Roma: Mariotti e Carsen per Idomeneo di Mozart

di Rino Alessi

 

Composto fra l’autunno del 1780 e i primi giorni del 1781 su libretto di Gianbattista Varesco, cappellano di corte dell’arcivescovo di Salisburgo, che si basò sulla “tragédie lyrique” Idomenée di Antoine Danchet musicata da André Campra, Idomeneo offre a un Mozart venticinquenne una notevole varietà di prospettive stilistiche derivate dall’opera seria metastasiana cui l’autore aggiunge l’innovativo realismo psicologico che sarà la cifra precipua del suo futuro teatro. Certo è che lo sperimentale Idomeneo, con cui Mozart si libera di tutta una serie di lavori di maniera che ne avevano contraddistinto il giovanile operato nel genere serio, qui, si trasforma e stabilisce una nuova e più naturale continuità fra un pezzo e l’altro facendo ampio ricorso del recitativo accompagnato e piegando i rigidi schemi dell’opera seria alla sua nuova idea di teatro musicale.

Tutto, in quest’opera, è di altissimo livello, ma l’invenzione mozartiana si esalta, dove il testo rispecchia gli intrecci della psicologia umana. Ecco quindi l’inusitato spessore delle pagine in cui interviene il coro. Ed ecco la forza espressiva che assumono i due concertati, un terzetto e un quartetto, che intervengono nel secondo e nel terzo atto, a spezzare l’alternanza fra recitativo e aria e a mettere a confronto le passioni contrastanti dei protagonisti.

La prima di Monaco di Baviera nel 1781 ebbe buon esito, nel 1786 Idomeneo fu ripreso a Vienna: fu in quest’occasione che la parte di Idamante, figlio del protagonista, concepita per voce di castrato fu trascritta nella corda tenorile. L’opera ebbe fortuna a cavallo fra Sette e Ottocento, poi uscì dal repertorio per essere ripresa nel Novecento in versioni rielaborate. Dal secondo dopoguerra del secolo scorso, con la riscoperta dell’opera seria settecentesca, Idomeneo è tornato frequentemente nei maggiori teatri del mondo in edizioni fedeli agli originali di Monaco o di Vienna.

Alla versione viennese attinge ora l’Idomeneo secondo Robert Carsen e diretto da Michele Mariotti che il Teatro dell’Opera di Roma propone in coproduzione con il Real di Madrid dove ha debuttato nel febbraio scorso e con i teatri d’opera di Toronto e Copenhagen dove lo spettacolo è atteso prossimamente. Alla prima il pubblico della capitale – molte però le presenze straniere in sala – ha molto gradito la proposta che riportava Idomeneo all’Opera, dove era stato rappresentato una sola volta, dopo un’assenza ultratrentennale. Gradita la trasposizione temporale operata da Carsen che sposta l’azione dalla Creta del mito a un’area del Mediterraneo nostra contemporanea dove regna la guerra e i rifugiati (veri) attendono con Ilia, all’alzarsi del sipario, il ritorno del re e la fine di un interminabile e sfiancante conflitto.

Il mare, ora placido e calmo, ora in tempesta, funge da fondale a un’azione che si dipana scorrevole nello spettacolo che Carsen firma in collaborazione con Luis F.Carvalho per scene e costumi, Peter Van Praet per il bellissimo disegno luci, Marco Berriel per i movimenti coreografici e Will Duke per i video. Se da un lato le passioni del mito sono messe in ombra dalla prepotenza dell’immagine che strizza l’occhio all’attualità, le emozioni dell’incontro fra padre e figlio in cui è evocata la lacerazione biblica dell’episodio di Abramo e Isacco sono restituite dalla discrezione con cui la scena è condotta. Nel finale primo – lo spettacolo essendo diviso in due parti – è messa in bella evidenza poetica la solitudine di Idomeneo.

Sul fronte musicale Michele Mariotti alla testa di un’Orchestra stabile dell’Opera di Roma in grande spolvero, sceglie tempi piuttosto comodi cui i solisti ben si adattano ma che mettono in difficoltà, di tanto in tanto, il Coro preparato da Roberto Gabbiani. Le dinamiche sono però molto curate e così gli impasti di colori in orchestra che restituiscono il lirismo nostalgico dell’opera: in sostanza una prova più che convincente.

Fra i solisti chi più ci ha convinto è l’Ilia, musicale, sensibile, di forte grazie espressiva di Rosa Feola che disegna un’eroina dolce ma anche determinata a prendere in pugno il proprio destino con un canto squisito e una recitazione più che convincente.

Al ruolo eponimo Charles Workman, molto applaudito dal pubblico, porta in dote esperienza e grande rigore stilistico. La tessitura, centralizzante, lo mette però un po’ in difficoltà provenendo l’artista statunitense dalle fila dei tenori acuti.

Joel Prieto, Idamante, delude. Il timbro non si differenzia troppo da quello del collega e il canto è spesso e volentieri poco in sintonia con le esigenze dello stile mozartiano nonostante il dinamismo della recitazione. Pallida è sembrata anche l’interpretazione che di Elettra, natura pugnace e figura di nobile tragicità, propone Miah Persson, poco felice oltre a tutto nella restituzione del testo.

Buone viceversa le prove di Alessandro Luciano che è un Arbace più che funzionale, di Olivier Johnston cui è affidato l’intervento del Gran Sacerdote e di Andrii Ganchuk del progetto Fabbrica Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma, cui spettano le frasi fuori scena della voce di Nettuno che scioglie lo sviluppo drammatico della vicenda e lo avvia verso il lieto fine.

Al termine il successo è stato senza contrasti e tutti gli artefici della serata sono stati lungamente applauditi.

8 novembre – Foto: Yasuko Kageyama-Teatro dell’Opera di Roma

 

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