Noi siamo Francesco: la disabilità raccontata col cuore

– di Claudia Porrello-

In occasione dell’uscita del film abbiamo incontrato la regista Guendalina Zampagni. 

Francesco ha 22 anni ed è uno studente universitario modello. E’ un bel ragazzo, alto e sportivo. Vive in una casa dotata di ogni comfort insieme alla madre Grazia, un affermato architetto di Bari, e ha una tata che si prende cura di lui con l’affetto di una nonna. Francesco sarebbe perfettamente “normale” se non fosse per un preciso particolare: non ha le braccia dalla nascita, e questo lo rende un disabile, ma con una spiccata abilità nell’usare le gambe come unici arti e i grandi piedi al posto delle mani. Un’altra cosa lo distingue dai suoi coetanei: non ha ancora baciato una ragazza, e questo per lui ha iniziato a rappresentare un problema.

E’ nata a Firenze ma vive a Roma da più di vent’anni: Guendalina Zampagni ci ha parlato di Noi siamo Francesco, il suo secondo lungometraggio da regista, che narra un momento di formazione della vita del suo protagonista, come spunto per parlare dell’argomento disabilità, “così difficile e delicato e anche strettamente attuale”, afferma la stessa regista. Il film approda nelle sale italiane giovedì 25 giugno, dopo aver vinto il Premio del Pubblico al Festival di Annecy Cinema Italien 2014  ed essere stato presentato allo Shanghai International Film Festival 2015. Guendalina Zampagni è riuscita nell’intento di raccontare il tema della disabilità in modo semplice e sincero.

La regista Guendalina Zampagni

La regista Guendalina Zampagni

In molti hanno definito  Noi siamo Francesco un “docu-film” visto che, per la stesura della sceneggiatura, ha tratto ispirazione da reali testimonianze di giovani disabili. Che aspetti ha ritenuto più interessanti dei loro racconti di vita e con che criterio li hai inscritti nel film? 

La storia di Francesco è l’insieme di episodi di vita di tre giovani che ho avuto la fortuna di incrociare sulla mia strada. Uno di questi, al quale ho “rubato” anche il nome, è italiano e con lui mi sono confrontata direttamente. Gli altri due li ho seguiti a distanza: uno vive in Australia e l’altro in America. Sono tutti e tre ragazzi focomelici, ma due di loro, oltre a non avere le braccia, non hanno nemmeno le gambe. Questa “mancanza” non gli ha impedito di avere una vita piena e di trovare l’amore: tutti e tre sono sposati con ragazze senza disabilità, e due di loro sono già diventati papà.

Delle loro vite ho riportato la quotidianità nel lavarsi, nel mangiare, nell’andare a scuola, in piscina: azioni eseguite con estrema normalità ma con particolari modalità a noi “normali” sconosciute. Ho raccontato il loro legame di amicizia fraterna con un coetaneo non disabile ma, soprattutto, il loro aver trovato l’amore senza paura dei propri limiti e con una costante voglia di sfidarli sempre. Hanno trasformato la loro diversità in una qualità positiva, quello che dovremmo imparare a fare tutti.

Francesco  (interpretato dall’esordiente Mauro Racanati) è uno studente di ventidue anni, il classico bravo ragazzo, di bell’aspetto e parecchio “testone”, come viene definito nel film. Nella creazione del suo personaggio, cosa voleva spiccasse del suo carattere? E nella gestione del suo handicap con se stesso e nei rapporti con gli altri?

E’ inevitabile che una persona come Francesco, che ha dovuto vivere fin dalla nascita una diversità fisica così evidente, sia un ragazzo molto più sensibile e cerebrale, “testone” insomma, rispetto ai suoi coetanei. Si è fatto inevitabilmente molte più domande, ed è da qui che deriva la sua passione per lo studio della filosofia. Francesco, per accettare la propria diversità, ha dovuto fare un grande sforzo psicologico: questo “allenamento” lo ha portato a maturare più in fretta e a diventare molto più saggio dei propri amici. Per non parlare delle difficoltà che ha dovuto affrontare per far accettare agli altri la propria diversità. Una tale persona alla fine non può che non essere un amico prezioso, che sa più di noi. Infatti nella mia storia è evidente come, per il fraterno amico Stefano, Francesco sappia molto più di lui. Ma soprattutto Stefano tratta Francesco come se tra loro non ci fossero diversità. E’ questo il potere dell’amicizia, della conoscenza dell’altro e dell’amore: abbattere le diversità. E’ questo ciò che volevo far vedere: come sia ricco e bello un ragazzo disabile.

