A proposito del velo (2): Non esiste un solo velo

-di Daniele Milazzo-

Il “velo islamico”? Non esiste davvero. Ci sono tanti veli, ognuno con una sua storia, una cultura di riferimento, un legame. Gli obblighi prescritti dai testi religiosi? Dipende da chi li legge e da come sono interpretati. LEGGETE LA PRIMA PARTE A PROPOSITO DEL VELO (1): MUSULMANE SVELATE

Propongo due testi. Ecco il primo:

«E di’ alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste, e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; si coprano i seni d’un velo e non mostrino le loro parti belle ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro donne, alle schiave che possiedono, agli eunuchi, ai ragazzi impuberi i quali non hanno interesse per le parti nascoste delle donne. E non battano i piedi sì da mostrare gli ornamenti che celano».

Questo il secondo:

«Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo. Ma ogni donna che prega o profetizza senza velo sul capo, manca di riguardo al proprio capo, poiché è lo stesso che se fosse rasata. Se dunque una donna non vuol mettersi il velo, si rasi i capelli! Ma siccome è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra. L’uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo. E infatti non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo. Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza».

In entrambi si parla dell’obbligo per le donne di indossare un velo sul capo. A dire il vero, nel primo testo si parla di coprire il seno con un velo; ma, per la cronaca, altre traduzioni della frase indicano “lasciar scendere il velo fin sul seno”, instillando l’idea che ci sia un velo che scende dal capo fino al seno. C’è piuttosto una certa insistenza nel nascondere gli “ornamenti”, che potrebbero essere intesi come attributi sessuali in senso lato, ma è difficile capire come si possano mostrare battendo i piedi.

Il secondo testo è molto più esplicito: oltre a stabilire che la donna è sottomessa all’uomo, si dice che questo non deve coprirsi il capo – perlomeno non mentre prega o profetizza – mentre la donna è obbligata al velo, e se si rifiuta va tosata come una pecora. Di più: il velo femminile è chiaramente indicato come un segno di dipendenza (dall’uomo).

Da dove provengono questi testi? Uno è dalla Prima lettera di San Paolo ai Corinzi e l’altro è l’āya 31 della sura XXIV del Corano, e ho pochi dubbi che il lettore medio che dovesse collegare il testo con l’autore affibbierebbe a San Paolo il primo e al Corano il secondo. Ovviamente, è vero il contrario.

Tipi di velo

Tipi di velo

Ora ci si potrebbe chiedere: come mai se San Paolo prevede l’obbligo del velo per la donna noi non lo portiamo? Non mi pare ci siano suore che sfoggino vaporose pettinature, e questo dovrebbe essere un indizio, ma la risposta è che San Paolo continua il suo testo in questo modo: «Giudicate voi stessi: è conveniente che una donna faccia preghiera a Dio col capo scoperto? Non è forse la natura stessa a insegnarci che è indecoroso per l’uomo lasciarsi crescere i capelli, mentre è una gloria per la donna lasciarseli crescere? La chioma le è stata data a guisa di velo». Oltre a ribadire che una donna che prega a capo scoperto è motivo di orrore almeno quanto un uomo con i capelli lunghi, si accenna a questi come “velo naturale”.

La Chiesa – specialmente quella cattolica – ha un clero istituzionalizzato e gerarchico, con vescovi (e papi) in grado di dare una interpretazione cogente delle Scritture ai loro sottoposti; interpretazione che spesso glissa sul significato letterale. In questo caso è detto che il velo femminile è usato dall’apostolo solo come simbolo del velo muliebre il quale a sua volta indica come la natura umana sia sposa di Cristo; se qualche fedele avesse dei dubbi, a un buon parroco si consiglia di citare la seconda lettera di Paolo ai Corinzi in cui dice noi tutti “contempleremo a viso scoperto la gloria del Signore” e la questione è chiusa. Per non sbagliare, però, il Codice di Diritto Canonico

Batula - indossato negli Emirati arabi, Oman e Qatar (fonte Wikipedia)

Batula – indossato negli Emirati arabi, Oman e Qatar (fonte Wikipedia)

del 1917 continuava a prescrivere alle donne di tenere il capo coperto in Chiesa.

Perché le donne musulmane portano il velo? Oltre al passo citato all’inizio c’è un altro passo del Corano: «O Profeta! Di’ alle tue spose e alle tue figlie e alle donne dei credenti che si ricoprano dei loro jalābīb; questo sarà più atto a distinguerle dalle altre, e a che non vengano offese». Cosa vuol dire jalābīb? Qui è il problema. A volte è tradotto come “mantelli”, altre volte tradotta come “veli”: è l’interpretazione di questa parola a stabilire la differenza tra il burqa afgano, che copre totalmente la donna, e il semplice foulard sui capelli. La radice della parola indica semplicemente un indumento, ma di che tipo?

