Maximilian Nisi: Il teatro è una cura

-di Nadia Pastorcich –

Dopo il debutto al Festival di Borgio Verezzi, “Un autunno di fuoco” arriva questa sera al Teatro Bobbio di Trieste. Prodotto da La Contrada, la pièce diretta da Marcello Cotugno vede in scena Maximilian Nisi e Milena Vukotic che si calano nei panni di Chris e Alexandra. È la storia di un figlio che ritorna a casa dopo tanti anni perché è l’unico che può far ragionare la madre. È un incontro tra due generazioni diverse legate dalla passione per l’arte. È il segno del tempo che passa.

Le repliche a Trieste termineranno mercoledì 14 novembre per poi proseguire dal 16 al 25 al Teatro Ghione di Roma e il 27 al Nuovo Teatro Comunale di Gradisca d’Isonzo.

Maximilian Nisi. Ph Nadia Pastorcich

Maximilian, partiamo da quando ha frequentato la scuola del Piccolo di Milano di Giorgio Strehler…

Tutte le volte che vengo a Trieste vado a trovare Strehler al cimitero. Mi fa piacere farlo. Questa volta ho coinvolto nella “spedizione” anche Milena Vukotic e Marcello Cotugno. È un modo come un altro per ricordarlo. È una figura di riferimento molto forte per chi l’ha conosciuto e anche per chi non l’ha conosciuto.

Cosa si ricorda di quel periodo? Com’erano impostate le lezioni?

Strehler era un insegnate in scena: nei suoi spettacoli lui ci metteva i suoi allievi. Non c’è scuola più grande che andare a lavorare all’interno di una struttura così grossa, diretti da un regista importante. Lui, quando stava in un’aula, non sapeva esattamente che cosa dirti, però sul palcoscenico, nel momento in cui ti trovavi a dover dare una battuta, a stare all’interno di una situazione drammaturgica, a doverti sposare con un’idea musicale o con una determinata luce, lui era grandioso. Non era uno di quegli insegnanti che stava sulla parola, sulla dizione, sul movimento del corpo. Queste cose erano di competenza dei suoi collaboratori nonché nostri insegnanti: Marise Flach era per il movimento, Lydia Stix per il canto, Enrico D’Amato per l’interpretazione, poi c’era Andrea Jonasson, Gianfranco Mauri per il milanese, Marina Dolfin per il veneto.
Mi ricordo un rigore che non c’è più, una ricerca della poesia che è andata un pochino scemando e una necessità del bello. C’è stato un momento in cui, qui in Italia, si ricercava il brutto, il grottesco, l’orrido; mi rendo conto che il brutto possa avere fascino, però Strehler era un esteta, gli piacevano le cose belle e io sono venuto su con questo gusto, forse un po’ ottocentesco, antico, desueto, ma abbiamo bisogno di bellezza!

Il primo spettacolo che ha fatto con Strehler?

Il “Faust”: il primo anno di scuola abbiamo fatto Faust I e Faust II, uno spettacolo grandioso, bellissimo. Facevamo delle partecipazioni: ne il Fuori porta eravamo i popolani, mentre ne La cucina della strega, le creature infernali. Quella è stata la prima esperienza, poi abbiamo fatto altri lavori, ho anche sostituito un attore ne “I giganti della montagna” e ne “Il Campiello” e ho lavorato in “Arlecchino servitore di due padroni”. Era un’industria alla quale partecipavi.

Ti preparava per un domani, ti dava le basi sia teoriche che pratiche…

Suppongo che già i provini erano rivolti a questo, era come se fosse un’industria teatrale: loro sapevano che magari l’anno dopo avrebbero prodotto uno spettacolo e che avevano bisogno di una certa tipologia di persone. Tutto era proiettato verso il lavoro. Io ho fatto la scuola non per lavorare al Piccolo, infatti sono stato uno dei primi ad andare via, perché le persone con le quali avrei dovuto lavorare, fra cui anche Strehler, un regista illuminato, erano i miei insegnanti. Gli insegnanti, ad un certo punto, vanno negati perché altrimenti non hai la libertà di sbagliare. Mi sono detto: “Piuttosto che fare il cortigiano in una grande corte, preferisco fare il principe in periferia, però sperimentando, sbagliando, avendo la possibilità di interpretare dei ruoli magari non giustissimi”. Altrimenti, restando, avrei continuato a eseguire i compiti, le regole, che sì sono state fondamentali e con il tempo si sono consolidate, ma che all’inizio sono dei semi che possono nascere, morire, evolversi. È necessario fare il proprio percorso.

