Da Mendelssohn ai Led Zeppelin dieci ritratti marini

-di Massimo Giuseppe Bianchi-

Ah, il mare. Nella sua piacevole asimmetria, la seduzione del ritmo favorisce le intermittenze del cuore. Lasciamoci cullare da un ingannevole senso di infinità.

Ma c’è un però.

Chi sa spiegare in virtù di quale diavolo la musica che in estate udiamo a bordo spiaggia debba sempre essere irrimediabilmente così brutta? Gigidalessi, Ledighaghe “Voli” a roteare sulle nostre povere orecchie, rottamandone la quiete. Bandite le rime sole-cuore-amore, ho pensato di erigere dinnanzi ai vostri occhi un piccolo monumento alternativo, una “top ten” di opere dedicate a Nettuno.

Sono le vostre cuffie assestate sui padiglioni auricolari?

n. 10  The Ocean. Led Zeppelin

 

Questa canzone del grande gruppo britannico formatosi nel 1968 celebra il versante acquatico più energetico, strepitoso, l’urlo e il rombo dei venti e del mare. Allude a quella vita che sola è degna d’esser vissuta.

Jimmy Page, John Paul Jones e il compianto John Bonham sono schiaccianti, Robert Plant sexy, lirico e quasi disperato. C’è chi ci fa e chi ci è: Robert, semplicemente, è. Potentemente drammatico, gioia e dolore, acqua fresca e bruciante a un tempo. Propongo all’ascolto la versione dal vivo, da The song remains the same del 1973 che reputo superiore a quella in studio: ma son gusti. Roba da macchina del tempo.

n. 9 Octopuss Garden. The Beatles

“I’d like to be, under the sea in an octopus’s garden…”. Caso non frequentissimo di canzone scritta da Ringo (fu la sua seconda), perfetta nella sua aproblematica fisicità, non sofisticata e tuttavia neppure alimentare, fu definita da George Harrison addirittura “una canzone cosmica”. Iperbolico, ma non con tutti i torti, siamo un po’ nel clima di un’Arcadia sottomarina. Oltre ad essere quei grandissimi musicisti che conosciamo, i Beatles mostrano qui come essere “pop” senza forzarsi ad atteggiamenti stupidi o volgari, diversamente da quanto suole avvenire oggigiorno. Drumming di Ringo perfetto come il cacio sui maccheroni. Pare che l’idea della canzoncina, pubblicata sull’album “Abbey Road”, gli fosse venuta nel 1968, mentre si trovava in barca in Sardegna in compagnia dell’attore Peter Sellers. Sublime, degna di Michel Gondry, la versione trasmessa nel 1978 dal “Muppet Show”

 n. 8 Concert by the sea. Erroll Garner

 

Questo travolgente concerto, agito da un mitico uomo-tricheco dalle mani fatate e dalla mente acuminata, forse non sarà l’opera più profonda e meditata del jazz, magari non sonderà abissi oceanici ma non dovrebbe mancare in nessuna discoteca che si rispetti. La sua storia è davvero singolare.

Pianista di Pittsburgh nato nel 1921, scomparso a Los Angeles nel 1977, Garner tenne questo concerto a Carmel, in California il 19 settembre 1955 in trio con il bassista Eddie Calhoun e il batterista Denzil Best. Ambientato in una chiesa sconsacrata, con un pianofortaccio male accordato, l’acustica tutto fuorché ideale, fu immortalato da una registrazione fortunosa ad opera di un fan, tale Will Thornbury, per proprio uso e consumo. Il nastro fu fortunosamente reperito e ciò che ne sortì fu uno dei best-seller più clamorosi della storia del jazz. La forza e l’entusiasmo che si sprigionano dalle dita di Garner vi faranno dimenticare tutti i problemi mondani, proiettandovi in un balzo dalla plaga di Carmel al firmamento stellare. Gioia pura.

n. 7  In The South (Alassio). Edward Elgar

Imponente affresco sinfonico, In the South  fu scritto tra il 1903 e il 1904 ad Alassio, in Liguria, dove il compositore si recava in vacanza con la famiglia. Si era d’inverno e con un tempo calamitoso; ma ciò non impedì a sir Edward Elgar (1857-1934) di stendere sulla pagina una delle sue opere più vivide ed ispirate. Si tratta di un’ampia Ouverture della durata di 20 minuti, quasi un Poema Sinfonico scritto, per ammissione dello stesso autore, in uno stato di trance. Non presenta sezioni distinte e scorre come un flusso ininterrotto; si farà però largo nella vostra memoria il magico episodio centrale, una serenata affidata alla viola solista, interludio che brilla di un diverso colore, come smeraldo che sieda su un ornamento dorato. Assistiamo qui ad una visione nobilmente romantica della natura, vista come riflesso dell’anima e dei sentimenti mutevoli dell’uomo borghese.

n. 6 Firth of Fifth. Genesis

 

Il titolo di questo pezzo, apparso nel disco Selling England by the Pound” del 1973 è un calembour abbastanza intraducibile che fa riferimento all’estuario di un fiume scozzese, il Forth. Composizione complessa e strutturata nello stile del miglior prog-rock, si apre con una delle più belle introduzioni (per pianoforte solo) che si ricordino nella storia di questa musica, forse la più bella. Poi parte l’artiglieria pesante. La voce di Peter Gabriel, il gruppo carico come un ordigno bellico, la freschezza dell’ispirazione…Curiosità: dopo svariati incidenti occorsi al tastierista Tony Banks nelle esecuzioni “live” della sunnominata introduzione, non facilissima a dire il vero, il nostro forzò il gruppo a una soluzione draconiana destinata a procurare acidità di stomaco ai fans, la capitozzatura del suddetto proemio pianistico, che infatti nei concerti più recenti viene omesso. Un caso singolare di legge “ad personam”.