Per questo lavoro ha scritturato sia giovani debuttanti sia attori professionisti come Elena Sofia Ricci e Paolo Sassanelli. Cosa l’ha spinta a sceglierli? Che valore aggiunto voleva che dessero recitando nel film?

Elena Sofia e Paolo sono attori che avevo apprezzato in molti lavori, ero sicura che avrebbero dato tanto al film, e così è stato. Sono attori con cui è facile lavorare, bastano poche parole, anche se io sono molto chiacchierona, ti capiscono subito e fanno la scena proprio come volevi, anzi, meglio di come volevi. Sono attori che hanno una faccia “vera”, in cui il pubblico si riconosce. Gli sono molto grata per aver accettato le condizioni economiche e di lavoro della mia piccola produzione; per essersi fidati di me.

Elena Sofia Ricci e Mauro Racanati in una scena del film

Elena Sofia Ricci e Mauro Racanati in una scena del film

Che esperienza è stata per lei dirigere sua figlia (Gelsomina Pascucci), che nel film ha un ruolo significativo, quello di Sofia?

Lavorare con mia figlia è stato un regalo che ho voluto farmi e che spero anche di aver fatto io a lei. Al personaggio interpretato da Gelsomina ho dato il nome della mia seconda figlia, Sofia, così che in quel ruolo convivessero entrambe le mie amate ragazze. Con due figlie grandi il tempo per stare con loro è sempre di meno e quindi aver condiviso questo progetto con Gelsomina è stata un’occasione, principalmente come madre, per stare un po’ più vicina a lei. Come regista invece la cosa è stata più complessa: sono stata molto severa ed esigente, non volevo per niente al mondo che qualcuno potesse pensare che stesse facendo quel ruolo solo perché era mia figlia. Prima di tutto le ho fatto un provino come agli altri attori, poi, trovandola brava, mi sono tranquillizzata. Ero sicura che avrebbe fatto un buon lavoro. Sul set Gelsomina è stata bravissima, tutto quello che le ho chiesto lo ha fatto senza mai discutere. Devo dire che, alla sua prima esperienza cinematografica, non deve essere stato semplice per lei fare una scena di nudo davanti a tutta la troupe e a sua madre.

Raccontando la quotidianità di Francesco e dei personaggi che gli ruotano intorno, ha fatto leva su vari argomenti, tra cui l’amicizia sincera e la ricerca / scoperta (in)cosciente dell’amore. In che modo ha voluto rappresentare questi sentimenti? 

Quando si racconta una storia, anche la più lontana da noi, si racconta sempre se stessi, è inevitabile. Quindi, parlando di amicizia e di amore, ho rappresentato il legame tra due ragazzi con i valori che io do a questo sentimento: il vero grande amico è uno solo ed alla fine è come un fratello. L’amore è qualcosa che tutti desideriamo ma del quale tutti temiamo di non essere all’altezza e spesso non riusciamo a dare e a ricevere amore come vorremmo. Quindi Francesco, con le sue paure  e le sue insicurezze interiori, non è altro che la rappresentazione di come ci sentiamo tutti noi davanti a questi due grandi sentimenti.

Noi siamo Francesco  è ambientato in Puglia. Come mai questa scelta e cosa voleva venisse fuori dai paesaggi che ha ritratto nella fotografia del film?

La Puglia ci ha accolto con la sua efficiente Film Commission e per una piccola produzione come la nostra è stata una grande fortuna. E’ una regione così ricca di paesaggi che veramente vi si può ambientare di tutto: è incantevole, sia dal punto di vista naturale che architettonico. Volevo che il mio film fosse solare, pieno di colori e vita, e che il difficile tema della disabilità fosse associato, inconsciamente e istintivamente, alla bellezza della vita anche nelle sue diversità.