Maximilian Nisi. Ph Nadia Pastorcich

E poi con Glauco Mauri ha fatto “L’idiota” di Dostoevskij…

Glauco è una persona che io amo; lo chiamo per il suo compleanno, a Natale e lo vado a trovare spesso nei suoi debutti. Mi aveva già preso prima che entrassi alla Scuola di Strehler. Lui stava preparando “Riccardo II” di Shakespeare con Roberto Sturno nel ruolo principale. Partecipai ad un provino e lui mi scritturò per il ruolo del Duca di Aumerle. Ero felice, contento e onorato anche perché un tempo le tournée duravano due-tre anni. Nel frattempo però mi prese Strehler, allora andai da Glauco. Lui mi disse che se io fossi stato ammesso in qualsiasi altra scuola, mi avrebbe detto di venire con lui perché il teatro si impara sul palcoscenico, ma dal momento che ero stato scelto da Strehler e la Scuola del Piccolo era una delle più importanti d’Europa, dovevo fare questa esperienza formativa e poi eventualmente ci saremo rincontrati. Il destino ha voluto che i primi spettacoli da scritturato io li facessi proprio con Glauco ne “L’idiota”, “La Tempesta”, l’“Edipo re” e l’“Edipo a Colono”. Il personaggio del duca di Aumerle lo feci qualche anno dopo con Gabriele Lavia. Gabriele e Glauco, anche se sono di due generazione diverse, provenendo dalla scuola di Orazio Costa, certe scelte le condividono.
Questa mia esperienza formativa all’interno del Piccolo mi ha dato la possibilità di capire su che cosa dovevo lavorare, quali erano i miei vezzi, i miei problemi, le mie mancanze, perché una scuola non ti deve dare altro che questo: la possibilità, nell’arco strettissimo di tre anni, di comprendere veramente i tuoi limiti e quello su cui è necessario lavorare per migliorarsi.

Lei è venuto per la prima volta allo Stabile di Trieste proprio con “L’idiota”…

Il mio debutto è stato qui con Elena Ghiaurov, Miriam Crotti, Roberto Sturno, Glauco Mauri. Di quel periodo ho un ricordo meraviglioso perché erano le prime tournée che facevo e provavo quella sensazione di libertà, quasi di onnipotenza. Dopo, con il passare del tempo, tutto quello che era straordinario è diventato ordinario e tutto quello che era ordinario è diventato straordinario: adesso, dormire nel mio letto, è diventata una cosa pressoché impossibile (sorride). Trieste mi piace molto, è come Torino ma con il mare. Ci sto bene, perché io sono torinese…

Maximilian Nisi. Ph Nadia Pastorcich

Come mai il Piccolo di Milano?

Era un periodo in cui non c’erano tante scuole, non c’erano neanche così tanti attori. La scuola di Ronconi a Torino è nata dopo. Luca lo seguivo nella sua attività di regista – lui era già direttore artistico del Teatro Stabile di Torino –; andavo a vedere tutte quante le sue prove de “Le tre sorelle”, la “Mirra”, lo “Strano interludio”, “L’uomo difficile”, “La pazza di Chaillot”. Ho fatto “Gli ultimi giorni dell’umanità” in sostituzione di un attore, però facevo un po’ di tutto, anche un lavoro di manovalanza. Per noi giovanissimi questi erano gli spettacoli di Ronconi.
Quando è nata la scuola di Torino, mi hanno chiamato per un provino, ma io ero già a Milano con Strehler. Mi ricordo che per il “Faust” venne Luca Ronconi. Vederlo seduto al Teatro Studio con accanto Nunzi Gioseffi, il suo braccio destro organizzativo, è stata una soddisfazione, perché voleva dire che lui era venuto lì a vedere lo spettacolo di un suo maestro, Strehler che in un modo o nell’altro lo ha anticipato. Come Visconti è stato importante per Strehler, così Strehler lo è stato per Ronconi.

