Mario Trovarelli – Psicologia Naturalista * Scrittura espressiva, un racconto (4)

Fame di niente

un caso di anoressia

*

In questa grande stanza sto costruendo la mia felicità. Ho fame. Ma non voglio pensarci.

Mi sentirei spersa in questo spazio così largo se non riuscissi a sedermi accanto alla finestra. Ma per trovare un posto libero sono costretta ad arrivare prima dell’apertura del portone. Alle sette in punto.

Ho bisogno d’aria, perciò devo stare vicino a questa bella vetrata. E ogni tanto guardo fuori per respirare tutta la luce che entra. Dal prato fiorito di maggio.

Mi distraggo. Ho voglia di fumare una sigaretta. Anzi due. Ma devo studiare per questo stramaledetto esame. L’ho promesso alla mamma.

Ieri sera i soliti proponimenti.

Domani mattina, appena sveglia, non cercherò convulsamente i cioccolatini nascosti dietro il comodino. E non li mangerò con l’ingordigia di sempre.”

Sì… col cavolo!

Ho voglia di far pipì. Quasi me la faccio addosso. Però se voglio studiare non devo pensare al sesso. Sennò finisce che me la faccio veramente addosso.

Ero in seconda media quando imparai a provare piacere nel percepire il guizzo veloce che dalla pancia scende giù fino alle gambe.

Il prof mi aveva chiesto di mostrargli il compito e io non avevo il quaderno. Anzi ce l’avevo, ma non glielo mostrai apposta. Per farlo arrabbiare. Mi piaceva troppo quel prof e ogni volta che pensavo a lui mi eccitavo al punto da sentire lo stimolo di far pipì.

Bella sensazione quella di farla e non farla. Fino all’esasperazione.

Da allora non conosco altra forma di piacere. Sento solo sensazioni forti.

Quella prima volta però fu un lampo immediato: “Giulietta, mostrami il tuo compito!” E venni di colpo là nel banco. Dentro le mutandine.

Ne fui sconvolta. Credevo d’aver bagnato tutto di pipì. Mi toccai frettolosamente. E mi sorpresi nel sentire la dolcezza del mio tocco fra le gambe.

Indugiai un po’. Bagnata appena appena, sì, ma non allagata di pipì come temevo.

Dopo quella prima volta il compito al prof non lo mostrai mai più. Lui si arrabbiava molto e io godevo.

A quell’epoca si andava ancora a settembre con gli esami di riparazione, e io rischiai di essere bocciata in matematica. Ma fui promossa lo stesso. Il prof mi disse che aveva capito che ero malata e che aveva tenuto conto di questo.

Malata! Era la prima volta che qualcuno me lo faceva notare con quella tragica semplicità. Ancora oggi non capisco come quel giovane professore di matematica avesse potuto capire.

Dovettero trascorrere altri cinque anni prima di sentirmelo dire una seconda volta. Fu il medico del pronto soccorso a dirlo a mia madre: “Signora, sua figlia soffre di un grave stato di denutrizione. E’ malata di anoressia mentale!”

Mi torna spesso in mente l’episodio del mio primo godimento. Specie quando mi ritrovo da sola con i miei pensieri dentro questa sala di studio.

Sto preparando l’esame di statistica. E non mi piace per niente questa cacata di materia.

Ieri Ariella mi ha detto che ha fatto l’amore con Luca. Beata lei!

Ho fatto finta di essere contenta per lei. La osservavo con interesse. Lei credeva che la stessi ascoltando con affetto. La stronza…. Altro che affetto. Io sono molto invidiosa di lei e del suo corpo (credo) perciò cercavo di immaginare lui dentro di lei. Per rubarle qualche sensazione.

Io conosco solo il piacere intenso della stimolazione che mi procuro da sola.

Ma ora devo studiare. Se voglio costruire la mia vita devo laurearmi. L’ho promesso alla mamma e glielo riprometto ogni sera quando ci sentiamo al telefono: “Piccola mia… prometti alla tua mamma che studierai. Devi laurearti. Altrimenti finirai per ritrovarti senza niente. E io ne soffrirei troppo.”

Mamma, mammina cara, te lo prometto. Farò l’esame di statistica, prenderò trenta, poi preparerò teorie della personalità, e poi psicologia dinamica e dopo ancora teoria e tecnica dei test…. Ti prometto mamma. Ti prometto… ti prometto.”

Ti abbraccio piccola mia. Anche da parte di papà. Della zia, della nonna e della tua sorellina. Mangia, mi raccomando.”

Al telefono la mamma dice sempre che mi abbraccia, poi nella realtà non lo fa mai. Dice che teme di rompermi le ossa se mi stringe un po’ di più. Perché mi vuole troppo bene e potrebbe scapparle di abbracciarmi un po’ troppo forte se si lasciasse andare al profondo affetto che dice di provare per me.

