Max Ranchi, fotografo di regate: Barcolana e non solo

-di Nadia Pastorcich –

Mare e montagna. Lavoro e vita quotidiana. Max Ranchi, nato a Trieste, fin da ragazzo ha capito quale fosse la sua strada. Ha iniziato da subito a fotografare le barche, avvicinandosi al mondo delle regate. Ora è a Trieste per immortalare la 50° edizione della Barcolana di cui suo zio è stato uno dei fondatori.

Max Ranchi a Trieste, ph Nadia Pastorcich

Max, la fotografia a Trieste è sempre stata molto presente, basti pensare alla famiglia Wulz a Ugo Borsatti, solo per citarne alcuni. Lei che è nato a Trieste, cosa si ricorda degli anni ’70-’80 e quando è nata la passione per la fotografia?

La passione per la fotografia è arrivata quando avevo 17-18 anni. Improvvisamente è scoccata la scintilla. Non so il perché, so solo che per un mio compleanno mi sono fatto regalare una reflex Minolta con un buon obiettivo. Posso dire che però ho da sempre avuto un amore per il tele, non ho mai avuto molto interesse per il fisheye o i grandangoli. A 17 anni e mezzo sono andato a fare il servizio militare e mi sono ritrovato con gli alpini. Ricordo che avevo questa macchina fotografica con la quale ho iniziato. Mi divertivo a fare foto in montagna; ogni tanto si andava anche in elicottero o si facevano cose particolari che mi permettevano di fare belle foto.

A Trieste, in quegli anni, era molto vivo l’interesse per la fotografia, lo percepiva?

Sinceramente non posso dirlo, anche perché a 16 anni ho fatto la scuola in Inghilterra. In quel periodo viaggiavo con l’autostop e a Londra andavo a vedere un sacco di mostre. Durante il periodo alpino ho svenduto tutta l’attrezzatura e ho comprato l’ “Ovetto” della Olympus, una macchina piccolissima meravigliosa, molto comoda per fare foto in arrampicata, in montagna.

Cosa l’ha spinta ad andare in America?

Ero stufo di lavorare in Inghilterra e ho deciso di andare a trovare un amico di San Francisco che faceva il fotografo. Arrivato lì, non l’ho trovato e ho scoperto che non faceva nemmeno il fotografo. Allora, non sapendo cosa fare, ho preso un volo one-way per Honolulu, in cerca di fortuna. Lì ho cominciato a lavorare in uno studio fotografico argentino, poi ho lavorato con un fotografo americano che veniva a fare i photoshoots alle Hawaii, a Big Island, dove abitavo. È stato meraviglioso perché ho avuto la possibilità di usare obiettivi fantastici che per me, in quel momento, erano improponibili – me li sono comprati dopo quindici anni di lavoro –; perciò è stata un’esperienza bellissima. Ad un certo punto mi sono stufato dell’America e ho deciso di fare un college di fotografia, prima che il mio lavoro prendesse piede.

Max Ranchi, ph Nadia Pastorcich

In America faceva paesaggi?

Sì, facevo paesaggi, facevo le stampe in cibachrome che poi vendevo nelle gallerie d’arte. Ho lavorato come assistente in questo studio fotografico argentino di Alfredo Furelos e poi ho fatto da assistente a John Russell famoso fotografo di sport. Lui mi usava come assistente; aveva dei grossi phootoshoots che duravano anche dieci giorni con tanti assistenti e modelle; ho fatto pure un catalogo per la DuPont. È stata un’esperienza bellissima!
A Londra sono andato al Blake College. È stata un’esperienza che ho fatto bene a fare: è stata molto formativa e interessante e mia ha aiutato anche dopo ad impostare il lavoro a livello di business. Mi ricordo una frase di una professoressa: “Potete decidere come impostare il vostro lavoro: potete essere fotografi locali, nazionali o internazionali”. Io ho detto subito: “International? Sounds good!”. E questo è quello che poi è successo. Sapendo bene l’inglese, anche se nel frattempo ero tornato in Italia, mi sono subito lanciato nelle regate internazionali.

Quanto è durato il college? Si faceva anche pratica?

