Massimiliano Alberti: L’invitato, un romanzo d’altri tempi

di Nadia Pastorcich

Tre amici: Leo, Tom e Kevin. Due città: Trieste e Vienna. Il tutto in un unico libro: “L’invitato”, edito da Infinito Edizioni con l’introduzione di Francesco De Filippo.
Massimiliano Alberti, scrittore esordiente, nipote dello scultore triestino Tristano Alberti, in questo suo primo romanzo regala al lettore una storia coinvolgente, fresca e se vogliamo anche un po’ controcorrente. Un’unione tra il passato e il mondo contemporaneo in una scrittura scorrevole e comprensibile, ma nel contempo dal gusto elegante e raffinato nell’esprimersi. Per certi aspetti autobiografico, il racconto ci porta da Trieste a Vienna, una decina di anni fa. È la storia di tre giovani uomini, dal carattere ben definito, pronti a mettersi in gioco, ognuno a mondo suo. Si respira l’atmosfera delle grandi feste, la passione per l’arte, in particolar modo per i lavori di Steve Kaufman, la voglia di rincorrere il proprio sogno e l’amore della vita. Alla fine siamo noi, gli “invitati”, a leggere questo libro e a lasciarci trasportare dalle parole dell’autore.

Massimiliano Alberti, come e quando nasce questa sua passione per la scrittura?

Quando ho iniziato a lavorare e passavo del tempo via da casa, le sere le trascorrevo leggendo tantissimo. In seguito ho fatto alcuni corsi di scrittura creativa con “Inchiostro” , rivista per scrittori esordienti fondata dal giornalista Giampiero Dalle Molle, e con Laura Lepri a Milano e infine ho vinto un concorso di scrittura presso il Teatro Litta. Leggevo molto, poi ho preso coraggio e ho iniziato a buttare giù questo romanzo.

Il libro inizia con due citazioni: una di Svevo e l’altra di Joyce. Ha qualche legame particolare con questi due scrittori?

Di Svevo posso dire che ho letto e riletto “La coscienza di Zeno” – mi sono appassionato a quella tipologia di scrittura – mentre di Joyce ho letto “Gente di Dublino”. A parte loro, che ci tenevo a metterli nel libro, ci sono anche altri scrittori che fanno pare del mio “universo”.

Nella sua famiglia ci sono stati degli artisti, può darsi che questa sua passione per la scrittura provenga da tutto questo bagaglio culturale che ha respirato fin da piccolo. Suo nonno era lo scultore Tristano Alberti…

Sì, il nonno era uno scultore. Come ho ricordato più volte, sono cresciuto tra i bozzetti e le statue di un nonno che purtroppo non ho avuto modo di conoscere: è venuto a mancare nel ’76, io sono nato nel ’79, però porto sempre una sua foto nel mio portafoglio, lo ricordo sempre. È lui che ha permesso alla mia famiglia di godere di una piccola notorietà artistica e forse anche economica. Non ci sono dei legami specifici con lui, non avendolo conosciuto, ma sicuramente c’è un’influenza all’arte.

Anche il fratello di Tristano dipingeva…

Sì, Adriano, ma purtroppo non ho avuto modo di conoscere neanche lui.

E invece la nonna?

La nonna è ancora viva. Lei mi ha trasmesso tutti i pro e i contro che può avere la vita di un artista.
Sicuramente tra qualche anno, con tutto quello che mi ha raccontato, ne verrà fuori un libro che parlerà del nonno, una biografia un po’ romanzata, ma di quella che è stata la vera storia di un artista.

Passando ora al suo libro, è un po’ curioso che un scrittore giovane abbia la voglia di ritornare a un tipo di scrittura un po’ datata, ma non per questo non attuale, anzi, c’è un’eleganza e una raffinatezza in un linguaggio contemporaneo, fresco, per certi aspetti, ma senza essere volgare. Una scelta particolare…

Grazie per averlo colto. È stata una sfida, non volevo essere come tutti gli altri. Noi abbiamo una lingua bellissima, volevo cogliere quella che è la bellezza dell’espressione, la non volgarità; volevo anche sfidare quello che è il mondo contemporaneo che classifica questo tipo di narrativa come qualcosa passato di moda. Sono convinto che ci sarà un futuro per questo linguaggio. Qual è stata per me la bellezza di questo libro? Trovare una scrittura forse datata o che ricorda la bellezza del linguaggio classico, però cercando di riproporla in un tempo contemporaneo, senza essere mai volgare, con la speranza di far tornare la gente a leggere il bello, magari cercando di scegliere autori italiani.

Lei descrive feste sfarzose, a volte un po’ piene di eccessi, ma sempre regalando al lettore un’immagine delicata, questo non esclude che non ci siano dei pettegolezzi tra le persone…

Sono stato molto attento a questo. Ho speso sei anni della mia vita con grande piacere, ma anche piangendo qualche volta e rosicchiando il cuscino, proprio per trovare il modo di non cadere nella tentazione della sciocchezza e quindi della volgarità. Sì, ci sono queste feste sfarzose che alla fine sono abbastanza normali in un contesto ricco come può essere Vienna. Una volta, come diceva Wilde, la gente parlava dietro al ventaglio, questa volta magari lo fa un po’ meno. L’importante era non cadere in questo cattivo linguaggio, ma usare una maniera molto dolce per dire quello che si pensa, girarci attorno per poi arrivare all’essenza di quello che uno vuole dire.

