Mario Trovarelli – Psicologia Naturalista * Scrittura espressiva, il sogno (1)

 

Racconto interiore

senza spazio né tempo, il sogno!

 
C’era una volta una bella principessa. Buona. E c’era anche una brutta strega. Cattiva.
La paura genera una perdita di rapporto con la realtà. Il terrore ottunde e non ti fa pensare.
Ma vado ugualmente nel bosco per cercare me stesso.
L’assenza genera fantasmi che si sostituiscono al reale ormai lontano. La lontananza diventa fantasma che rinforza la necessità di essere assente e così via.
Ma ormai sono fuori casa. E sono smarrito. Mi sono perso.
Sei lontano da te stesso. Tu cerchi di parlare, ma la parola non porta alla verità. Bisogna mostrare l’anima. E il fantasma non parla. Si mostra e tace.
E tu non puoi neppure odiarlo.
Il racconto ti consente di confessare l’odio. Diceva sempre la mia nonna. Ogni volta che ne hai voglia puoi rifare il mondo. Inventandone uno nuovo.
C’era una volta un re. E una bella regina.
Ma quel re non sono io e tu non sei la regina.
E quelli laggiù… chi sono. Ormai spariti. Forse erano solo barboni che dormivano e mangiavano nel tunnel della ferrovia.
Nel racconto non puoi mentire, ti esprimi. Comunichi stati d’animo. Ma solo se il racconto è autentica narrazione.
Io mi racconto per esserci. Non mento mai quando scrivo. Anche quando non dico la verità.
Parlo dell’anima mia. La narrazione mi protegge dalla minaccia interna. E dalle intemperie del mondo.
Il racconto è sincero. Anche quando non dice la verità!
C’era una volta un ragazzo. Aveva speranze e sogni. Progetti a non finire. Il cuore gonfio di bontà.
L’hanno mandato in guerra, aizzato, deriso.
L’hanno umiliato.
Ha ammazzato.
Ma si è salvato, perché è rimasto buono.
E’ diventato un vecchio ricurvo. Ma negli occhi ancora la speranza.
C’era una volta una bambina buona. Viveva nel bosco in una piccola capanna. Era una fata. Ma poi venne l’orco.
La menzogna porta alla falsa salvezza. Stacchi la spina dal mondo e da tutti.
Colpevole!
Sei condannato alla solitudine. Per sempre.
Il racconto non mente. Anche se non descrive cose vere. Perché il racconto non descrive niente. Semplicemente narra.
Ogni relazione è basata sull’affetto. La parola non chiarisce la relazione, anzi talvolta la devia, la nasconde. La sostituisce.
Il racconto ha la forza della semplicità. E’ un bimbo che guarda il mare. Una fanciulla povera che ruba una mela. Una vecchia che ride di cuore senza denti.
Nessuno di loro parla senza dire.
C’era una volta una mamma. E il suo bimbo biondo.
Poi venne il lupo.
Il racconto è una testimonianza dell’inconscio. Una forma di comunicazione profonda. Un mezzo di sincerità.
Nel racconto il significato non è nelle parole ma tra le parole, nelle immagini evocate dalle parole. E dai suoni. Una modalità di conoscenza intensa. Permette l’identificazione con loro. Coi personaggi della scena. Una dimensione onirica. Inganna la censura attraverso la metafora.
Lo puoi leggere e rileggere il mio racconto. Lo puoi stringere al cuore… il mio racconto.
Un giorno sentirai un’aria familiare. La riconoscerai tra mille, perché viene da lontano. Soltanto la nonna sapeva cucinarti le focacce in quel modo. Ora lei è scomparsa e nessuno preparerà più focacce per te. Tu raccontalo. Ho voglia di leggere la tua storia.
C’era una volta un vecchio pescatore. E un bambino.
E c’era una volta un re. Ma non sono io quel re. E tu non sei la regina.
Piove.
Molte storie nascono ancor prima di essere scritte. Ma se nessuno le raccoglie svaniscono nel nulla. Devo affrettarmi. Devo scrivere il mio racconto. Per non essere più solo.
Un tempo accarezzai l’ambizione di scrivere il racconto più bello del mondo. Poi mi resi conto d’averlo già scritto. Dentro gli occhi tuoi noisette.
Il mio racconto cura tutte le ferite.
La funzione terapeutica della narrazione è nota sin dalla preistoria. Le prime narrazioni avvenivano attorno al fuoco che scaldava l’aria e cuoceva sommariamente le prede di caccia. Oppure dentro nelle grotte.
Si narrava dei grandi viaggi solitari o in compagnia di qualche vicino congiunto.
La vita interiore è immensa. Questo senso d’eternità mi è di conforto per tutte le tempeste.
Nell’orto fertilizzato della preoccupazione e della fatica, scaldato dall’affetto, sono piantate le tue esperienze. Le mie sono incolte.
Nel racconto posso essere quello che voglio. Lo scrittore e il lettore v’immettono tutti i significati possibili. Chiunque nel racconto può identificarsi con chi vuole. Anche nel mio.
C’era una volta un principe. E una fanciulla bella e dolce.
Il territorio sommerso dell’intimità genera il pensiero che diventa racconto.
Finché penso con la pancia non ho niente da temere.
C’era una volta un cuore…
Sono vivo perché racconto… e vissero tutti felici e contenti.
Quello della narrativa non è mai uno scenario vero ma quello di tutte le realtà possibili. E’ tutto quello che può accadere, e per questo dipinge un mondo avventuroso. Il più ricco che possa essere conosciuto.
Gli elementi che fanno da sfondo alla storia supportano la finzione rendendola possibile.
Nel mio racconto c’è finzione autentica. Menzogna d’autore. E’ così che rendo il senso a una vita che non ha senso. Il falso diventa desiderabile, l’imbroglio accattivante, l’insolito divertente.
Il delirio seducente.
Vivo così.
C’era una volta… l’anima mia.
Ora dov’è.
La narrazione mi protegge dalla minaccia interna. E dalle intemperie del mondo.
Il mio racconto è sincero. Anche quando non dico la verità.
C’era una volta un ragazzo. Aveva sogni e speranze. Progetti a non finire. Il cuore gonfio di bontà.
Mi hanno mandato in guerra, aizzato, deriso.
Mi hanno umiliato.
Ho ammazzato.
Mi chiedo se mi sono salvato. Perché sono rimasto buono.
Non sono mai diventato vecchio. Sono cresciuto… ma a che prezzo!
Nei miei occhi ancora la speranza.
C’era una volta una bambina buona. Viveva nel bosco in una piccola capanna. Era una fata. Ma poi venne l’orco. E me l’ha portata via.
Sono colpevole?
 
 
 

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