Sono persone che hanno rivoluzionato il modo di fare teatro…

Sì, sono stati i nostri maestri. Quando penso, in un momento come il nostro, in cui c’è veramente poco, di aver avuto la possibilità di stare vicino a due persone del genere, mi accorgo di essere stato un privilegiato. Ho avuto la possibilità di annusare queste persone, anche se poi sono andato via dal Piccolo e da Ronconi: sono sempre stato irrequieto.

È giusto assaggiare un po’ ovunque: aiuta a crescere, a trovare la propria strada…

Ho lavorato con tutti i grandi, l’unica assenza grossa, e mi rincresce molto che ci sia stata, è Massimo Castri. Lui innanzitutto è stato un grandissimo amico; io lo conoscevo bene e reciprocamente ci trovavamo simpatici sebbene lui fosse una persona burbera, benefica però (sorride). Con lui feci degli incontri per fare Oreste nell’“Ifigenia in Tauride” o nell’“Elettra” con Galatea Ranzi e con Annamaria Guarnieri; qualche anno dopo mi richiamò per “Gl’innamorati”. Io ero ancora al secondo anno di scuola, lui mi prese, scritturò me, Maximilian Mazzotta e Vincenzo Bocciarelli per “La disputa” di Marivaux, ma la scuola non ti dava il permesso di prendere parte a degli spettacoli di professionisti durante il periodo scolastico, peraltro era uno spettacolo che nasceva proprio all’interno del Piccolo e che debuttava al Teatro Studio, quindi non avrei potuto nemmeno farlo di nascosto.
Massimo era molto capace, ma purtroppo si doveva misurare con Ronconi e con Strehler. Devo dire però che forse lui era il connubio di entrambi: aveva la poesia, dava importanza al movimento del corpo, lavorava molto anche sulla battuta, sulla lettura del testo. Era come se fosse “il figlio legittimo” di Strehler e di Ronconi. Purtroppo di lui non si parla più.

Milena Vukotic e Maximilian Nisi in “Un autunno di fuoco” Ph Thomas Gurtner

Passando allo spettacolo “Un autunno di fuoco” che debutterà stasera al Bobbio di Trieste, come nasce l’idea di portare questo testo a teatro? Lo conosceva già?

Sono alla perenne ricerca di tesori. Tutte le volte che vedo una libreria mi ci fiondo dentro e quando vado a casa di qualcuno che ha dei libri mi perdo a guardare quello che legge. Vedendo i libri che ha una persona capisci subito la sua personalità, ma anche perché magari in quei testi c’è la possibilità di trovare il tuo “tesoro”. Devo dire che non l’ho ancora trovato. Chiedermi cosa mi piacerebbe fare e cosa potrebbe piacere al pubblico è ciò che mi rende creativo quotidianamente. Mi è capitato già in passato di trovare dei testi come “Mr. Green” che ho portato in giro per due tranche: una volta con Corrado Pani e l’altra con Massimo De Francovich. Ne ho trovati anche degli altri, già conosciuti, ma che ho riportato alla ribalta come “L’impresario delle Smirne”.
“Un autunno di fuoco” era un testo (di Eric Coble n.d.r) che in realtà non conoscevo, ma conoscevo Milena. Tutte le volte che ci incontravamo ci dicevamo che sarebbe stato bello fare qualcosa assieme. Lo scorso anno l’ho rivista e mi sono detto: “Sì, facciamolo!”. Mi sono così messo alla ricerca di qualcosa che non avevo visto – “Mr. Green” lo avevo visto a Vienna e a Parigi –. Alla fine ho trovato questo testo che mi è piaciuto molto. L’ho fatto tradurre in velocità e l’ho proposto a Milena che l’ha letto. Abbiamo poi cercato qualcuno che lo producesse, una vetrina – abbiamo trovato il Festival di Borgio Verezzi – e un regista, Marcello Cotugno, che potesse sposare la nostra idea. Sono molto contento di Cotugno e della produzione de La Contrada perché sono pieni di energia, di voglia di fare e cercano di mettere gli attori a proprio agio in un momento in cui il disagio è quotidiano.

