Non solo Peppone. Gino Cervi, attore antisimbolo

-di Giulia Tellini-

Sessant’anni fa esatti usciva nei cinema ‘Don Camillo e l’onorevole Peppone’. Il film incassò quasi un miliardo di lire (974.500.000 lire), poco meno cioè del film campione d’incassi della stagione, che fu ‘L’amore è una cosa meravigliosa’ di Henry King.

Lo sceneggiatore era Giovannino Guareschi, già autore dei notissimi racconti da cui il film è tratto. Il regista Carmine Gallone. I due protagonisti Fernandel e Gino Cervi. La storia, ambientata nell’ Italia della Guerra Fredda, quella del parroco e del sindaco d’un paesino della Bassa Padana, che  si scontrano, litigano, si fanno i dispetti e s’azzuffano per motivi ideologici ma che, alla resa dei conti, s’incontrano e si scoprono fratelli sul piano umano, quello del buon senso e dei valori comuni.

Nei racconti di Guareschi, certo, il peso narrativo era molto più sbilanciato dalla parte del parroco, ma, nei film, alcuni episodi, (per esempio quello del sindaco che cerca di uccidere il rivale sparandogli dalla finestra), sarebbero stati cinematograficamente inopportuni

E’ di Gino Cervi il  merito d’aver smussato gli spigoli del personaggio di Peppone, che secondo Guareschi non era del resto altro che una brutta copia di don Camillo. Già celeberrimo Cardinale Lambertini nei teatri di tutta Europa, Cervi era strasicuro che Julien Duvivier, regista dei primi due film della serie doncamilliana (Don Camillo e Il ritorno di Don Camillo), l’avrebbe chiamato a interpretare don Camillo.

La scelta del regista francese cade invece su uno straordinario comico connazionale, Fernandel; e Cervi, che dal 1945, al cinema, non riesce quasi più a ottenere quelle belle parti da protagonista che erano il suo pane quotidiano dal 1935 al 1943, appena viene a sapere di doversi presentare a Brescello per vestire i panni di Peppone, mette il muso e, nell’estate del 1951, diserta il set.

Luigi Pirandello al Teatro d'Arte con gli attori dell’ Enrico IV. Accanto a lui, a destra, un giovane Gino Cervi. Roma, 1925

Luigi Pirandello al Teatro d’Arte con gli attori dell’ Enrico IV. Accanto a lui, a destra, un giovane Gino Cervi. Roma, 1925

La gavetta, Cervi (classe 1901), se l’era fatta tutta: aveva cominciato nel 1923 come «generico senza esclusione di parti» nella compagnia di Alda Borelli, per poi essere promosso a «primo attor giovane» nel 1925 con Pirandello, e confermandosi nel ruolo con Olga Ferrari e Annibale Betrone e Maria Melato e Daniela Palmer e Romano Calò, fino al 1935, quando aveva ottenuto la prima parte da protagonista nel cinema grazie a Blasetti e, a teatro, il ruolo di «prim’attore» con nome in ditta grazie a Sergio Tofano.

Dopodiché, la vertiginosa scalata al successo l’aveva visto «prim’attore» e direttore del Teatro Eliseo dal 1939 al 1945, con Paolo Stoppa e Rina Morelli a far da spalla a lui e ad Andreina Pagnani. Quel che poi era successo nel 1945, si sa.

Gino Cervi e Andreina Pagnani in 'I parenti terribili' di Jean Cocteau, Teatro Eliseo, regia L.Visconti, foto Borzacchi

Gino Cervi e Andreina Pagnani in ‘I parenti terribili’ di Jean Cocteau, Teatro Eliseo, regia L.Visconti, foto Borzacchi

Per quanto riguarda il cinema, un ex regista di film di propaganda bellica, Roberto Rossellini, e un ex gagà da telefono bianco (nonché poi regista del Centro Cattolico Cinematografico), Vittorio De Sica, si mettono a fare film neorealisti. Per quanto riguarda il teatro, dall’oggi al domani, l’Eliseo viene offerto su un piatto d’argento al ricchissimo proprietario di una scuderia, che, il neorealismo, si dice l’abbia addirittura inventato. Ma d’altra parte, come scrive Giuseppe Marotta, «chi non ha inventato il neorealismo scagli il primo saggio critico di Guido Aristarco».

Questo trentanovenne allevatore di purosangue, figlio del duca Giuseppe Visconti di Modrone, di nome Luchino, s’installa così all’ Eliseo, si autoproclama regista, comincia le prove a tavolino dei Parenti terribili di Jean Cocteau e si mette a rilasciare dichiarazioni dove dice che il suo modo di fare teatro, a partire dal fatto di trattare gli attori come cavalli, è assolutamente rivoluzionario. Tempo qualche replica, senza battere ciglio, Cervi fa le valigie e se ne va, seguito a ruota dalla Pagnani. Passeranno quasi cinque anni prima che i due primi attori dell’Eliseo rimettano piede in un teatro, con una loro compagnia a stampo capocomicale (che dura dall’ autunno 1949 alla primavera 1951).