È durato un anno. C’era il corso di darkroom technique, cioè sviluppo e stampa in camera oscura, le photo session fuori e ovviamente la teoria. Io avevo già le idee chiare: era il 1994 e c’era la partenza della Volvo Ocean Race che quella volta si chiamava Whitbread Round the World Race; sono andato lì e ho scattato un sacco di rullini per avere materiale di studio. Ho lavorato molto su quel soggetto e la professoressa era ormai stufa di vedere sempre barche (sorride).

The Phuket King’s Cup, 2014, ph Max Ranchi

Come mai proprio le barche?

Perché nel periodo che stavo in America sono venuto un paio di mesi in Italia e ho conosciuto lo skipper Stefano Spangaro. Lui un giorno mi ha detto di provare a fare foto di barche. Così ho iniziato.

Molto casualmente…

Sì, siamo partiti la mattina per andare a Lignano per una regata.

La sua prima regata quindi è stata a Lignano?

Sì, questa è stata la prima. Era una regata importante. Anche questa è stata un’esperienza. Io ho avuto la fortuna di entrare subito nel mondo della nautica ad alto livello, con i professionisti. Sono andato in barca con Gabriele Benussi, Vasco Vascotto, Boldini, Mauro Pelaschier con il quale ho fatto due volte la Giraglia, e altri campioni.

All’inizio scattava in bianco e nero o a colori?

All’inizio mi piaceva il bianco e nero, ma per le barche non è adatto, magari per le barche classiche, come la Vespucci, va bene, ma non per le barche che sono colorate e hanno delle forme moderne. Ho provato a fare in bianco e nero, con la macchina medium format, però non mi sono trovato bene, per quella non ci sono i teleobiettivi…

Mentre per fare foto alle regate il tele è fondamentale: c’è molta distanza…

Sì e poi, come ho detto prima, prediligo i tele; ovviamente, qualche volta, bisogna usare il grandangolo.

Con il tele è un po’ come avvicinarsi in uno spazio intimo, però restando fisicamente lontani…

Esatto! Io da lontano mi ritrovo nella manovra, entro nell’azione, dentro il loro lavoro. Quando però vado a bordo devo usare il grandangolo.

Maxi Yacht Rolex Cup, Porto Cervo, 2018, Ph Max Ranchi

Che regate fa di solito?

Quando ho iniziato c’era la formula IMS con barche tutte diverse, era una formula per farle careggiare più o meno ad armi pari. Questo, negli anni, è cambiato. Adesso fotografo one-design o level class che sono delle barche tutte identiche nel senso monomarca o che sembrano identiche.
Il lavoro è cambiato. All’inizio lavoravo come fotografo commerciale, quindi stavo attento agli sponsor, alle scritte delle barche. Negli anni, invece, ho iniziato a lavorare anche per armatori privati senza scritte sulla barca.

È lei a proporre il suo lavoro?

All’inizio ero io a proporre, ora invece, che mi conoscono, mi chiamano. L’ultimo esempio è la recente regata a Cagliari; ce n’è stata anche un’altra importante a Porto Cervo dove ho chiamato due skipper che mi hanno chiesto le foto. Lì ho fatto un lavoro commerciale per un’azienda di abbigliamento che aveva vestito due barche. In questo caso si usa molto il close-up, perché devi fare molti dettagli, il logo sulla manica. Il photoshoot è quasi di moda, ma ambientato chiaramente nel mondo dello sport.

Quindi non si fanno solo barche, si può spaziare?

Sì, capita anche di fare dei lavori per aziende di fornitori di strumentazione di bordo: in questo caso devi andare a bordo fare i dettagli della strumentazione; per esempio ho lavorato per un’azienda di cime e quindi mi sono concentrato sulle cime cercando di capire cosa fosse necessario fotografare. È interessante.

Bisogna essere esperti di mare…

Ovviamente! All’inizio ho fatto molti trasferimenti poi ho fatto qualche regata e pian piano sono diventato dell’ambiente. Sono stato a bordo, ho fatto anche delle regate belle come Cape Town to Rio, una regata di due settimane dal Sud Africa al Brasile; Fastnet che è una regata in Inghilterra che gira sullo scoglio del Fastnet, sono 620 miglia; è molto dura perché ci sono spesso condizioni difficili. Insomma la mia gavetta l’ho fatta (sorride).