Qui entra in gioco la tradizione. Ci sono decine di tipi di veli islamici, con numerosi nomi e varianti, ma possono essere associati a quattro tipologie: il burqa, il niqab, lo chador e l’hijab.

Burqa, Afghanistan (fonte Wikimedia Commons)

Burqa, Afghanistan (fonte Wikimedia Commons)

Nessuno, fino a una quindicina di anni fa, sapeva cosa fosse un burqa. Ora si finge tutti di saperlo. È un abito a copertura totale, da capo a piedi, senza maniche, solitamente color carta da zucchero, con una retina davanti agli occhi per permettere di vedere e respirare. È un indumento crudele. Ma non è un vero velo islamico. È usato principalmente dalle donne di etnia pashtun, quindi soltanto in Afghanistan e Pakistan, ed è nato nel 1929, l’anno in cui Herbert Ives faceva i primi esperimenti per la tv a colori e Mussolini firmava i Patti Lateranensi.

L’emiro Habibullāh Kalakāni impose questo vestito alle donne del suo harem: inizialmente inteso come un vestito per donne di alto status sociale, fu abolito dalle riforme del partito filocomunista salito al potere con il colpo di stato del 1973. Quando l’esercito di occupazione sovietico si ritirò dall’Afghanistan e nel 1992 fu proclamata la repubblica islamica dai mujaheddin, ritornò la “libertà di indossare il burqa” per le donne, trasformata poco dopo in obbligo dal regime dei talebani.

Il niqab copre il volto lasciando visibili solo gli occhi. Solitamente nero, è una tunica più o meno larga che scende fino ai piedi, con una copertura per il capo e un fazzoletto che dal naso scende fino a metà petto. È l’abito consigliato da tradizionalisti e ultraconservatori come i wahhabiti in Arabia Saudita e Yemen, ed è uno degli abiti tradizionali in alcune zone del sud dell’Iran e del Khuzestan. In Egitto l’imam dell’università al-Azhar del Cairo, Mohammed Said Tantawi ha emesso nel 2009 una fatwa (un parere legale) in cui ha dichiarato il niqab e il burqa incompatibili con la fede islamica. Tantawi ha fatto rimuovere il velo a una studentessa in visita all’università, vietando il niqab nelle classi e negli studentati, dichiarando che l’uso di questo indumento è il retaggio di una tradizione araba che non ha nulla a che vedere con la fede islamica. Dal suo punto di vista le giovani musulmane stanno perdendo il contatto con i veri insegnamenti tradizionali dell’Islam e sono influenzati da imam con poca o scarsa istruzione, dalla quale traggono idee errate e integraliste.

L’8 marzo 1979, festa della donna, la Repubblica Islamica dell’Iran impose l’obbligo del velo alle dipendenti pubbliche. È lo chador, popolare nelle aree rurali, composto da una stoffa semicircolare che ricopre il capo e le spalle, chiusa sotto il mento. Era stato proibito nel 1936 dallo shah per occidentalizzare il paese: la polizia arrestava le donne che portavano il velo e le obbligavano a toglierlo, ignorando le proteste. Dopo l’abdicazione dello shah nel 1941 la legge rimase in vigore ma fu applicata in modo meno severo: indossare uno chador poteva ostacolare la scalata sociale e pregiudicare le possibilità di carriera .

Hijab - stilista Mazlianul Maznan

Hijab – stilista Mazlianul Maznan

L’hijab è un foulard: a seconda delle tradizioni, dei luoghi e delle culture varia notevolmente. Si passa dal colorato dupatta indiano, indossato anche dalle donne induiste, che copre il capo e le spalle, lasciando scoperto il collo e a volte ciocche di capelli, al kerudung indonesiano, dal Kimeshek uraloaltaico, che è un colbacco morbido con un velo che copre anche il collo e le spalle, al foulard avvolto sui capelli e sotto il collo. La parola, che significa velo, tenda, cortina, è usata dai giuristi musulmani come termine generico per indicare la copertura del corpo femminile.

LEGGETE LA PRIMA PARTE A PROPOSITO DEL VELO (1): MUSULMANE SVELATE

 

 

 

 

 

 

 

In copertina: Hijab (Turchia) – www.alvinaonline.com

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