Il protagonista Mauro Racanati

Il protagonista Mauro Racanati

Questo è il suo secondo lungometraggio da regista. Nei tanti anni di carriera nel settore si è confrontata con varie forme dell’audiovisivo: spot pubblicitari, video clip, documentari veri e propri e cortometraggi. A cosa si sente più affine e cosa è il filo conduttore nella varietà dei lavori?

Tutti i miei precedenti lavori sono passi, più o meno piccoli, per riuscire ad arrivare al mio grande sogno: quello di fare film! Quello che più mi interessa è l’uomo, in tutte le sue atipicità e fragilità. Mi piace poter pensare di scavare e scoprire le stranezze dei nostri legami, dei nostri desideri, delle nostre paure. Insomma, fare film è un po’ come fare terapia, dove però tutto è lecito, e le stranezze sono più interessanti della normalità, cosa alla quale invece nella vita tutti aspiriamo. E’ rassicurante essere omologati, uguali, i film invece, nell’unicità delle storie che raccontano, ci ricordano l’importanza e la piacevolezza della diversità, .

Uno sguardo alla storia del cinema italiano:  chi sono stati i suoi modelli di riferimento? 

Cerco di vedere tanti film, e appena c’è qualcosa che mi piace, anche solo lo sguardo di un attore, cerco di memorizzarlo con la speranza di farlo mio e ricollocarlo in una nuova storia. Amo molto il cinema italiano, la commedia “amara”, “agrodolce”, è la mia preferita: quei film in cui ridi e allo stesso tempo ti fa male il cuore. Monicelli, Risi, Antonioni, Scola, Wertmuller, Avati, Amelio, Archibugi… soffro già per tutti quelli che non ho menzionato  ma che negli anni mi hanno fatto sognare.

Tornando a Noi siamo Francesco, c’è una scena in particolare che ha suscitato la nostra curiosità: nell’ultima sequenza assistiamo al ballo liberatorio e un po’ buffo improvvisato dai quattro giovani protagonisti. Cosa voleva rappresentare con questa “danza dei corpi”?

La danza è assolutamente liberatoria, ci fa uscire dai nostri atteggiamenti posturali quotidiani e ci permette di esprimere le parti più profonde di noi stessi attraverso movimenti che possono anche essere goffi ma indubbiamente veri. E’ attraverso la danza che, aiutati anche da un bicchiere di vino in più, riusciamo ad abbattere i nostri muri e a porci davanti all’altro per quello che siamo, senza vergogne. Il ballo mi sembra il giusto passaggio per i miei quattro protagonisti, per poter arrivare alla scena finale con tutti i loro muri abbattuti, ed essere così coraggiosi nell’affrontare l'”altro”. Ma anche per essere generosi come lo sarà Stefano nel “prestare” le proprie braccia all’amico che ne è privo, senza più distinguere quello che è “mio” da quello che è “tuo”, quello che è giusto da quello che è sbagliato, quello che è morale da quello che è immorale, perverso o no. In quel momento di intimità ritrovata, esiste solo la legge dell’istinto, romanticamente la chiamerei “la legge del cuore.”

Ora che il  film esce nelle sale, che sensazioni spera rimangano al pubblico?

Spero che passi il forte bisogno di amicizia e amore che tutti abbiamo. Qualsiasi sia la nostra condizione di partenza, nessuno di noi può viverne senza, nessuno può decidere che qualcuno non ne ha bisogno né diritto solo perché non è uguale a noi. Perché NOI non siamo uguali a nessuno, NOI siamo i primi ad essere diversi.

 

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One Response to Noi siamo Francesco: la disabilità raccontata col cuore

  1. onestoespietato ha detto:

    Bella intervista! Il film è davvero una piccola perla, un’opera d’essai di quelle che vorremmo vedere più spesso nel cinema italiano. Un film semplice e impegnato… non è questa forse una delle migliori ricette per un bel film?