Le ha colpito qualcosa in particolare del testo?

Ho trovato molto interessante che un uomo conosca così bene l’animo di una donna: la descrive perfettamente. C’è anche un divario generazionale, una madre, un’aspirazione artistica di entrambi i personaggi. Lei è una pittrice, non è una stupida, anzi è una donna molto lucida. Ha una lucidità mentale che purtroppo con l’età va perdendo. È presente il discorso del tempo che passa, della difficoltà che noi abbiamo di accettarlo e di accettare quello che accade al nostro corpo che cambia dopo i 30, i 40, i 50 anni. È un testo molto bello ed attuale con il quale sto veramente bene, sono tranquillo, sto in ascolto come spesso mi accade quando mi ritrovo con attori bravi.

Il suo personaggio, Chris, lascia la casa per poi ritornarci dopo tanti anni. La casa, se vogliamo, rappresenta anche il luogo dell’avvicinamento, dove non si può fingere, dove ti incontri-scontri con tutta una serie di riflessioni che forse non avresti fatto…

È un accadimento di vita. Due fratelli e una sorella non riescono a dialogare perché vittime di un periodo che li ha resi aridi. Chris se n’è andato via da casa vent’anni fa, perché anche lui come me, che ho lasciato il Piccolo, aveva la necessità di trovare se stesso da un’altra parte. La presenza di una madre così ingombrante, anche nel bene, è un vincolo, l’amore talvolta lo è. Il mio personaggio viene chiamato perché è l’unico che probabilmente può farla ragionare. Più che la casa, in questo testo, importante è la presenza di un albero al quale Alexandra è molto legata. È un albero che sta fuori dalla sua finestra; lei in realtà quando dice di voler far saltare tutto in aria – che poi è pretestuosa come cosa: Alexandra in realtà riempie le taniche con il liquido che serve per lo sviluppo delle fotografie, che non è così infiammabile. È un concetto più mentale che reale – ha paura che quell’albero possa esserne intaccato. Quella dell’albero è una figura molto bella: l’albero è cresciuto insieme ai ragazzi, è stato testimone della loro vita, inoltre rappresenta la vita stessa, la ciclicità, l’autunno.
Avendo io un giardino posso dire che in inverno vedo il mio ciliegio pieno di un’energia interna, che ha proprio voglia di esplodere. Le piante non sono mai morte e se muoiono servono alle piante successive. Le radici di quell’albero simboleggiano anche il ritorno. Non a caso il mio personaggio torna a casa, scavalcando proprio quell’albero.

Milena Vukotic e Maximilian Nisi. Ph Thomas Gurtner

Questo confronto tra generazioni diverse porta a qualcosa, aiuta i due personaggi?

Sì, ed è più la madre ad aiutare Chris che viceversa. La madre capisce forse di non aver fatto troppo per il figlio, perché presa dalle sue cose, ma si rende anche conto che il figlio in realtà ha perso quello smalto, quella spinta per la vita. Riesce a dare un colpo di reni aiutando se stessa e trascinando con sé il figlio.

