L’uomo che portò la Sardegna nel futuro

-di Massimiliano Morelli-

Un lombardo trapiantato quasi a forza nell’isola felice quando nel continente veniva considerata un carcere con la porta aperta: Gigi Riva, l’hombre vertical che ha cambiato l’Italia

La Sardegna giammai! Posso io, “lumbard” verace, trasferirmi qui? L’aereo sorvola la costa e sta per atterrare a Elmas, roba d’un mondo in bianco e nero, prima metà degli anni Sessanta, il dio-palla è ancora il niente, nulla cosmico se non un divertimento, quattro calci a una sfera di cuoio e mille sogni, tranne far soldi, se va bene ci tiri fuori i danè della pagnotta a fine mese e qualcosa in più rispetto agli operai. Luigi Riva, vent’anni e un piede mancino con la dinamite dentro, Gigi l’orfano cresciuto senza l’affetto di genitori morti troppo presto, Riva che diventerà l’emblema di un popolo. Tutto racchiuso nella carlinga d’un velivolo d’altri tempi, macché superjet privato, anzi un biglietto di seconda classe e la speranza di arrovesciare quel viaggio in un amen, trasformandolo presto nel cammino di ritorno. Sliding doors, prendo questa uscita o quest’altra? Quale porta? L’aria di Cagliari è diversa, c’è profumo di mare che ti avvolge appena tocchi il suolo sardo mentre qualcuno ti osserva in maniera distratta. Dicono che quel ragazzo secco e allampanato giocherà col Cagliari, serie B, ma chi è un attaccante? Ma chi è ’sto Riva? Niente sciarpe attorno al collo, solo il più assordante dei silenzi.

Ecco, giust’appunto. Riva è un centrattacco che sa giocare solo col piede sinistro e il destro gli serve solo per camminare, a Leggiuno dove è nato ne sanno qualcosa i ragazzi che si mettevano in porta e che puntualmente non vedevano il pallone quando capitava sul suo mancino, poi l’hanno adocchiato con la maglia del Laveno Mombello e hanno pensato bene di provare a fargli dar due calci al pallone con cognizione di causa. Gigi tifa Inter, lo vorrebbe il Bologna, per lo meno qualche buon emiliano vorrebbe intravedere di che pasta è fatto. Si ritrova invece nell’isola dimenticata dal potere centrale, nel luogo dove lo Stivale viene chiamato “continente”. Pecorai e banditi, la Sardegna viene scambiata per un carcere con la porta aperta, ci mandano gli infedeli dello Stato che sbagliano e devono essere puniti. Che ci va a fare un “lumbard” come me laggiù? Io giocavo col Legnano, in serie C, e mi stava bene. Qui non ci voglio restare. E poi… mi hanno pagato trentasette milioni di lire? Ma sono soldi veri? Se non è un sogno è un incubo, e tanto me ne vado presto.

Un giovane Riva agli esordi, in azione con la maglia del Legnano nella stagione 1962-63.

Un giovane Riva agli esordi, in azione con la maglia del Legnano nella stagione 1962-63.

Lo sbarco non è quello di Normandia, la serie B che chiama però è come una sirena nel bel mezzo del mare per un salto di qualità qualunque che diventa leggenda. «Dalla sua cella lui vedeva il mare» canta Lucio Dalla, e quel detenuto pare davvero quel mingherlino di Luigi il varesotto. Bastano i suoi otto gol per accompagnare il Cagliari in serie A, roba d’altri tempi e d’un football che vive di pane duro e secco e gente normale, senza tatuaggi e monili, scevro dal business e dal companatico di tv a pagamento e svarioni nei commenti. Serie A, ma si, resto qui, alla fin dei conti si sta bene, la gente mi piace e io piaccio alla gente. E faccio quel che mi piace ricordando papà morto in fabbrica, mamma che l’ha raggiunto presto e mia sorella Fausta, ah, se non ci fosse stata lei a educarmi, chissà dove starei adesso. E se va male mi metto a fare il meccanico.

Gigi Riva e il suo sinistro (http://blogamari.com/gigirriva-70-anni-di-un-mito-dieci-frasi-che-ti-faranno-innamorare-di-lui-di-nuovo/)

Gigi Riva e il suo sinistro (http://blogamari.com/gigirriva-70-anni-di-un-mito-dieci-frasi-che-ti-faranno-innamorare-di-lui-di-nuovo/)

Macché male, Cagliari giorno dopo giorno diventa un puzzle di mille pezzi, macché mille, tanti e tanti di più. Cagliari è un puzzle che non si scompone mai, neanche quando pensi che ti manchino i brandelli di cartone colorato e che ti abbiano fregato quando hai comprato la scatola. Gigi diventa uomo e s’innamora dell’isola felice, lo chiamano “Giggirrivva” fin quando Gianni Brera non gli affibbia il nomignolo giusto, “Rombo di tuono”, roba da far tremare i polsi ai portieri e a chi ostenta l’essere cronista senza saper distinguere un fuorigioco, senza minimamente intuire qual è il campo per destinazione lungo il perimetro d’un campo di pallone. Sinistro al volo e in volo mentre incorna davanti al San Paolo con la maglia azzurra e i tedeschi dell’est che si spellano le mani per gli applausi di quell’angelo che ha appena infilato Croy per la terza volta in una partita dove Mazzola e Domenghini diventano comprimari nonostante avessero dato il “la” al successo.