Il cielo di maggio è intenso e blu. Questa finestra è come un quadro d’autore. Grossi alberi verdi, e snelle conifere, spingono le loro cime flessuose fino al secondo piano di questa palazzina. Colline serene sullo sfondo. Un angolo di mare azzurro per sognare. Aiuole verdi molto ordinate, attraversate da candidi vialetti geometrici e ben curati. Grandi margherite dappertutto. Ortensie fiorite dai delicati colori pastello.

Un quadro che dovrebbe infondermi amore nel cuore e benessere nella mente. Ma la mia pancia brulica e io non posso ignorarla.

Ieri sera ho tentato di nascondere il sacchetto dei cioccolatini in modo da rendermi pateticamente difficile il suo ritrovamento.

Ma questa mattina li ho trovati in un lampo e non ho potuto fare a meno di divorarli tutti, in più ho rubato un casino di zucchero dal vassoio del bar. Lo faccio solo quando sono particolarmente eccitata e mi sento bene. L’ho ingoiato in un baleno sulla strada per l’università, mentre venivo in biblioteca.

Poi ho ingurgitato quattro tavolette di purgante e mi sono sparata due microclismi vegetali monodose nel culo.

E così, mentre fuori esplode la gloria di maggio, io andrò al cesso. A restituire al mondo la merda di cui devo liberarmi per restare magra!

A mensa non mangerò un tubo. Quello del pranzo è il mio momento di vittoria. E’ l’unica occasione in cui le mie amiche mi prestano una grande attenzione: “Giulietta ti prego, mangia qualcosa anche tu. Come puoi continuare a studiare se ti concedi solo un succo di frutta per pranzo!”

A volte mi sorprendo a guardare con invidia il vassoio di Giovanna e quello di Ariella. Pietanze sode e saporite come le loro tette e i loro culi carnosi.

Di sera, poi, le porche vanno a scopare coi loro ragazzi. E io resto sola. Abbandonata da tutti.

Non parlano mai d’amore le mie amiche. E io sono sempre molto confusa su queste cose.

Per me il sesso è quello che si fa da soli. Se si sta con un ragazzo lo si deve amare. Se si fa sesso che amore è!

Per fortuna ho il telefonino che mi ha regalato papà. Così chiamo la mamma ogni sera e me ne sto una buona mezz’ora a chiacchierare con lei.

La mamma mi dice sempre che la esaspero. Mi esorta a studiare e a mangiare. Io prometto. Alla mia mamma prometto sempre tutto, perché so che lei mi vuole bene. Me lo dice sempre. Anche papà mi vuole bene. Peccato che sia molto impegnato col suo lavoro e non può badarmi troppo. Ma mi ha promesso che quando andrà in pensione mi porterà a Parigi. Città che lui conosce benissimo perché ci va spesso per lavoro. Credo.

Ogni telefonata con la mamma, però, finisce che lei s’incazza. E dice che se continuo a torturarla con le mie fisime mi sequestrerà il telefonino. Dice anche che non accetto di essere donna. Me lo ripete ogni volta. Ma io le mestruazioni le ho avute. A undic’anni.

Poi una volta vidi mia cugina Agnese, una ragazza molto bella e innamoratissima di Piero, fare una cosa terribile.

Era più grande di me, aveva sedic’anni.

Una sera li seguii mentre andavano sulla spiaggia. E mi nascosi per spiarli.

Si amavano moltissimo quei due, perciò si baciarono a lungo. Io mi gustai la scena mentre sognavo il mio amore futuro.

Poi, improvvisamente, accadde una cosa orribile. Lei cominciò a spogliarsi e a spogliare anche lui.

Mi spaventai moltissimo.

Si rotolarono sulla spiaggia sporcandosi di sabbia come dei porci. Mentre io mi sentivo paralizzata dal terrore.

Fu una scena terrificante che mi inchiodò per ore dietro quei cespugli.

Ricordo che feci molta fatica a tornare a casa.

Quella notte compresi che l’amore non esiste!

L’amore che avevo sognato e che invidiavo ad Agnese si era rotto tragicamente con quello schifo sulla spiaggia.

Mia madre mi picchiò a sangue quella sera perché non avevo saputo darle nessuna spiegazione plausibile per l’enorme ritardo. Ero tornata a casa dopo mezzanotte.

Da quel giorno non ho più avuto fame di niente. Ma divoro chili di dolci e di cioccolatini che poi mi affretto ad evacuare per evitare d’ingrassare.

Persi anche le mestruazioni. Per sempre.

Ora tutti mi guardano come un fenomeno da baraccone. Qualcuno dice che sono uno scheletro ambulante. Chissà se è vero.

Ma ora devo studiare statistica per costruire il mio futuro. Se continuo a distrarmi con queste fisime, come dice sempre la mia mamma, non riuscirò mai più a laurearmi in psicologia.

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