Leonardo in un atto. Parla Andrea Certa

di Attilio Cantore

Dopo cinque secoli dalla morte di Leonardo da Vinci, il suo mito (che sconfina quasi in una ossessione irrinunciabile) continua ad affascinare numerosi artisti e a stimolarne la creatività. Nel corso del 2019 numerose sono state le mostre in programma, i concerti disseminati un po’ ovunque e le manifestazioni di ogni tipo. Ma l’estro degli italiani, si sa, è proverbiale. Quando tutto sembrava essere stato già detto a proposito del sommo artista, ecco che il Teatro Lirico “Giuseppe Verdi” di Trieste, in maniera del tutto originale, si fa promotore di uno spettacolo di potente suggestione, offrendo di questo celebrativo anno leonardesco, in qualche maniera, un compendio. La nuova commissione del teatro triestino (dopo Il Castello incantato di Marco Taralli e Amorosa presenza di Nicola Piovani) si intitola, appunto, Le nozze di Leonardo ed è affidata al compositore Antonio Di Pofi su libretto di Giuseppe Manfridi e Guido Chiarotti. Una produzione che, una volta di più, testimonia la fertile attenzione della Fondazione per la musica contemporanea: come ha sottolineato il direttore artistico Paolo Rodda, «un’occasione di riflessione e di studio per dare un segnale di innovazione».

L’azione di questo atto unico si finge nel 1491. Dopo le nozze di Beatrice d’Este e Ludovico “il Moro” (celebratesi nel castello di Pavia il 17 gennaio), al castello sforzesco di Milano fervono i festeggiamenti, con grandi banchetti e giostre con «spalti stracolmi e cavalieri in armi», e tutte le nobili casate convenute per omaggiare l’emergente potere degli Sforza. A Leonardo da Vinci, arrivato nove anni prima da Firenze, è stato affidato l’incarico di organizzare il tutto. Tuttavia, «l’unica che non può mostrarsi» alla festa, in quanto amante di Ludovico, è la giovanissima e avvenente nobildonna milanese Cecilia Gallerani, futura feudataria di Saronno: la celebre Dama con l’ermellino immortalata da Leonardo («valga come uno dei miei vanti: i mariti non mostrano le amanti»). Cecilia, porta in grembo un figlio (Cesare Sforza, che nascerà poi il 3 maggio); attualmente è reclusa in un’ala interna del castello e riceve notizia di quanto avviene al banchetto e alla giostra solo da Bernardo Bellincioni, poeta di corte e antagonista di Leonardo («La mia penna non vale il tuo pennello, ma siamo parigrado, stanne certo»). In quest’aria claustrale e claustrofobica, tutti i personaggi parlano del loro rapporto con l’insuperabile artista toscano. L’averlo conosciuto è per loro, a seconda dei casi, una benedizione o un tormento («Leonardo! È sempre lui che ce lo insegna: le sue ruote dentate son metafore sin anche della vita»). L’opera mette dunque in scena la relazione tra due piani prospettici contrastanti: una dimensione istituzionale e festante dominata da Leonardo («Colui che forse di Milano è al momento l’autentico signore») in netto contrasto con una dimensione intima e appartata della quale Cecilia è, in questo frangente, sovrana. Il poeta Bellincioni, per virtù mercuriale, diviene elemento di collegamento fra questi due universi così dicotomici. Invece, ricorrendo a un antico espediente teatrale (lo stesso usato recentemente anche da Salvatore Sciarrino in Ti vedo, ti sento, mi perdo, in cui il musicista Alessandro Stradella è sempre e solo evocato), Leonardo da Vinci non compare mai in scena, pur essendo una “presenza” costante, fulcro e motore dell’intera opera.