Lo scambio tra le varie generazioni forse oggi manca in tutti gli ambienti lavorativi. Si tende a dividere e non ad unire…

Viviamo in un momento di grossissimo individualismo nato anche dai social e dall’utilizzo smodato che noi facciamo di queste tecnologie. Io, fino ai 40 anni, avevo sì il cellulare ma non c’erano tutte queste cose. Noi, a 20 anni, quando andavamo via da casa, eravamo irreperibili. Se una persona ti cercava quando eri fuori, se vivevi con qualcuno, quando ritornavi venivi avvisato. Poi è uscita la segreteria telefonica che ti notificava, per esempio, i tuoi ingaggi lavorativi. Avere però la possibilità di andare a fare una passeggiata a Trieste lungo il mare o in un campo a sentire della musica, era una grandissima libertà. Alle volte ti chiudevi completamente nel tuo mondo e non era difficile essere irraggiungibile. Adesso se non sei rintracciabile, se il telefono è spento, succede un macello. Ma perché si vuole avere il controllo della vita degli altri? Solo io posso avere un controllo della mia vita.

Forse questa società tende a volere troppe certezze, ad avere tutto sotto controllo…

È una grande nevrosi. Tornando al discorso di prima, è importante dire che sono passate moltissime leggi come quella “Under 35” che è stata fatta nell’ambito dello spettacolo. È una legge amorale!
Mi rendo conto che se una compagnia scrittura degli attori al di sotto dei 35 anni ha degli aiuti e quindi è incentivata a farlo, però dal punto di vista artistico ti trovi a dare dei ruoli sbagliati per l’età che uno ha. Quello che accadeva un tempo nelle compagnie era proprio il passaggio dell’esperienza. C’erano attori di tutte le età dove passava veramente la tradizione. Adesso questo non c’è più. La formazione che era legata ad un’esperienza reale, ad un racconto, è stata completamente tranciata. I giovani in questo momento riescono a lavorare, però è a loro discapito: un under 35 lo paghi pochissimo, non gli dai la possibilità di imparare, di formarsi, gli fai fare delle cose che non sono giuste e poi nel momento in cui compie 36 anni lo gettati via. È diabolico!

Non c’è rispetto per le persone. Ormai si opera solo al presente, non si pensa ad un domani…

Non c’è una pianificazione.

Maximilian Nisi e Milena Vukotic. Ph Claudio Ammendola

È tutto molto distaccato. Confrontarsi con persone più grandi aiuta a preparare la mente dei giovani a quella che sarà poi la loro vita. Parlare con chi ha vissuto più di te ti aiuta a fare dei ragionamenti che magari avresti fatto più avanti. Ti scontri nel bene e nel male con una persona che comunque ti può dare qualcosa…

Certo! Penso che le interazioni, la comunicazione della messa in comune, la tradizione, il teatro, in realtà sono più forti di tutto questo che stiamo vivendo, dei sciacalli che ad un certo punto soccomberanno. Ma siamo noi che dobbiamo fare molta attenzione, tutelarci e tutelare, a non chiuderci nel nostro guscio e a non pensare di essere degli isolani unici abitanti di un’isola, perché spesso è questo che accade: ognuno di noi ha il proprio orticello dove non c’è comunicazione e neanche ascolto, il che invece è una cosa prettamente umana. È fondamentale.

Per queste cose uno deve impegnarsi, oggi pochi si impegnano veramente. Ci si muove in continuazione, si fa apparentemente tanto, ma alla fine non si concretizza nulla…

Vero! Un tempo libri come “À la recherche du temps perdu” di Proust sono stati gli unici lavori di uno scrittore che, nell’arco di una vita, produceva una sola opera. Adesso ci sono persone che scrivono in maniera smodata miliardi di cose. Ma è come scrivere sull’acqua: sono testi che non avranno lunga vita.

Se scrivi così tanti libri, lo fai quasi in automatico. È impossibile metterci passione…

Sono profondi come le pozzanghere, a meno che tu non sia una mente illuminata, un genio…

A quel punto possono essercene due o tre al mondo, non cinquecento!

