Monticchiello e il Teatro povero: il futuro è adesso

-di Tommaso Chimenti-

Monticchiello Piazza della Commenda

Provate a dirlo a Monticchiello che con il teatro non ci si mangia. Qui non solo ci si mangia ma il borghetto a sette chilometri da Pienza con l’esigenza-pretesto del teatro è riuscito a far parlare di sé, continua a sopravvivere dopo oltre cinquant’anni (siamo alla 53esima edizione), è diventato Patrimonio Mondiale dell’Umanità Unesco, ha creato un indotto di alberghi, ospitalità, ricezione, ristoranti, bed and breakfast nell’intorno creando una vera e propria economia legata a queste tre settimane di repliche dello spettacolo che ogni anno, sempre nuovo sempre originale, va in scena in Piazza della Commenda. Ma non solo, il Teatro Povero è contemporaneamente il motore iniziale del processo, il fine ultimo, l’innesco del procedimento, ma anche il pretesto; sotto il cappello della messinscena, che è la parte più visibile ed esibita (sul palco), nascono mille iniziative che tengono legato il paese (sotto la giurisdizione comunale di Pienza), dalle riunioni per decidere che argomento trattare e come l’anno successivo, all’accoglienza di migranti, la costruzione di un museo, il teatro invernale, la raccolta delle medicine o il trasporto degli anziani a far le visite all’ospedale. Sotto il cappello del Teatro Povero c’è un universo, una galassia di servizi, sotto l’ala del teatro a Monticchiello si nasconde solidarietà, vicinanza e appartenenza, sangue; qui non si è solo vicini di casa ma tutti si sentono partecipi, in prima persona, nessuno escluso, di questo grande processo che li ha salvati dall’anonimato, dallo spopolamento, dall’incuria del tempo che rischiava di far diventare Monticchiello uno dei tanti splendidi borghi abbandonati per mancanza di lavoro, prospettive e abitanti.

Ma il Teatro Povero è qui da cinquant’anni (e il pubblico che ogni sera affolla entusiasta la piazzetta a fianco della chiesa ne è testimonianza), vivo e vegeto, fresco pur rimanendo nel proprio solco, non potrebbe essere altrimenti, dei ricordi, del passato della vita dura delle campagne quando la Val d’Orcia non era di moda, quando nessuno aveva piantato i cipressi tra le zolle per poi fotografarli, quando dei turisti non se ne vedeva neanche l’ombra e quando da queste terre faticose si scappava con la fame. Non è importante la storia che ogni anno da questo piccolo palco di legno gli abitanti raccontano, è importante per loro essere lì sopra e per noi presenziare davanti a questo piccolo miracolo che si accende ogni stagione da fine luglio a metà agosto e che impegna gli abitanti del posto tutto l’anno tra estenuanti riunioni preparatorie, la scrittura condivisa della drammaturgia, le prove sceniche.

Ma, come detto, il teatro è l’incipit e la chiusura, scusa e conclusione sotto i riflettori, ma attorno al teatro, dentro al teatro, grazie al teatro, Monticchiello vive, ha saputo reagire, trovare la sua dimensione. Più che teatro parlerei di comunità che, tra le tante cose, realizza anche uno spettacolo teatrale, fulcro e perno di un progetto cittadino esportabile ed estendibile ai tanti paesi dispersi nello Stivale che soffrono delle stesse dinamiche.

Quest’anno, nella parabola monticchiellese, sarà un anno da ricordare, un anno di cambiamenti e, a queste latitudini, con risorse umane radicate a tradizioni che affondano nel dopoguerra, sono ancora più difficili da accettare, ancora più complicate e problematiche da metabolizzare. La polemica è l’anima della messa in discussione, del ripensamento, del dubbio e delle domande: la figura storica del regista- drammaturgo Andrea Cresti ha lasciato il timone non senza un piccolo strappo interno (infatti non ha seguito né le prove né le recite in piazza). Da questa rinuncia, che segna una linea di confine tra il prima e quello che sarà, arriva il titolo di quest’anno: “Stato Transitorio” allargabile metaforicamente al territorio, alle future generazioni, al mondo del lavoro, alla paura della perdita e la salvaguardia delle tradizioni, i temi cari da sempre ai cittadini arroccati tra queste mura. Sono/siamo in un momento di passaggio, come paese, come Nazione, come Teatro Povero. Al posto di Cresti, il fidato Giampiero Giglioni, da moltissimi anni fiancheggiatore dell’esperto regista, al quale si è unito Manfredi Rutelli, figura romana che in queste terre, tra Chianciano, Montalcino e Chiusi, si è costruito pazientemente una solida credibilità con il lavoro sul campo.