Quest’anno si festeggiano i 50 anni di Barcolana, lei quante edizioni ha fatto?

Sono 23 anni che lavoro e di Barcolane ne avrò fatte probabilmente 8-10. È strano ma in realtà non lavoro mai a Trieste, lavoro sempre in giro. Quest’anno lavoro per uno sponsor italiano, gli altri anni ho lavorato per una barca austriaca, un’assicurazione tedesca – i miei clienti sono quelli che conosco in giro per il mondo – , però ho scoperto che mio zio, Pino Tromba, è stato uno dei fondatori della Barcolana (ed è stato anche il primo presidente della Società Velica di Barcola e Grignano n.d.r) insieme a Stelio Spangaro, papà di Stefano; mentre mio nonno, Ottone (“Otto”) Ranchi ha fatto alcune regate con Adelchi Pelaschier, papà di Mauro.

Barcolana 2017, ph Max Ranchi

C’è qualche suo cliente importante che ricorda o qualche reale che ha incontrato?

Come clienti ricordo l’armatore Niklas Zennstrom che ha inventato Skype e poi Jim Swartz che ha finanziato Zuckerberg per creare Facebook. Ho conosciuto anche Sebastiano von Fürstenberg, l’ex re di Spagna Juan Carlos e Felipe e King Harald che fino a qualche anno fa faceva le regate – la sua barca si chiamava Fram –; è una persona estremamente gentile, simpatica. Anche Felipe è una persona alla mano. Ovviamente non dai del tu a queste persone, però allo Yacht Club puoi permetterti un comportamento “casual”. Fuori invece ci sono tutti i paparazzi, la scorta. Uscito dal club entri nel mondo reale.

Ha incontrato invece qualcuno dell’ambiente dell’arte?

Ho conosciuto un armatore che mi ha raccontato una storia molto interessante: lui abita a New York ed è quello che si occupa della vendita dei quadri della famiglia Picasso.

Immagino che lavorando si creino amicizie…

Sì, ma anche si incontrano vecchi amici: a me è capitato di incontrare sui campi di regate amici che andavano a scuola con me come Stefano Longhi, ho trovato anche uno che ora fa lo skipper, un altro che è allenatore di Optimist. È bello ritrovare, negli anni, tanta gente che conoscevi da giovane nell’ambiente della nautica.
Ora, sì, nascono amicizie anche se il lavoro è diventato più frenetico: una volta si facevano le foto e poi si andava allo Yacht Club e ci si divertiva. Adesso, con il digitale si corre subito in sala stampa perché non ci sono rullini da sviluppare. I velisti sono oberati di lavoro, il navigatore deve controllare i dati, il velaio deve ritagliare le vele – ci sono velai, nelle regate ad altro livello, che ogni sera tagliano le vele anche di pochi centimetri, è un lavoro millimetrico –. Una volta tutto era più semplice, c’era più tempo libero. Ora è aumentata la mole di lavoro, tutto è diventato più estremo.

Key West Race Week, 2013, ph Max Ranchi

Lavora più d’estate o d’inverno?

D’inverno non lavoro; la stagione inizia a marzo-aprile e poi finisce ad ottobre. Durante l’inverno mi piace stare in pace. Comunque in inverno c’è qualche regata come la King’s Cup, un evento particolare in Thailandia che fanno il 5 dicembre e poi c’era, adesso non c’è più, la Key West Race Week in gennaio. In gennaio quando qui fa freddo andare a Key West fa anche piacere (sorride).

Com’è fare foto quando il mare è mosso?

Se sei a bordo, se la barca va veloce, è spettacolare perché hai gli spruzzi sulla coperta. È invece difficile perché devi stare attento all’attrezzatura, ma è anche complicato quando ci sono due nodi, perché in quel caso è tutto statico, come è successo nella recente regata a Trieste della Bernetti. Lì usi un teleobiettivo molto spinto e cerchi di mettere una nave come sfondo…

Di creare dinamismo…

Esatto, di mettere uno spinnaker davanti ad un altro in modo da creare un lavoro grafico.

