Parla il Capitano Ultimo

– di Stefano Fabbri-

Sergio De Caprio, il capitano Ultimo, oggi colonnello dei carabinieri, l’uomo che arrestò Totò Riina, è senza scorta dal 3 settembre. Ultimo non esitò subito a definire come “mobbing di Stato” la decisione, presa perché non ci sarebbero stati concreti segnali di pericolo per lui nonostante diversi pentiti abbiano fatto capire che potrebbe essere ancora un obiettivo di cosa nostra. Oggi Ultimo, in questa intervista a Words in freedom, torna sull’argomento prendendo atto della decisione e chiedendo però di spiegarla ai cittadini, dice la sua sulla lotta alla mafia e su casi di attualità come quello di Stefano Cucchi e parla di aspetti importanti della sua nuova vita come la casa famiglia che ha voluto realizzare, restando Ultimo tra gli ultimi.

dalla pagina Facebook di Ultimo

Allora colonnello, come si sta senza scorta?

“Si sta come con la scorta…. Si cammina e ci si guarda intorno, con umiltà”. Sergio De Caprio, il capitano Ultimo, oggi colonnello, l’uomo che arrestò Totò Riina, sceglie di non rinfocolare le polemiche che hanno accompagnato la fine della sua vita da scortato: una decisione che lui stesso aveva definito “mobbing di Stato”. Ma Ultimo non rinuncia ad una riflessione: “La scorta non è un diritto. Il diritto è quello dei cittadini ad avere uno Stato che garantisca loro la sicurezza”.

Si va bene, ma nel suo caso?

“No, non voglio parlare del mio caso. E’ stato deciso così. Anche se non posso non notare – dice l’ufficiale dei carabinieri – che c’è chi afferma, anche in Parlamento, che ci sono ancora segnali di pericolo da Bagarella e da cosa nostra, la cosa è inquietante”.

Immagino che si riferisca al fatto che, secondo alcuni pentiti, Bagarella avrebbe cercato di ottenere informazioni su di lei. E non certo per mandarle un regalo. Ma si spieghi meglio.

“Voglio dire che da un lato Leoluca Bagarella, cognato di Riina, è ritenuto pericoloso ed è al 41bis, dall’altra che sembrano venute meno le esigenze di sicurezza legate a questa pericolosità… Qualcuno ha dunque sbagliato valutazione. O Bagarella è pericoloso e quindi deve stare al 41 bis, oppure non è pericoloso e quindi non ci deve stare… La scorta non mi è dovuta, l’unica cosa che è dovuta è la chiarezza e la spiegazione ai cittadini degli atti che si compiono. Bisogna che si capisca che c’è da rendere un servizio: non siamo sudditi”.

Totò Riina tra due carabinieri dopo l’arresto del 15 gennaio del 1993. ANSA/FRANCO CUFARI“

Di mafia Ultimo non parla volentieri: “Non mi occupo più di cosa nostra”, taglia corto l’ufficiale che ha guidato il CrimOr che a Palermo ha portato a termine l’arresto del boss nel 1993 e che è stato poi al Ros, al Noe, il nucleo operativo ecologico, e quindi all’Aise, il servizio segreto estero, e adesso lavora con i carabinieri forestali.

Va bene, ma sull’argomento ha una discreta esperienza… Si sarà fatta un’idea di cosa stia facendo cosa nostra dopo la stagione stragista.

“Quando sono arrivato in Sicilia da tenente dicevano che la mafia non esisteva. Poi ho visto i morti per strada. Oggi non si è mai troppo attenti ad un fenomeno che ha una sua continuità culturale e di sangue, di ‘famiglie’. E’ un meccanismo criminale pericoloso e non è che possiamo accorgercene solo quando ci sono le bombe. Altrimenti sembra che tutto questo sia stato un gioco e questo non sarebbe accettabile. La cosa triste – e tristezza è un termine che torna spesso nell’intervista – è che dobbiamo essere ancora qui a parlarne”.

Lei è un carabiniere. Che pensa degli ultimi sviluppi del caso di Stefano Cucchi?

“Il dibattimento è il luogo nel quale ognuno porterà i suoi elementi. Se c’è chi ha sbagliato è giusto che paghi. Quando ci sono reati è sempre triste. Se poi a compierli è un carabiniere è ancora peggio”.

E a proposito di carabinieri adesso c’è un generale dell’Arma alla guida del ministero dell’Ambiente, un altro settore che conosce bene e dove adesso lavora. E’ una svolta?

“Le persone devono essere giudicate per ciò che fanno e come lo fanno, non per gli abiti o le uniformi che indossano, senza nessun pregiudizio. Questo vale per tutti i cittadini e anche per i ministri”.

D’accordo. Allora parliamo di una cosa che le sta sicuramente a cuore: la casa famiglia per ragazzi che vengono da situazioni di disagio o con genitori detenuti, che gestisce insieme ad altri volontari.

“E’ un modo di fare qualcosa per gli altri. E’ come una preghiera, un dono, ed è anche un modo di essere carabinieri in un contesto di comunità e di legalità. Ed è un modo di dire ai giovani che bisogna avere coraggio”.

Un’ultima domanda: i suoi ragazzi della squadra Crimor, quelli con quei nomi di battaglia come Arciere, Aspide, Ombra, Vichingo? E’ sempre in contatto con loro?

“Certo. Chi combatte sulla strada resta sempre un fratello. E questo, per me, è un privilegio bellissimo”.

http://www.capitanoultimo.blog/

 

foto di copertina: https://internapoli.it/arresto-toto-riina-capitano-ultimo-rifiuta-la-nomina-di-cavaliere-sono-un-mendicante/

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