Gino Cervi con Guareschi sul set di Don Camillo

Gino Cervi con Guareschi sul set di Don Camillo

Nella torrida estate 1951, dunque, Cervi diserta il set: al cinema, le parti belle che i registi bravi gli offrono sono quasi solo da «caratterista»; in teatro, la compagnia Pagnani-Cervi ha chiuso i battenti quattro mesi prima. Di accettare l’ennesima parte da «caratterista» a lui non va né punto né poco, e, mentre tutto triste si crogiola nell’ indecisione e nel risentimento, corre il rischio di vedersi scippare la parte di Peppone (nel film, primo della saga, Don Camillo) proprio da Guareschi; il quale, tuttavia, non è un attore.

E ad accorgersene, dopo averne fatto le spese, è soprattutto l’enfant prodige del cinema neorealista, Franco Interlenghi, che, dallo scrittore, nel corso di un provino per la scena della partita di calcio Dinamo-Gagliarda, viene quasi strozzato per davvero: «scusi, sa, signor Guareschi, ma noi del cinematografo siamo abituati a fare per finta…», pare gli abbia detto.

Di lì a poco, Cervi arriva sul set, salvando la vita a Interlenghi e trasformando, poco alla volta, il Peppone guareschiano, estremista e forte e rozzo e violento, in un Peppone molto più soft, non più opposto di segno negativo ma elemento complementare del rivale: burbero ma tenero, autoritario ma contraddittorio, sicuro di sé ma imbranato, che fa ciò che non pensa, e capisce di essere nel torto sempre troppo tardi e solo grazie alla moglie o a don Camillo.

Peppone, così, non è più un antagonista, bensì un protagonista al pari del rivale, così come Cervi non è più un «caratterista», bensì un «caratterista protagonista», ovvero un grande (ma non primo) attore sullo stesso piano di Fernandel.

Don Camillo e l’onorevole Peppone è il terzo capitolo cinematografico della saga doncamilliana. Guareschi ne scrisse la sceneggiatura in carcere e inserì per la prima volta il nome di Peppone nel titolo: «Fa che il titolo del film comprenda anche il nome di Peppone. – si legge in una lettera che Cervi gli spedì nella primavera 1955 – Inventa, tu, fantasia ne hai e potresti rendere giustizia al tuo eroe al quale io voglio tanto bene. So che lo farai». E così, infatti, fece. Dopo dieci anni alle prese con ruoli da «caratterista», è la prima volta che l’attore riesce a far saltare agli onori di un titolo il nome dell’avversario di un protagonista.

Diretto da Gallone, ossia da un suo vecchio amico, Cervi, in scene come quella dell’esame di quinta elementare o della dichiarazione alla compagna Clotilde, cesella minuti di minimalismo recitativo d’altissimo livello: serio sempre, sorridente mai, e, nella scena con Clotilde, tutto intento a prendere in giro il se stesso «primo amoroso» che un tempo era stato e che ormai da anni non è più.

 

Nella famosa scena del comizio antimilitarista di Peppone, però, comizio interrotto sul più bello dalle note della Leggenda del Piave che l’altoparlante di don Camillo diffonde a tutto volume nella piazza del paese, Cervi «domina, predomina, trascina e travolge», direbbe Eligio Possenti. E la scena, che avrebbe le carte in regola per essere comica (alla Processo di Frine, per intenderci), si trasforma in una scena da melodramma comico, commuovente e umana. Un’umanità che scioglie come neve al sole la maschera dell’ideologia e svela, dietro l’io collettivo di partito, il vero volto dell’io individuale: le ragioni del cuore trionfano sulla ragione, l’intelligenza sentimentale su quella strumentale, l’emozione irrazionale sul calcolo, la passione umana sulla passione politica e alla fine anche la musica sulle parole. Perché quello che Peppone dice alla fine del suo discorso, aggrappato al microfono e mezzo proteso fuori dal palco, mescolando insieme in un unico pentolone il «re» e la «patria» e la «repubblica» e l’«esercito», di senso ne ha ben poco. È il «caratterista» che trionfa sul «prim’attore», Fernandel, facendolo piangere di commozione e, alla fine, battere le mani entusiasta.

Ricordare Don Camillo e l’onorevole Peppone a sessant’anni dall’uscita nei cinema è necessario, perché è un film onesto, buono, sano, puro. Che fa vedere un mondo nel quale l’umanità e il buon senso e la conciliazione e la fraternità vincono sempre. E ricordare Gino Cervi a poco più di quarant’anni dalla sua morte è necessario, perché è lo specchio di quel mondo, di quell’Italia. Parlare di lui non è affatto facile, perché non ha fatto di se stesso un personaggio, come Alberto Sordi, o Anna Magnani, o Marcello Mastroianni, o Vittorio De Sica, o Vittorio Gassman. Non era un radicale. Amava la verità che sta nel mezzo. Come Gadda, amava i «personaggi-antisimbolo», imprendibili perché multiformi e contraddittori. E perciò è così difficile da imitare. Così familiare. Così empatico. E così umano.

In 'Guardia guardia scelta brigadiere maresciallo' di Mauro Bolognini con Peppino De Filippo, Aldo Fabrizi e Alberto Sordi

In ‘Guardia guardia scelta brigadiere maresciallo’ di Mauro Bolognini
con Peppino De Filippo, Aldo Fabrizi e Alberto Sordi

 

le immagini storiche di Gino Cervi sono tratte dal sito http://di-biancoenero.tumblr.com

 

 

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