E Monticchiello, anche quest’anno, non delude le attese; Monticchiello che sembra fermo alle origini, lento nell’accogliere i mutamenti, formali, linguistici, scenici e teatrali e che invece, come la tettonica a placche, si sposta gradualmente, a poco a poco, in micromovimenti impercettibili ad ogni edizione, fino a provocare terremoti improvvisi. Anno di passaggio questo 2019 ma Piazza della Commenda è piena, il clima ideale, la luna a spicchio, la Taverna del Bronzone che attende l’uscita. Un gatto bianco si lecca sul palco. Un gatto nero invece è sul sagrato della chiesa. Se ci fosse Kusturica il quadro sarebbe ricomposto. Il palco stavolta è traballante, le assi da finire di stringere, leggermente sconnesso, certamente incerto, il ritardo è palese, il tempo sembra stringere per le consegne, l’anarchia avanza, la figura del leader ha lasciato il posto vacante e la popolazione, quella cittadina e quella attoriale nella metafora che ogni anno solca la scena, si sente naufraga: “Non è chiaro quello che si deve fare” esclamano tra la paura. Sono tanti Gesù ognuno con la propria croce, esistenziale e performativa, tutto è ancora in costruzione ma il futuro è pieno di nebbie e la messa in opera è lontana. Nell’aria buona volontà ma anche caos, si fa ricorso all’unione d’intenti, al nessuno è un’isola, motto evergreen buono per ogni stagione. Il teatro che tanto ha dato loro è anche la loro costrizione: “E’ la nostra gabbia, la nostra prigione”, tra la voglia di chiudere questo lungo capitolo: “Tutto deve finire prima o poi” al timore che non ci sia nessuno che possa portare avanti la loro eredità con mezzo secolo sulle spalle.

Monticchiello Chiesa

Ecco il salto, temporale e contenutistico, caratteristico del Teatro Povero, quel miscelare l’oggi con il passato e il presente con il futuro, tra malinconie e voglia di gettare il cuore oltre l’ostacolo del tempo. Se gli anziani del paese si chiedono se e come riusciranno ad andare avanti, i giovani hanno orizzonti più larghi e sono impegnati in battaglie ritenute sul momento meno concrete e tangibili, come i cambiamenti climatici e il surriscaldamento globale. Vogliono “resistere” e “combattere” ma adesso, paradossalmente è ancora più complicato perché il nemico è invisibile oppure siamo noi stessi e il nostro stile di vita che ci si ritorce contro: forse il nemico numero uno è il benessere, il dare per scontati ed acquisiti per sempre i diritti, la poca voglia di lottare. A scardinare le polemiche interne ci pensa una giornalista (figura non tratteggiata benissimo: molto arrogante, che si pone con piglio e autorità; non ne esce bene la stampa da questo ritratto emblematico; sarebbe stato utile farla riapparire nel finale per chiarire la sua posizione) che entra a piedi uniti e inizia a mettere l’uno contro l’altro gli abitanti, a sollevare dubbi e questioni con toni duri e rancorosi. Figura irrispettosa e infastidente che però è la leva per sollevare il coperchio e far venire a galla le diverse opinioni, guardarsi negli occhi, mettere sul tavolo i problemi per poterli affrontare e risolvere senza infilare la testa sotto la sabbia. Non è un’intervista ma un vero e proprio interrogatorio.

E il gruppo si rinsalda sul passato, rivedendosi nelle immagini, nelle storie e negli aneddoti di chi oggi non c’è più ma che tanto ha dato alla collettività e le proiezioni si fanno di carne ed ossa quando, teatro nel teatro, una parte degli attori (una trentina in tutto; da segnalare, sopra la media: Lina Stolzi, la giornalista, Indro Guidotti e Rosanna Picchiacci) segue e guarda come pubblico sotto il palco altri cittadini-attori che interpretano personaggi che hanno fatto la storia di Monticchiello e del suo Teatro Povero. Il tema su cui tutto ruota, ogni anno, è quello dell’identità, quel “chi siamo?” e “dove andiamo?” che li assilla perché hanno piena consapevolezza di aver costruito un qualcosa di impensabile agli albori e importante e non vogliono che venga disperso; loro, gli attori in scena, gli over, se la ricordano bene, nella vita reale, la fame, la guerra e la miseria, l’hanno toccata con mano. Ed ogni anno sembra un epilogo, una chiusura definitiva, l’epitaffio da scolpire sulla lapide, la parola fine. Ed ogni anno invece, come l’Araba Fenice, il Teatro Povero di Monticchiello rinasce sulle proprie ceneri, più forte ed orgoglioso che mai.

 

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