Sandokan Silvestri e il dottor Arrica, il filosofo Scopigno e le nottate passate fra scure di caffè e nuvole di fumo, Albertosi e Gori, Bonimba e Martiradonna, e poi dove vai se ti ferma Niccolai? Prosdocimi, le figurine della Panini, il maialino sardo, l’amore di Gianna, una gente da difendere, una maglia da amare… Ma si, resto qui per sempre, al diavolo chi adesso mi fa la corte per tornare nel continente. Mi dispiace dottor Agnelli, io sto troppo bene in Sardegna, che vengo a fare a Torino? “Marisa” Boniperti tenta l’impossibile per accattivarsi le simpatie del “lumbard” diventato sardo, che porta all’Amsicora uno scudetto e diventa, come Amsicora, la guida dell’antirivolta. Nel duecentoquindici avanti Cristo quel cartaginese ricco sfondato che combatté Roma e la sua dittatura; e negli anni Settanta Amsicora che rivive nel corpo di Riva Luigi classe 1944, uomo tutto d’un pezzo che immola le gambe per la nazionale ma che combatte contro tutto e tutti per un popolo che lo ha eletto re mentre la Barbagia e l’Ogliastra – ma dove stanno? neanche i prof di geografia lo sanno – diventano l’ombelico del mondo.

Il Cagliari di Gigi Riva è campione d'Italia (http://www.mondi.it/almanacco/voce/565001)

Il Cagliari di Gigi Riva è campione d’Italia (http://www.mondi.it/almanacco/voce/565001)

Lo scudetto è festa d’un paese allargato e arriva fino al nord dell’isola, fra mazzi di fiori, pochi schiamazzi e tanto folklore, balli e rivincite, Graziano Mesina mancato latitante solo per il Cagliari e una presenza di squadra alla Domenica sportiva educata e compita, roba che a pensarci oggi i “pischelli” sogghignano perché sono abituati ad altro in un calcio ormai cambiato maledettamente in peggio. “Ho vinto tre volte la classifica dei marcatori e ho una gamba più corta dell’altra perché Americo e Hof volevano fermarmi a tutti i costi. Ma va bene così, fa parte del gioco. Un gioco che oggi mi diverte meno di ieri ma non perché non ne faccio più parte. Perché è cambiato in malo modo, come tante altre cose. E preferisco fare il papà e il nonno, e comunque mi emoziono quando la gente mi ferma per strada, e mi stringe la mano, e mi dice che ha sognato di più grazie a un mio gol”.

Che poi di gol “Rombo di tuono” ne ha fatti tanti rispetto agli anni che ha potuto dedicare al football. Due stagioni fermo per gli acciacchi causati da difensori maldestri, e lo strappo di quel febbraio 1976 che mi fece dire “basta col calcio!” durante una partita col Milan… Qua non c’è un Pallone d’oro da ostentare, ma una serietà oggi introvabile e quei trentacinque gol prodotti nelle 42 partite vissute in azzurro la dicono lunga sul valore. Perché sono passati dopo di lui Boninsegna e Bettega, Pablito e Schillaci, “Spillo” e Graziani, Totti, Roby Baggio e Balotelli, Serena, Toni e Quagliarella e il record è ancora li, intonso come quando nel 1973 la palla scivolò dalle mani del brasiliano Leao e lui, avvoltoio rapace, la buttò dentro. Addio Meazza, adesso c’è Riva.

«Quando Gigi Riva tornerà – Una grande festa si farà – E le banda ubriaca suonerà – Per intero l’inno nazionale – Arrangiato in versione ska – Dio, ce ne sarà da raccontare – Quando Gigi Riva tornerà», Pietro Marras lo ha cantato così. Io, ancora oggi, mi emoziono nell’osservare le immagini di quand’ero bambino e cominciavo a sognare; e avrei pagato oro per essere quel ragazzino al quale Gigi Riva ruppe un braccio perché s’era avvicinato troppo dietro una porta quando il pallone scagliato dal mancino che avrebbe voluto avere perfino Pelè gonfiò troppo in fretta la rete. E ancora oggi che ho scavalcato gli “anta”, quando il Cagliari perde una partita, dico che è perché mancava Gigi Riva in campo.

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