n. 5 o Guarracino. (canzone popolare napoletana del 1700 di autore ignoto)

Meraviglioso componimento intriso di surrealismo puro, dove si descrive il guardino il quale si innamora della sardella, già tuttavia fidanzata dell’alletterato che a sua volta, scoperta la non lieta circostanza di tradigione  causa  una soffiata della patella, scatena una rissa tra diverse fazioni di pesci che finisce con l’assumere proporzioni quasi cosmiche. Per descrivere tale accapigliamento viene stilato un elenco-scioglilingua di pesci tanto smisurato e variopinto che avrebbe potuto lasciare a bocca aperta persino Melville, se questi avesse potuto comprendere l’idioma partenopeo. Geniale lo scioglimento finale: che non c’è, poiché al cantante, dopo cotanto ittico enumerare, viene meno “lo sciato”. L’interpretazione di troppe incantevoli quanto fragili canzoni napoletane viene spesso affidata, specie in TV, a voci sguaiate che ce le ammollano a “tarallucci e vino”, in un clima da suburra. Roberto Murolo ci restituisce invece un’immagine intelligente, elegante, nobilissima di Napoli, lontana dagli insopportabili macchiettismi. E che dizione adamantina!

n. 4  Sea Song. Robert Wyatt

 

Canzone disperata scritta dopo il grave incidente che lo rese invalido, posta in apertura dell’album Rock Bottom (1971), una pietra miliare registrata avvalendosi di collaboratori di livello come Mongezi Feza, Fred Frith, Mike Oldfield. Qui Wyatt, 70 anni compiuti pochi giorni fa (auguri), cerca il mistero e lo afferra per i capelli, il suo canto melismatico è presidiato dalla commozione e si aggrappa come a un filo spinato, lacrimando. Un mare doloroso.

Capolavoro.

 

sembri diversa ogni volta che arrivi 

dall’acqua salmastra coronata di spuma 

è la tua pelle che brilla delicatamente alla luce della luna 

in parte pesce, in parte focena in parte cucciolo di balena.

Sono tuo?

n. 3 Meeresstille und Glückliche Fahrt. FelixMendelssohn-Bartholdy

 

Ouverture forse poco nota di Mendelssohn, ma che personalmente annovero tra le sue opere sinfoniche più belle, illustra bene l’esprit de finesse di questo compositore tedesco (1809-1847) paladino, secondo un’acuta definizione di Massimo Mila,  del “romanticismo felice”. Questa musica di alata perfezione contemplativa, che sembra rifarsi a Mozart e Gluck da una parte e a Shakespeare dall’altra, fu ispirata a due poemi di Goethe che descrivono rispettivamente la bonaccia e il susseguente irrompere di venti favorevoli che conducono il viaggiatore felicemente in porto. Noi, rapiti da questo ideale tragitto, lo seguiamo uscendone rinfrancati come dopo un’immersione negli abissi: immagine forse inappropriata poiché in quest’opera è la superficie la dimensione che rivela tutta la profondità delle istanze contenute nella musica.

n. 2 Am Meer. Franz Schubert

 

Commovente e misteriosissimo lied schubertiano su testo di Heinrich Heine incluso nel ciclo denominato Schwanengesang”, il canto del cigno. Si apre con un accordo geniale, che anche Gustav  Mahler citerà  nella sua Sesta Sinfonia. Come in un racconto di Carver, ambientato però ante litteram in territorio foscoliano, contempliamo due innamorati seduti in prossimità della capanna di un pescatore. Nulla accade, in apparenza. Improvvisamente, la calma illusoria dei profili marini placidamente distesi innanzi ai loro occhi viene turbata da una serie di eventi imprevisti: si alza la nebbia, i gabbiani si levano in volo, lacrime rigano il volto dell’amata… “Da quell’ora si strugge la mia vita/ l’anima muore di desiderio”. Questo spiritato lied è un capolavoro psicologico dove tutto viene detto senza bisogno di spiegare nulla. Ascoltate le battute iniziali e ammirate con quanta finezza la musica di Schubert riesca a descrivere ciò che è impossibile descrivere: il silenzio. L’interpretazione qui suggerita, di Ian Bostridge e Antonio Pappano al pianoforte, è semplicemente da brivido.

n.1  La mer. Claude Debussy

“Tre schizzi sinfonici” completati nel 19o5 che, insieme al “Preludio al pomeriggio d’un fauno”, costituiscono il capolavoro orchestrale di Claude Debussy. Mai nessuno prima aveva saputo sprigionare dall’orchestra una tale ricchezza, al punto di rendere il colore protagonista del racconto quanto e forse più della musica stessa, che qui sembra nascere talvolta addirittura in funzione di quest’ultimo e non viceversa. Tutto ciò che questo compositore scrisse, pur restando per lui un fatto personale, avrebbe finito con l’influenzare enormemente il secolo a venire; e dovremmo constatare come l’influsso della sua poetica, che solo riduttivamente può definirsi impressionista, neppure oggi possa dirsi concluso.

Diversamente dalla coeva “Alassio”, La Mer consta, lo dicevamo, di tre movimenti: “ De l’aube à midi su la mer”, “Jeux de vagues”, “Dialogue du vent et de la mer”. L’ultimo forse più di tutti è metafora di quel dialogo tra il dato naturale e quello mentale che Debussy seppe portare a nuove, vertiginose elaborazioni creando una vera e propria musica sognata, una cattedrale senza guglie.

Buone vacanze.

in apertura La grande onda di Kanawaga di Hokusai, 1830 ca

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