Il direttore Andrea Certa

L’allestimento de Le nozze di Leonardo, in cartellone dal 23 ottobre al 5 novembre, è firmato da Morena Barcone con i costumi di Andrea Binetti e si avvale delle scene e della scenografia virtuale curate da Federico Cautero (per 4DODO). Al suo debutto sul podio del Teatro Lirico, il direttore siciliano Andrea Certa, che per l’occasione abbiamo incontrato a Trieste per conoscere più da vicino quest’opera.

Le nozze di Leonardo. Ci racconti del lavoro preparatorio con il compositore e il cast.

Quando si è protagonisti di una prima esecuzione assoluta di un’opera contemporanea, tutto, in un certo senso, è un’incognita. Ho avuto però la fortuna di avere al mio fianco, costantemente, Antonio Di Pofi, compositore fra i più apprezzati da Ennio Morricone. Lavorare con lui è stato splendido. Si può dire che abbiamo “costruito” l’opera assieme, pagina dopo pagina: trovando i giusti volumi e colori orchestrali, soffermandoci su ogni dettaglio. Nel cast, complessivamente di ottimo livello, spicca a mio giudizio il baritono Nicolò Ceriani (nel ruolo del poeta Bernardo Bellincioni), cui è destinata una parte vocale davvero impervia, molto “tenorile”, assolta con disinvoltura e maestria.

Le nozze di Leonardo segna per lei anche il debutto sul podio del Teatro Lirico di Trieste. Un’esperienza doppiamente importante, dunque.

Il Teatro Lirico è un ambiente in cui, senza dubbio, si lavora molto bene, in grande serenità. Qui ho trovato un’orchestra di alto livello, disponibile e ricettiva a ogni sollecitazione, che si è sinceramente appassionata alla partitura. Non potevo augurarmi un debutto migliore!

Un atto unico, ma denso di momenti lirici significativi. Qual è stato il suo approccio alla partitura: quali aspetti sono in sintonia con la sua sensibilità musicale?

Il linguaggio della partitura è prettamente tonale e dà risalto a una cantabilità appassionata, avvicinandosi alla film music: d’altronde, Antonio Di Pofi è, da lunga data, autore di musica per film e musiche di scena per il teatro. Le nozze di Leonardo è un’opera che non vuole essere originale a tutti i costi. A questa sua costitutiva eleganza e franchezza mi sento molto vicino!

La scenografia, sviluppata su due piani verticalmente separati, rimarca un dualismo intrinseco alla narrazione (interno/esterno, intimità/socialità). A livello performativo, quali sono stati gli stimoli che ha offerto tale assetto scenico?

Questo è un aspetto molto interessante. Uno dei motivi di suggestione della regia risiede senz’altro nelle proiezioni in 4D, di notevole impatto visivo. L’effetto sul pubblico è di sicura fascinazione! I vari personaggi, poi, sono per così dire “inquadrati”: si muovono, infatti, nei confini ristretti di cornici (simbolo della onnipresente presenza del genio leonardesco). Questa impostazione, che mi piace chiamare “oratoriale”, è un ottimo escamotage per consentire una economia nella gestione dello spazio scenico e risulta, per di più, congeniale da un punto di vista performativo, giacché consente di dare maggior risalto alla musica.

Lei è anche Direttore musicale e Responsabile della programmazione degli eventi lirici del Luglio Musicale Trapanese. Quali progetti futuri la attendono?

Il cartellone autunnale del Luglio Musicale Trapanese è piuttosto nutrito. Sono appena terminate le recite de La prova di un’opera seria di Francesco Gnecco. Fra i prossimi appuntamenti, il 10 novembre, in coproduzione con il Teatro Coccia di Novara, verrà allestita la Cendrillon di Pauline Viardot. Il 21, invece, una giornata dedicata al mondo felino e non solo, con La gattomachia di Orazio Sciortino e Pierino e il Lupo di Prokof’ev. Il 22 novembre, infine, dirigerò l’ultimo grande capolavoro del teatro comico settecentesco, Il matrimonio segreto di Cimarosa.

 

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