Mario Trovarelli – Psicologia Naturalista * Scrittura espressiva, un racconto (3)

Natale al Parco

*

S’incontravano all’imbrunire sulle panchine del parco. Dandosi le spalle.
Si ascoltavano, ma non si erano mai guardati. Nessuno dei due conosceva i lineamenti dell’altro. Eppure avrebbero potuto giurare di conoscersi così bene da potersi descrivere vicendevolmente con assoluta precisione. Fin nei minimi particolari.

Stavano in silenzio e senza muoversi, rinunciando persino a mangiare la merenda portata da casa. Tanto grande era il bisogno di scoprirsi l’un l’altro.
Porgevano attenzione ad ogni movimento, anche al più piccolo. Se si fossero messi a scartocciare il panino o a stappare la bottiglietta del caffè, avrebbero fatto un gran baccano e magari avrebbero rischiato di perdere il sospiro sommesso di lei o il colpetto di tosse appena accennato di lui.

Persino i borbottii dello stomaco erano diventati una parte importante della loro comunicazione. Dei veri e propri segnali. Come se le viscere si fossero assunto l’incarico di pronunciare le parole taciute dalle loro labbra.
Così, ascoltandosi nei loro piccoli fruscii, si conobbero a tal punto che ad ogni minimo gesto dell’uomo faceva eco una chiara percezione della donna sui pensieri di lui. E viceversa.

Di solito arrivava prima lei. Si sa, le donne sono un po’ impazienti, un po’ ansiose. Prendeva posto sulla sua panchina e accennava una piccola rotazione del capo. Come per accertarsi che lui non fosse ancora giunto. E aspettava. A volte pochi minuti, altre volte un po’ più a lungo.

Poi finalmente udiva dei passi. Li avrebbe riconosciuti tra mille.
“E’ lui.” Pensava col cuore in gola.
Era lui infatti. Che calpestando le foglie scricchiolanti del vialetto, rendeva percettibile l’annuncio del proprio arrivo.
E si tranquillizzava. Anche oggi avrebbe trascorso un po’ di tempo insieme con lui.
Erano passati mesi dal loro primo incontro, eppure ogni volta era come la prima volta. Con l’ansia di una fanciulla, l’anziana donna prendeva posto sulla panchina e trepidante si disponeva all’attesa.

“Oggi pioverà.” Le capitava di pensare qualche volta. “Sicuramente non verrà. Se ne resterà a casa a godersi il calduccio del caminetto. Vorrà giocare con i suoi figlioli, oppure coi nipotini, o col suo cane…. O forse preferirà andare in osteria per fare una partita a carte con gli amici.”

La rabbuiavano molto quei pensieri. E diventava triste. Eppure qualcosa le diceva che lui sarebbe venuto e si sarebbe seduto alle sue spalle. Non osava neppure immaginare che lui potesse mancare a quel tacito appuntamento. Qualcosa le suggeriva che lui era come lei.

Ma ogni volta temeva. E sperava.
E ogni volta il suo cuore finiva per aver ragione. E lui arrivava.
Era diventata così sottile la sensibilità della donna nell’indovinare cose dell’uomo, che la sua fantasia spesso giocava a creare l’abbigliamento di lui. Dal colore della giacca al motivo disegnato sulla sua sciarpa…. E ancora la cravatta… i gemelli… il fazzoletto…. Tutto gli dipingeva addosso.
Poi gli metteva un bel sorriso sotto i baffi e se lo rimirava… lo guardava come farebbe una moglie che accompagna il marito ai Grandi Magazzini per rinnovargli il guardaroba.

Ma immancabilmente finiva per rendersi conto che stava volando con la mente. Allora ricomponeva il pensiero e tornava su quella panchina. A quel silenzio costellato di sospiri, di colpetti di tosse, di piccoli movimenti….
Lui nel frattempo assaporava il dolce tepore del profumo di lei. Immobile. In silenzio captava i pensieri della donna. Si beava di tanta dolcezza.
Di quanto in quanto lei si soffiava il naso, così, tanto per confermare la sua presenza.

E lui si accorgeva di quel gesto futile e affettuoso della donna sin dal momento in cui lei progettava di aprire la borsetta per prelevarne un fazzolettino profumato. Doveva essere molto delicato quel piccolo pezzetto di stoffa. Forse di cotone ricamato… o di seta. Al gusto di mughetto.
Lei si soffiava il naso. Lui sorrideva sotto i baffi e rispondeva con qualche colpetto di tosse.

Verso la fine di novembre fece molto freddo. La radio e la televisione non perdevano occasione di ricordare alla povera donna l’eccezionalità dell’ondata di gelo. Le temperature polari si portarono molto al di sotto della media stagionale. Il vento gelido soffiava da est-nord-est: Bora!

Le panchine di pietra erano un po’ riparate dai cespugli. Ma anche quei fragili arbusti, infine, avevano dovuto cedere le ultime foglie al vento impetuoso, sicché non proteggevano più quel nido dal freddo.
Lei era molto preoccupata e non faceva altro che pensare e ripensare a come preservare quell’incontro giornaliero. Non poteva rinunciarvi. Sentiva ormai di vivere soltanto per quelle ore nel parco in compagnia del suo interlocutore silenzioso. Sconosciuto, eppure tanto familiare.

Pensò a tutte le possibili soluzioni. Ma stava quasi per arrendersi… quando le venne in mente un’idea. Avrebbe fatto al suo amico un magnifico regalo!
Si tirò su. Tornò a sperare. E quel giorno uscì di casa con un grande fagotto sotto il braccio. Giunse alla panchina un po’ affaticata, ma felice. E attese l’arrivo di lui.
Quando finalmente lui venne trovò una morbida coperta di lana ad attenderlo. Se l’avvolse tutta intorno e si sentì al caldo.
Lei sorrise di soddisfazione quando i colpetti di tosse di lui si fecero più accentuati e frequenti.
Il grande freddo era vinto!

Da quel giorno la morbida coperta fu sempre pronta a proteggere il silenzioso colloquio quotidiano tra lui e lei.
Faceva freddo, ma i due riuscivano ugualmente a stare sulle panchine per un po’. Poi veniva buio e si alzavano. In sincronia. Contemporaneamente. Senza una sola parola. Senza un movimento scomposto.
E fu così per tutto l’autunno….

Ma venne l’inverno. E lei ebbe di nuovo paura.
Il giorno di Natale temette che la neve potesse separarli per sempre. E pianse. Dapprima sommessamente, poi sempre più accoratamente. Pianse tutto il giorno.
Finché i singhiozzi finirono per scuoterle il petto e la pancia.
Nel primo pomeriggio, come di consueto, si predispose a uscire per il parco.
Prese il suo bastone bianco e si avviò cauta per i vialetti innevati. Esplorò gli alberi con la punta del bastone da cieca.
Arrivò alla panchina ma non si sedette. Lentamente si voltò indietro come per guardare.

La panchina era vuota, ma più in là, benché priva della vista, vide lui che la salutava col braccio alzato e con il volto carico d’affetto. Indossava l’abito che lei gli aveva disegnato addosso tante volte. La sciarpa intorno al collo. E sorrideva sotto i grandi baffi.
Era la prima volta che lo vedeva.

“Addio, dolce compagna della mia solitudine. Buon Natale amore mio! Ti aspetterò nel paradiso dei ciechi.” Le disse mentre gettava via il bastone bianco che ormai non gli serviva più.

Si avvolse come in un mantello nella morbida coperta di lana ricevuta in dono da lei.
E scomparve in una nuvola di luce.

 

 

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