Sì e ci sono anche troppi libri. Quando vado in una libreria rimango sconvolto. Dietro a tutto c’è l’interesse di pubblicare: è diventata una macchina che porta soldi. Spesso sei proprio tu che paghi le tue pubblicazioni. Ci sono anche troppe scuole di recitazione e spesso devi pagare cifre esorbitanti per poterle frequentare. Le scuole dovrebbero puntare sul tuo talento, non sull’aspetto economico. Chiunque esce da queste scuole viene denominato “attore”. Ripeto, ci sono troppe scuole che sfornano presunti attori e di conseguenza non c’è lavoro per tutti.

Maximilian Nisi. Ph Nadia Pastorcich

In “Un autunno di fuoco” fate riferimento all’arte…

Alexandra, la mamma di Chris, è una pittrice. Anche suo figlio, che è stato educato nei musei, dipinge. C’è un bellissimo monologo di Alexandra dove si parla proprio dell’arte e della vita e di come queste due cose siano concatenate. Lei è un personaggio mentalmente lucidissimo proprio per il fatto che continua ad educare la sua mente con la musica e con la pittura, sebbene, ad un certo punto, i suoi quadri diventano quasi delle creature sconosciute e non capisce chi li abbia realizzati – li ha fatti lei – ma questo fa parte della demenza.

Se si legge un libro o se si guarda un quadro quando si è giovani e poi lo si rilegge o lo si riguarda dopo tanti anni, l’interpretazione data inizialmente può cambiare. Magari le esperienze che hai fatto ti hanno portato a guardare tutto in un altro modo. Il quadro è una bella metafora della propria vita…

Io ho dipinto e di tanto in tanto lo faccio ancora. Penso che i quadri siano dei figli illegittimi, questo è un discorso tipicamente maschile, perché per una donna non esistono figli illegittimi: ci sono i figli. C’è un testo bellissimo di Jeff Baron, “Mr. & Mrs. God”, che parla di un signor dio e di una signora dio. Noi diciamo: “Padre Nostro che sei nei cieli”, ma ci sarà anche la madre da qualche parte? Il padre è uno che se ne sbatte proprio dei figli, la madre invece è in apprensione per loro. È un testo davvero intelligente ed intrigante.
L’autore di “Un autunno di fuoco” conosce la psicologia della donna, che è differente da quella di un uomo. Alexandra ad un certo punto quasi entra in conflitto con se stessa: non riconosce più i suoi quadri e quindi è come se non riconoscesse i suoi figli.

Maximilian, lei che quadri fa: figurativi o astratti?

Nasco dal figurativo e poi da lì sono andato in astrazione. Ho sempre trovato la pittura bidimensionale un po’ limitata, mi piace il tridimensionale.

Quindi anche materico?

Sì, non sono arrivato a tagliare tele perché è già stato fatto da qualcuno (sorride). Quando è capitato che magari una setola del pennello finisse nel colore, ero solo che contento: questo mi dava un mino di profondità. Da lì ho cominciato a lavorare con le colle, con gli ossidi, però ho visto che già Burri aveva fatto alcune cose. Nel tempo mi è capitato di scoprire che tante sperimentazioni erano già state fatte: quando ho pensato di mettere l’uovo nel colore, negli ossidi, ho poi scoperto che l’aveva già fatto Paul Klee. Questo mi intriga perché mi fa pensare che tutti parliamo uno stesso linguaggio o perlomeno arriviamo allo stesso punto, magari per poi andare oltre.

Se uno inizia dal figurativo o resta fermo lì o per forza poi si scontra con altri…

È come fare teatro: all’inizio hai bisogno di seguire delle regole che ti vengono date, poi quelle regole le puoi confermare rafforzandole o le devi negare. Non è possibile altrimenti, perché se no diventi un ripetitore.

Bisogna crearsi una propria identità…

Sì, ma non è per essere diverso, bensì per continuare a fare un lavoro creativo, perché altrimenti non si giustifica il fatto che tu ti possa svegliare, come diceva Dalì, tutte le mattine e lavorare otto ore e poi magari produrre delle cose poco interessanti. Il lavoro creativo è questo.

