubblica e che ora sono stati rimessi a nuovo con il sistema elettorale proporzionale.

Del resto non è che i “rapidi” governi maggioritari abbiano brillato per qualità e comunque il sistema proporzionale obbliga a quella pratica dimenticata che è la Politica, cioè la mediazione ed il raggiungimento del punto di equilibrio più avanzato tra consensi ricevuti e programma. Il governo dunque c’è e vedremo quanto durerà e ciò che farà, i suoi passi in avanti e quelli falsi, la sua tenuta e la sua collocazione vera, che la bussola indica a destra ma che è difficile tarare sulle coordinate dei governi precedenti.

Per cui ci dobbiamo fidare della geografia politica ereditata dal secolo scorso e, magari, scoprirne una nuova. Non buona o cattiva, ma nuova. A dispetto di una quasi intera classe di “osservatori” politici che nella migliore delle ipotesi sembra non aver capito bene l’accaduto e che si ostina a misurare tutto con un metro politico inadeguato: la “minaccia” di nuove elezioni nel bel mezzo dell’estate turbando i sogni dei bagnini e delle signore, l’occhio allo spread che non sentivamo nominare dai tempi dei Jalisse e del quale sono adesso ritornati tutti esperti, tranne dimenticare che il debito pubblico del Paese è per oltre la metà in mano di investitori italiani che fanno il loro mestiere, cioè vendono e comprano (sono loro i misteriosi “mercati”), il rischio della prematura (quanto impossibile anche tecnicamente) dipartita dell’Euro con la certezza di dover andare presto a fare la spesa con un carretto carico di moneta-carta straccia come nella Repubblica di Weimar che qualcuno dei succitati “osservatori” pronuncia Ueimar, un po’ all’inglese, magari prendendo in giro i neoministri non laureati o dal curriculum ipertrofico.

Repubblica di Weimar, 5000 marchi, 1922

Ecco, il vero rischio sembra essere sempre più non quello di una classe politica inadeguata (il che non sarebbe neanche una novità), ma un ceto “osservatoriale” che non si sforza neanche di rinnovare l’armamentario già usato nel 1994 con l’ascesa di Silvio Berlusconi. E poi si è visto come è andata a finire.

Le cinque più alte cariche dello Stato italiano (in occasione della parata per la Festa della Repubblica): Giuseppe Conte, Maria Elisabetta Alberti Casellati, Sergio Mattarella, Roberto Fico e Giorgio Lattanzi
Fonte: Presidenza della Repubblica

Sarà una lezione che chi si appresta a fare opposizione ha imparato? Qualche dubbio è legittimo averlo. Si usa a sproposito il termine “populismo” senza capire che sono cambiati i termini della questione, che ormai – per dirla con il professor Della Cananeala politica è procedura, è contratto. E il bello è che a stracciarsi le vesti sono sempre le stesse vergini dai candidi manti di allora.

C’è il sostenitore di un recente presidente del Consiglio che prima si bagnava le mutandine solo pronunciandone il nome per poi scendere dal carro quando tutto sembrava perso, anzi-no-ci-risalgo-al-volo,

c’è il commentatore straniero che di esotico ha ormai solo l’accento simile a Ollio o all’Alberto Sordi di “Un americano a Roma” perché vive e ragiona come i suoi colleghi italiani, oppure al contrario

l’intellettuale che da decenni, ad ogni governo, dice che mollerà tutto per andare all’estero perché non ce lo meritiamo, ma è sempre in tv.

Non cercate il nome di essi: ve ne verrebbero in mente troppi e ci sarebbe l’imbarazzo della scelta. D’altra parte che sia accaduto qualcosa di comprensibilmente difficile da capire e digerire, e cioè che il rimescolamento di carte ideologico e strategico è tale da far impallidire il Mago Silvan e che stanno saltando molti degli ancoraggi che sembravano saldi, sembra che non sia stato percepito anche dai partiti che si possono considerare ormai tradizionali, come Pd e Forza Italia: il primo, nell’attesa di finire i pop-corn, alimenta soprattutto sulla rete e sui social la versione secondo la quale se ha perso è colpa del 2% di Leu e di quelli (una minoranza) che, pur di sinistra, hanno votato M5s, che è un po’ come picchiare il fratellino più piccolo perché non ha tenuto d’occhio la sorella che si è concessa ad un energumeno di cui si ha paura (“Sparecchiavo…”), mentre Berlusconi strilla al tradimento semplicemente perché Salvini gli ha sottratto, con destrezza, va detto, voti e ruolo e che l’ex Cav non avrebbe comunque potuto mantenere, e chiama il suo popolo a “scendere in campo” e a decidere “o noi o loro”, quando però non si sa visto che non era così difficile immaginare che non avremmo votato presto.

Ma se ai protagonisti politici tutto ciò si può perdonare perché alla fine sono loro che rischiano, che vincono o lasciano le truppe sul terreno, è difficile essere indulgenti con chi potrebbe, ma si rifiuta di farlo, ragionare e far ragionare, magari con la prospettiva di arrivare a conclusioni più ardite e antagoniste di quelle praticate a favore di telecamera, ma almeno frutto di raziocinio e non di saputellaggine stantia. Ma tant’è.

L’importante è che tutto sia politicamente corretto, come criticare lo svarione del neoministro della famiglia sugli omosessuali, ma dandosi di gomito, con una risatina, se il pur non simpaticissimo Rocco Casalino va al ricevimento al Quirinale con il suo compagno cubano.

Rocco Casalino e il fidanzato cubano (fonte: www.liberoquotidiano.it)

Foto di copertina da: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Governo_Conte.jpg?uselang=it

 

 

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