Quando c’era Marnie: il testamento dello Studio Ghibli

-di Andrea Chimento-

Potrebbe essere l’ultimo lungometraggio dello Studio GhibliQuando c’era Marnie di Hiromasa Yonebayashi, toccante film d’animazione che riunisce dentro di sé tutte le tematiche e la poetica dei film precedenti della storica casa d’animazione nipponica creata da Hayao Miyazaki e Isao Takahata.

quando-c-era-marnieÈ ormai passato più di un anno da quando hanno iniziato a circolare voci su una possibile chiusura dello Studio Ghibli. L’annuncio del ritiro dall’ attività di Hayao Miyazaki (anche se sta lavorando a un corto che verrà proiettato solo nel museo dello stesso Studio) e il flop commerciale del bellissimo La storia della principessa splendente di Isao Takahata, sono stati due colpi durissimi per la casa di produzione giapponese più amata nella storia del cinema d’animazione, e sono la ragione che ha spinto a compiere tale scelta.

Così, Quando c’era Marnie (ultimo film realizzato e distribuito prima dell’annuncio della, speriamo temporanea, chiusura) assume un sapore completamente diverso, quasi testamentario per la casa fondata nel giugno del 1985.

Uscito nelle sale giapponesi nel luglio del 2014, ha trovato spazio nei nostri cinema soltanto poche settimane fa, distribuito da Lucky Red.

Sarà forse per le informazioni di cui sopra, ma guardare adesso Quando c’era Marnie fa nascere una malinconia che trascende il film stesso, per la sensazione di trovarsi di fronte a una summa (non qualitativa, ma tematica) dell’intera vita dello Studio Ghibli, di cui (forse) rappresenterà davvero la parola fine.

marnieFin dal soggetto (ispirato a un romanzo di Joan G. Robinson), i richiami alle altre pellicole sono tantissimi: protagonista è Anna, ragazzina orfana, che viene mandata in campagna da alcuni zii per curare una brutta asma. Qui fatica a integrarsi con gli abitanti del luogo e inizia presto a girovagare solitaria: attratta da una grande villa, in apparenza abbandonata, scopre che al suo interno c’è Marnie, una coetanea con cui stringe immediatamente una sincera amicizia.

Si pone fin da subito una riflessione sulla natura come spazio di vita, libertà, guarigione: è semplice pensare a favole ambientaliste come Nausicaä della Valle del vento (1984, realizzato appena prima della fondazione dello Studio Ghibli) o Principessa Mononoke (1997), ma un riferimento ancor più esplicito è il dolcissimo Il mio vicino Totoro (1988), in cui due sorelline si trasferiscono col padre in campagna per stare più vicine alla madre malata.

E, per quanto riguarda la giovanissima protagonista rimasta senza genitori, il ricordo va allo struggente e meraviglioso Una tomba per le lucciole (1988) di Takahata, con al centro un fratello e una sorellina costretti a cavarsela senza mamma e papà.

Allo stesso modo, l’atmosfera onirica e surreale di Quando c’era Marnie richiama un pizzico La città incantata (2001) o gli altri mondi, vicini eppur lontanissimi, di Arrietty – Il mondo segreto sotto il pavimento (2010).

Il nuovo film, in questo modo, sembra raccogliere qualcosa da tutti i precedenti lavori Ghibli, mescolando gli ingredienti a disposizione per dare vita a un nuovo racconto emozionante e del tutto riuscito.quando-c'era-marnie_mini

Inoltre, la perfezione raggiunta dal tratto dei fondali (così come era impressionante il lavoro visivo fatto con il precedente La storia della principessa splendente) ci fa capire quando i disegnatori dello Studio continuino a evolversi, crescere, migliorarsi; puntando su sfondi mai visti prima attraversati da personaggi che, al contrario, presentano una grafica classica e riconoscibile.

Ma non è tutto, perché il carattere testamentario di Quando c’era Marnie si esplicita nel già indimenticabile finale, quando scopriamo la verità sulla dolce ragazza dai capelli biondi che dà il titolo al film.

Lei (senza voler svelare troppo a chi ancora non l’ha visto) è lo Studio Ghibli: ha raccontato storie ai più piccoli che sono diventate immortali, copiate, riprese e ricordate anche dopo che si è cresciuti.

E non è un caso che questo film sia stato diretto dal più giovane autore della casa, Hiromasa Yonebayashi, discepolo di Takahata e Miyazaki che ha raccolto il testimone dei suoi padri putativi (professionalmente parlando) per far sì che la fiamma continui ad ardere senza spegnersi mai.

Un passaggio generazionale, che è ciò che il film, forse, racconta più di ogni altra cosa.

Il testamento di Marnie, il suo diario, in fondo, è un invito ad Anna a non perdere mai la fantasia, autentica chiave per affrontare al meglio la malattia e, forse, la vita stessa. E così, Quando c’era Marnie (ultimo, prezioso, tassello di un mosaico fatto di gioie e dolori) è un messaggio a tutti coloro che rimarranno orfani dello Studio: quelle storie non se ne andranno mai, riaffioreranno dentro di noi, sempre. Come i nostri nonni che, seppur finiti in un altro mondo segreto, continueranno a guidarci con le loro parole e a farsi guidare da noi sotto la pioggia battente, e non smetteranno di salutarci affacciati a un balcone lontano, illudendoci soltanto che quel movimento altro non sia che una tenda mossa dal vento.

 

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