Quando ha conosciuto Vienna?

L’ho conosciuta nel lontano 1997, c’era ancora lo scellino. Ricordo che in compagnia di un mio caro amico, ho avuto la fortuna di conoscere questa città meravigliosa e mi sono innamorato a prima vista, non a caso è la città per eccellenza con la più alta qualità della vita. E poi anche perché Trieste ha dei legami storici con Vienna.

A Vienna ci sono ancora le atmosfere che descrive nel libro?

Sì, ma bisogna andarsele a cercare, entrare un po’ nel tessuto viennese, cercare questi salotti, altrimenti si conosce soltanto la superficialità di una capitale, dove gli italiani stanno con gli italiani e via dicendo.

È un po’ come a Trieste…

Un po’ come in tutte le città. Lì ci sono le grandi feste nelle ville, soprattutto nel diciottesimo distretto. Non dimentichiamo che il “Doppio sogno” (“Traumnovelle”, romanzo di Arthur Schnitzler) al quale si è poi ispirato Kubrick per il film “Eyes Wide Shut” si riferiva a quella zona di Vienna dove ci sono ancora quelle feste private.

Leonardo Belli, il protagonista del libro, spesso quando risponde dice “sarà”, come mai questo modo di dire?

Sarà è un modo che mi è venuto così, tante volte si cerca la particolarità, come lo faceva Fitzgerald ne “Il grande Gatsby” nel chiamare “Vecchio mio”. Il “sarà” è un modo piacevole per capire la sciocchezza del personaggio principale che è un po’ un eccesso dell’immaturità. Il sarà è un po’ una sfida e un po’ fa da riflessione.

Leggendo il suo libro si nota che c’è un po’ di Fitzgerald….

Io leggo tantissimo, però, trascorrendo molto tempo in macchina, ascolto un sacco di audiolibri che spesso sono dei classici. Claudio Santamaria, voce di tanti audiolibri, mi ha fatto appassionare a Fitzgerald, rivisto in maniera un po’ diversa da quella che poteva essere la prima versione della Pivano. Ho trovato delle espressioni meravigliose, mi sono permesso di “rubarle”, ma solo chi conosce Fitzgerald può capire i suoi ritmi, poi in realtà nel mio libro c’è anche un po’ di Wilde. Insomma i miei idoli. Il ritmo è importante, il ritmo ti entra nella mente.

È interessante che lei nel libro abbia inserito dell’arte. È un modo per far conoscere Steve Kaufman e le sue opere…

Ci sono due cose importanti: la prima è che mi sono appassionato inevitabilmente di Steve Kaufman e della Pop Art in genere, anche perché lavoro con un’azienda il cui simbolo è fatto da James Rosenquist e quindi non posso non ricordare la Pop Art, ogni mattina che mi alzo per andare al lavoro. La seconda cosa è che Steve Kaufman e Andy Warhol sono entrati nelle mie passioni visive grazie anche all’amicizia con Alberto Panizzoli. Ho deciso di mettere la Pop Art perché non l’ho ancora trovata in nessun romanzo. Oggi la gente mentre legge cerca un qualcosa che le rimanga dentro, che non deve per forza essere una morale, per questo ho voluto inserire la Pop Art.

Quando ha conosciuto Alberto Panizzoli, che tra l’altro ha scritto la postfazione del libro?

Nel 1993, tanti anni fa. È stato lui ad avermi incoraggiato a scrivere. E così ho fatto. Lui è appassionato di Pop Art e nel momento in cui ho deciso di inserirla nel romanzo mi ha dato tutte le possibili nozioni e informazioni a riguardo.

I tre personaggi principali del libro che fine faranno?

Inizialmente avevo previsto un solo libro, ma siccome sta riscuotendo un certo successo, sto pensando ad un seguito. La mia casa editrice, Infinito Edizioni, ed io stiamo lavorando molto sui social e stiamo avendo un ottimo riscontro. Sento che questi personaggi sono ancora vivi e le persone stanno chiedendo una continuazione. Dico spesso che fare un libro è un po’ come provare a strofinare il cerino su un barile di benzina, se per sbaglio prende fuoco, poi non si ferma più. L’importante è non fermarsi mai e continuare a grattare avanti questo cerino, poi vedremo cosa succederà…

Qualche consiglio da dare ai più giovani?

Non me la sento di dare consigli, posso solo dire che un libro non si fa in pochi giorni. Scrivere un libro è una forma di rispetto verso il lettore: devi dargli qualcosa e farlo maturare. È importante anche sapere che quando si fa un libro ci si mette in gioco, quindi bisogna farlo bene perché, come dice il marketing, è difficile avere una seconda opportunità.

Per quest’altro libro quanto dovremo aspettare?

Credo un anno e mezzo. Ora ho più confidenza e sicurezza in me stesso. Sono rodato.

 

Foto di Nadia Pastorcich 
Il quadro nelle foto è di Steve Kaufman.

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