Credo che il digitale aiuti molto…

Con il rullino era seccante dover ogni volta aprire la macchina per cambiarlo – aveva trentasei scatti ed erano davvero pochi –. Nelle giornate di molto vento e onde si cambiavano tanti rullini e bisognava stare attenti agli spruzzi: le macchine erano delicate. Adesso c’è la comodità che non cambi mai la scheda, una volta dovevi cambiarla spesso perché aveva meno memoria.
Il digitale ha sicuramente facilitato il lavoro nel senso di distribuzione delle immagini: la stessa immagine la puoi subito mandare a dieci persone, una volta, era sempre complicato gestire tutte le foto e dove spedirle, perché magari lo stesso scatto veniva chiesto da più giornali.
Ero riuscito a farmi un mercato di giornali e lavoravo per trenta giornali in Europa; poi, pian piano, sono scomparsi quasi tutti. È da anni ormai che non mando foto ai giornali. Sono subentrati invece i portali di vela online però lì non pagano le foto, ti danno solo visibilità. Capita anche che le grosse aziende ti chiedano le foto da mettere su Facebook gratis. Le foto però vanno pagate, soprattutto se diventano poi parte delle comunicazione commerciale di un’azienda.

Trofeo Bernetti, 2018, ph Max Ranchi

Ora lei è qui a Trieste…

Sì, ho fatto il trofeo Bernetti e domani faccio la Barcolana, martedì invece sarò a Cagliari per il mondiale Melges 32, poi la mia stagione finisce e mi ritiro in montagna.

Un’altra passione…

Mi ritiro in montagna, aspetto la neve, taglio la legna, vengono a trovarmi gli amici dell’ambiente della vela – anche loro sono liberi d’inverno – e assieme facciamo grigliate, feste.

A Gracco (frazione del comune di Rigolato in provincia di Udine), dove lei vive, ha dato vita alla “Alpinbike”…

Ho deciso di fare l’“Alpinbike” perché molti velisti fanno anche altri sport, ad esempio vanno tanto in bici e allora ho pensato di fare una gara di velisti ciclisti. La prima l’ha vinta Stefano Rizzi, poi è venuto anche Gabriele Benussi, Rufo Bressani. L’ho fatta per dieci anni, adesso c’è stata una richiesta per farla ancora, magari la facciamo nel 2020.

Lì fotografa?

No, lì chiamo un fotografo. Una volta ho contattato due miei amici. Mi serve il materiale fotografico dell’evento per metterlo sul sito web, per la comunicazione in generale. Un’altra mia passione è quella di andare ad arrampicare, anche se in inverno è un po’ complicato e poi mi piace fare passeggiate.

Les Voiles d’Antibes, 2018, ph Max Ranchi

Quindi mare e montagna…

Mare per lavoro e montagna per passione, infatti non faccio mai foto in montagna o se le faccio le faccio con il telefonino. Solo un paio di volte mi sono portato il tele, quello pesante (5kg), con lo scopo di fare delle foto al tramonto dalla vetta. Ovviamente una gita fotografica in montagna deve restare tale: non puoi andare lì con tutta l’attrezzatura, ti devi portare un tele, un panino e basta, perché altrimenti ti porti troppo peso.

In poche parole: che cos’è per lei il mare e che cos’è la montagna?

Il mare è l’ufficio, l’ambiente di lavoro, che mi piace molto anche se i viaggi sono stancanti, o meglio le ore passate all’aeroporto, i ritardi. La montagna invece è una cosa più manuale: taglio la legna, spalo la neve e poi anche mi diverto.
Io vivo nel mondo tecnologico per lavoro e poi mi scaldo con la legna e abito in un posto dove una volta c’erano dieci persone e ora ce ne sono soltanto tre. Ho pure l’orto, purtroppo d’estate lo trascuro però riesco comunque a mangiare qualcosa: quest’estate ho raccolto insalata, zucchine e pomodori. Adesso sono pronti i porri che mangio durante l’inverno e i broccoli. Sono diventato bravo a fare un risotto porro e salsiccia richiesto molto dai miei amici. È un po’ un ritorno alle cose di una volta…Mi piace stare nella natura, nel verde.

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