Martina Franca e il Matrimonio segreto

-di Donatella Righini-

 

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Come titolo di apertura della 45esima edizione del Festival della Valle d’Itria a Martina Franca, il direttore artistico Alberto Triola ha scelto il capolavoro di Domenico Cimarosa, Il matrimonio segreto, rappresentata per la prima volta a Vienna nel 1792. Dopo aver trascorso quattro anni a San Pietroburgo presso la corte di Caterina II, di ritorno verso Napoli, Domenico Cimarosa fece tappa a Vienna, dove il 7 febbraio 1792 andò in scena al Burgtheater Il matrimonio segreto, che si dice suscitasse un tale entusiasmo nell’imperatore (che l’aveva commissionata), al punto che, dopo aver festeggiato con tutti i protagonisti della serata, Leopoldo II ne avrebbe preteso un bis integrale.

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La vicenda di Paolino e Carolina, giovani sposi segretamente uniti in matrimonio, e degli altri personaggi porterà a un vorticoso susseguirsi di intrecci tipici dell’opera buffa: per questo l’opera di Cimarosa rappresenta la summa dell’immagine dell’intero Settecento, da epoca dell’equilibrio perduto, a precaria miscela di moderazione e ragionevolezza, vibrante sensualità e sfuggente e indecifrabile chiaroscuro emotivo, ma anche perfetto schema geometrico e musicale, creato dai sei personaggi distribuiti equamente tra tre voci maschili (due bassi e un tenore) e tre femminili (due soprani e un mezzosoprano).

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Al Festival di Martina Franca l’opera è stata allestita nell’edizione critica a cura di Franco Donatoni, edita da Casa Ricordi, su libretto di Giovanni Bertati, nella versione rielaborata da Michele Spotti, Pier Luigi Pizzi e Carmen Santoro. La direzione dell’Orchestra del Teatro Petruzzelli di Bari (che ha inaugurato quest’anno una nuova collaborazione con il Festival martinese), è stata affidata alla bacchetta del giovane direttore Michele Spotti, classe 1993, che ha dato prova di grande professionalità, restituendo con piglio sempre brillante, adeguato ed equilibrato la partitura. Il cast ha avuto come punto di forza il bravissimo Marco Filippo Romano (Signor Geronimo), coadiuvato da Vittorio Prato (Conte Robinson), altro baritono di comprovata esperienza belcantista, e da giovani di straordinario valore, sia vocale sia teatrale, come Maria Laura Iacobellis (Elisetta), Benedetta Torre (Carolina), una bravissima Ana Victoria Pitts (Fidalma) e Alasdair Kent (Paolino). E se anche qualche voce non era travolgente, tutta la “squadra” si è rivelata eccellente nell’arte scenica, realizzando una regia magnifica, affidata al geniale Pier Luigi Pizzi, coadiuvato nelle luci da Massimo Gasparon. La cornice creata da Pizzi è quella di una raffinata commedia di ambientazione sofisticata: in scena è riprodotto un appartamento arredato con preziose opere d’arte contemporanea, e i protagonisti indossano abiti eleganti e alla moda, selezionati dalla collezione della sartoria Latorre, uno dei marchi pugliesi più ricercati di oggi, perché Pizzi ha voluto nobilitare il signor Geronimo – padre ricco e borghese con la smania dell’escalation sociale – rendendolo un gallerista d’arte moderna. Sulla scena, infatti, il regista ha collocato opere molto riconoscibili, di Fontana, Burri e Schifano, che simboleggiano la ricchezza, poiché per averle occorre un bel conto in banca.

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Il folto pubblico ha apprezzato molto lo spettacolo, che, ribadiamo, anche se non ha tutte le voci da cast stellare, ha funzionato perfettamente e ha messo in risalto il potenziale che i giovani (sia il direttore Spotti sia i cantanti), che il Festival ha indivudato, possono far fruttare. L’affiatamento del cast con la regia e il divertimento che Pizzi ha mostrato nell’allestire questa squisita opera, sono la conferma del ruolo che il Festival della Valle d’Itria ricopre per il futuro dell’opera e del bel canto.

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Foto di copertina @Conserva

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