Non si può sempre sperare di creare l’opera d’arte…

Come quando fai le foto: Weber quando scattava foto ne scattava tantissime e poi c’era uno scatto che era “lo scatto”. Se noi controlliamo tutto viziamo l’opera d’arte, mettiamo un’energia all’interno, le diamo un peso che non dovrebbe avere. Un’opera d’arte è libera! Nel momento in cui tu operi, anche distrattamente, ma pure quando sei in scena e devi sapere tutto, poi, ad un certo punto, nel momento in cui si apre il sipario, devi completamente dimenticare ogni cosa e dire: “Tutto ciò che accade va bene, anzi va meglio”.

Se si presta troppa attenzione alle regole da seguire e se si sta attenti a tante cose, non si riesce a trasmettere nulla, si diventa quasi un macchinario che ripete le azioni in automatico…

Nelle scuole di recitazioni insegnano le tecniche di rilassamento, perché se non si è rilassati non si è in ascolto, non può succedere nulla, si è contratti. Bisogna essere completamente in balia della natura che è più grande di noi, ci comprende, ma non possiamo controllarla.

Maximilian Nisi. Ph Nadia Pastorcich

Come vive il passaggio del tempo?

Non lo vivo bene. Innanzitutto mi sento il quadruplo degli anni che ho, sarà anche per la quantità di cose che ho fatto; non è che sia stanco, ma mi rendo conto che “il mezzo del cammin di nostra vita” e lì e che la prospettiva di vita diventa inferiore a quella che c’è stata. Adoro l’energia di quando hai 20 anni. La possibilità che hai quando sei giovane non la percepisci, perché sei preoccupato a dover organizzare la tua vita e ti perdi quel vigore mentale che dopo non hai più.
Una volta avevo girato il film “La notte di Pasquino”. C’era Nino Manfredi che era uomo fisicamente ancora molto attivo, però alle volte si perdeva, mentre Fiorenzo Fiorentini era molto lucido mentalmente, ma fisicamente precario – avevano tutti e due oltre gli ottanta anni –. Io, guardandoli, mi sono chiesto cosa fosse meglio. In quel momento ho pensato che forse preferivo la situazione di Manfredi, oggi, invece, posso dire che la presenza mentale è più importante perché ti dà la possibilità di essere, di esserci e di provvedere a te stesso. Alla fine mariti, mogli, animali, famiglia sono destinati a passare, ciò che va privilegiato è il rapporto che hai con te stesso.
Milena Vukotic è una ragazzina, lei ha progetti, fa tante cose, è una donna veramente in gamba. Mi sembra di avere accanto una persona più giovane di me. Spiritualmente lo è sicuramente!

Forse con il passare degli anni succede questo…

Forse perché è una donna: la donna ha un’età biologica più lunga. Non a caso il mondo è pieno di vedove. Gli uomini sono più basici, non hanno voglia di litigare perché sanno che il tempo che è dato loro è più corto. La donna non è così. L’uomo sta tranquillo, vuole mangiare, vuole dormire, vuole leggere e vedere i propri film, non ha bisogno di litigare. Il mio rapporto con il tempo che passa è molto strano. In questo sono faustiano.

Sta lavorando ad altri progetti?

Ora riprendo con “Un autunno di fuoco”, poi con “Mr. Green” e “Il piacere dell’onestà”. Inoltre sto scegliendo un nuovo testo per questa estate, dei collaboratori, delle persone con le quali fare un percorso gradevole. È quello che desidero in questo momento della mia vita. Sto anche leggendo dei testi: di tanto in tanto mi capita di fare dei reading, delle letture, e se ci sono degli autori che non posso approfondire a livello teatrale, li voglio comunque proporre in qualche modo. Sono viaggi importanti per me. Shakespeare mi ha aiutato moltissimo in un momento della mia vita molto particolare; mi sono reso conto che mentre lo studiavo, lo leggevo, mi faceva stare bene. È come se decidessi di fare una cura con degli integratori potenti, però, in questo caso, sono io il medico.

È bello pensare alla letteratura e al teatro come ad una cura…

Sì, altrimenti non avrebbe significato. È proprio una cura.

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