Libertà di creare: Jafar Panahi, un film capolavoro in un taxi

 – di Maristella Tagliaferro –

“Niente può impedirmi di girare film perché, quando sono spinto al limite ultimo, mi connetto con il mio sé interiore e in quegli spazi intimi, nonostante tutte le limitazioni, la necessità di creare diventa un bisogno addirittura più imperioso”. Jafar Panahi

Già premiato con la Caméra d’Or al Festival di Cannes nel 1995 per Il palloncino bianco, con il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2000 per Il cerchio – che nella edizione inglese ha un sottotitolo che spiega tutto: Her only crime was being a woman – con l’Orso d’Argento al Festival di Berlino nel 2006 per Offside, nel gennaio 2015 il regista iraniano Jafar Panahi diffuse una nota per spiegare cosa lo spingeva a contravvenire alla condanna che la giustizia iraniana gli aveva inflitto: non creare opere d’ingegno, non girare film. La sua ‘colpa’? Aver partecipato a una manifestazione di protesta contro l’uccisione di una studentessa nei giorni della ‘green revolution’ che si opponeva alla rielezione di Ahmadinejad. In realtà, la condanna inflitta a Panahi è ben più complessa: prevede infatti anche sei anni di carcere – ha scontato alcuni mesi di carcere duro, uscendo su cauzione: potrebbe essere ricondotto in prigione in qualunque momento – e vent’anni di divieto di rilasciare interviste e di lasciare il Paese. Ma dopo la condanna lui ha girato clandestinamente tre film: This is not a film (Cannes 2011), Closed curtain (Berlino 2013), Taxi Teheran che il 14 febbraio scorso gli è valso l’Orso d’Oro.

taxi teheran 3“Essere privati della propria arte è come essere privati della vita stessa” ha dichiarato il presidente della giuria Darren Aronofsky consegnando il premio alla nipotina di Panahi, Hana Saedi, protagonista assoluta del film, che lo ha ritirato commossa per conto dello zio. Ma non si è trattato di un ‘premio politico’, di un tentativo di compensare un regista privato della libertà di creare: l’opera di Panahi, arrivata nelle sale italiane il 27 agosto, è un vero capolavoro.

Girato con pochissimi mezzi – alcune mini telecamere nascoste all’interno di un taxi guidato da Panahi, che interpreta sé stesso – dà in primis l’impressione di una semplicità talmente convincente che si ha quasi l’illusione di assistere a una serie di scene di vita reale ‘filmate a caso’ su un mezzo di trasporto che a Teheran è collettivo.

Ma è una scrittura molto sapiente, ricca di citazioni e di rimandi, di metafore sceniche e giochi di specchi, quella che muove i personaggi, talmente cesellati che ognuno di loro varrebbe un romanzo. Sono interpretati da attori non professionisti che rischiano, come il regista: perciò i loro nomi non compaiono nei titoli di coda. Sale a bordo uno scippatore forcaiolo che battibecca con una borghese progressista su vantaggi e svantaggi della pena di morte, davanti a un venditore di film pirata che si rivelano l’unico strumento con cui cinefili e addetti ai lavori – Panahi compreso – possono conoscere il grande cinema occidentale. Viene caricato un uomo gravemente ferito che vuol lasciare la casa all’amata moglie e ha paura che suoi fratelli gliela sottraggano, così detta un testamento alla taxi teheran 5videocamera dello smartphone del regista-tassista: a mio parere una metafora della situazione di Panahi. Indimenticabili le due amiche anziane che trasportano un vaso con due pesci rossi come quelli che si trovavano nelle case italiane decine d’anni fa, rivelando una serie di prigioni mentali autoimposte.

Questa prima carrellata sarebbe sufficiente per un qualunque grande regista. Non per chi è consapevole del fatto che c’è il rischio che quello che sta girando sia il suo ultimo film, e ha deciso di consegnare al mondo una sorta di testamento appassionato in cui disquisire non solo sul cinema, ma sulla libertà di espressione in generale. Su come distinguere il bene dal male. Sull’essenza della vita.

Il colpo d’ali arriva con la piccola Hana, che anche nel film interpreta la nipotina del regista: sale a bordo arrabbiatissima perché lui l’ha fatta aspettare, vuol chiedergli dei consigli per un cortometraggio che dovrà presentare a un concorso scolastico nazionale. Sin dalla prima inquadratura è evidente che Panahi ha riservato il ruolo del proprio alter ego principale a lei: al suo piglio da attrice consumata, ai suoi capricci infantili che vanno di pari passo con grandi interrogativi, al suo sguardo sulla realtà mediato da una piccola videocamera che usa per girare alcune immagini del lavoro per la scuola. Magistrale la scena in cui l’alunna legge al grande regista i limiti fissati per consentire la distribuzione dei film: un primo piano ci svela il momento in cui la ragazzina si rende conto che le sue riprese di momenti di vita reale non potranno essere mostrate.

Nonostante la percezione molto realistica della clandestinità, dei pericoli, delle sofferenze dentro e fuori le prigioni materiali e immateriali, della ‘normalità del male’ che il film mette a fuoco in una città di regime e di resistenza – per certi aspetti non dissimile, purtroppo, dalle nostre città – dalla prima all’ultima scena si respira un senso di ironia e di leggerezza, come se a guidare la narrazione fosse un filo rosso invisibile che ci dà la certezza che ogni tassello andrà a posto. Come i pesci rossi salvati da morte certa grazie a una tanica d’acqua e a una borsa di plastica che spuntano provvidenzialmente dal bagagliaio. Come le splendide rose rosse con cui l’avvocata accompagna la storia purtroppo taxi teheran 7vera di Ghoncheh Ghavami, condannata perché con altre giovani donne avrebbe voluto assistere a una partita di pallavolo. Come se – nell’eterno interrogativo sul bene e sul male – Panahi ci volesse dire che alla fine vince il bene.

E’ sull’inquadratura di una rosa rossa che il regista ci mostra il tentativo di alcuni agenti di sottrargli il filmato. Tentativo andato a vuoto: Taxi Teheran arriverà rocambolescamente a Berlino, vincerà l’Orso d’Oro e sarà distribuito in oltre trenta Paesi. Mentre il mondo del cinema, e non solo, si mobilita per garantire a Panahi la libertà di creare.

 

 

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