Le strane idee del signor Wu

-di Andrea Bacci-

Il signor Wu è il pittoresco presidente dell’Aiba, la federazione internazionale della boxe dilettantistica, cioè la FIFA del calcio. Questo curioso signore si è messo in testa di stravolgere la boxe e l’Olimpiade di cui quella disciplina è uno degli sport storici. I professionisti ai Giochi di Rio è la sua ultima genialata. O solo l’ultima sciocchezza della serie?

Il signor Wu è un tipo strano. Cinese di Taiwan, da ben tre mandati è il presidente dell’Aiba, l’associazione internazionale che regola la vita, la sopravvivenza e le politiche delle federazioni nazionali di pugilato. È all’Aiba, che gestisce il pugilato comunemente detto “dilettantistico”, che il Cio si rivolge per la gestione della boxe all’interno del recinto olimpico. E l’Aiba, presieduta da questo signor Wu, ha svolto sempre il suo compito inviando per ogni categoria pugili dilettanti di tutte le federazioni, previa qualificazione. Un bel giorno questo signor Wu, che dell’Aiba è una specie di monarca assoluto con tanto di vassalli, vassallini e valvassori (i presidenti federali che gozzovigliano all’ombra di questo), geloso perché il pugilato professionistico, nonostante i mille problemi e contraddizioni, attira l’attenzione mediatica di tutto il movimento planetario, si è messo in testa di conquistare tutto l’impero facendo regole proprie con la scusa di mettere ordine a tutto il frazionamento esistente in quel mondo.

Mayweather vs Pacquaiao

Mayweather vs Pacquaiao

A livello professionistico la boxe è divisa in enti mondiali che hanno ognuno il proprio campione del mondo, anche più di uno, titolini e titoletti, tutti volti a fare cassa purché i gonzi, nelle persone delle tv e degli sponsor, caccino fuori i quattrini. Gli enti più famosi sono la Wbc, la Wba, l’Ibf e la Wbo, poi ce non sono altri che vivacchiano e che possono fornire a qualsiasi atleta una cintura di campione da appendere al muro di casa, che poi sia il titolo del quartiere o del condominio chissenefrega. E un bel giorno il signor Wu, dicevamo, si è messo in testa di mettere ordine in questo macello. Idea apprezzabile, certo. Il fatto che l’Aiba, per arrivare a tanto, ha prima creato un torneo, le World Series of Boxing, mischiando regole e caratteristiche comuni della boxe dilettantistica e di quella professionale, che in teoria, e non si sa per quale storico motivo, hanno caratteristiche talmente dissimili da essere quasi considerati due sport diversi. Le Wsb dovevano essere un torneo addirittura improntato sulle caratteristiche di sport di squadra, nel senso che c’era un confronto tra due formazioni, ognuna con cinque pugili, cinque match, ogni vittoria portava un punto. Combattevano dilettanti con regole dei professionisti, si erano avvicinati diversi sponsor e tv importanti, insomma l’idea poteva essere anche curiosa e le premesse importanti. Una delle prime federazioni ad assecondare l’idea del signor Wu è stata quella italiana, la cui squadra, i Milano Thunder, poi Italia Thunder sponsorizzati Dolce&Gabbana,una di queste edizioni l’ha pure vinta.

Idea divertente e dalle implicazioni interessanti, dicevamo, se non ché l’abbondante uso di pugili stranieri in ogni squadra, a scimmiottare malamente ciò che succede nel calcio, snaturava quello che poteva essere il principio cardine dell’idea, ossia dare visibilità a pugili del proprio Paese, fargli fare esperienza e averli un domani pronti e già esperti al passaggio al professionismo. Il professionismo. Già, il signor Wu aveva pensato anche a quello, creando il professionismo dell’Aiba, in piena contraddizione dello stesso acronimo dell’ente presieduto, che nell’ultima “a” recita la parola “amateurs”. Bene, il signor Wu, spalleggiato dalle federazioni più fedeli e facendosi spazio emarginando le voci discordanti, un bel giorno crea anche l’Apb, l’ente che avrebbe dovuto scalzare tutti gli altri professionistici, oppure diventandone sintesi. L’Apb ha subito un suo campionato del mondo, ma le uniche federazioni che danno importanza a questa che si capisce essere subito un’idea balzana sono quella italiana e qualcuna di quelle dell’Est europeo. Facendola breve, nelle fila dell’Apb non solo non transita nessun professionista, ma anzi sono parecchi gli atleti olimpici, quelli che dovevano essere i fiori all’occhiello delle idee del signor Wu (gli ucraini Lomachenko e Usyk, il brasiliano Falcao, l’inglese Joshua) che vedono bene di salutare tutti e approdare nella boxe professionistica vera a caccia dei titoli mondiali comunemente detti.

Ching-Kuo Wu, presidente Aiba

Ching-Kuo Wu, presidente Aiba

Però, c’è un però: si avvicinano nel frattempo le Olimpiadi di Rio dell’agosto 2016. Il signor Wu si era messo in testa di riservare parecchi pass olimpici ai sui adepti delle Wsb o dell’Apb, e per ciò che riguarda l’Italia è da lì che escono i due atleti già con la carta olimpica in saccoccia, il discreto Manfredonia (qualificato attraverso le Wsb più di un anno fa) e il solito immarcescibile Clemente Russo (dall’Apb), alla sua quarta partecipazione olimpica come se nella sua categoria non ci fossero, o fossero stati, atleti su cui puntare. Però tutto il disegno che si era creato in testa il signor Wu è miserevolmente fallito. Le Wsb hanno vissuto qualche anno di buona visibilità, poi sono calati gli sponsor, tipo in Italia addirittura non è stata ripresentata la squadra dopo l’addio di Dolce&Gabbana, e il torneo si è molto ridimensionato. Il fallimento totale è stato però quello dell’Apb, tra disinteresse totale dei media e risultati agonistici molto molto modesti.

Che fare allora? Nessun problema: il signor Wu ha in testa l’ennesima genialata. Un bel giorno questo signore si sveglia e ne pensa un’altra, tanto l’Aiba gli andrà tutta dietro. Alle Olimpiadi brasiliane di agosto facciamo posto anche ai professionisti, ma quelli veri, quelli titolati, quelli famosi. Ora, di primo acchito, l’idea può davvero sembrare geniale. Lo sport del pugilato, in Italia come altrove, ha bisogno di avere visibilità per attirare sponsor, e chi meglio degli atleti famosi e di grandi vetrine planetarie come l’Olimpiade può servire meglio alla bisogna? Insomma, come il famoso Mayweather-Pacquiao dello scorso anno ha bene o male risvegliato un po’ di interesse intorno a questo sport, avere un torneo olimpico in cui si possano incrociare i mostri sacri e i campioni più celebrati potrebbe essere davvero l’uovo di Colombo. Insomma il signor Wu stavolta sembra averci azzeccato in pieno.

E invece no. L’idea è estremamente balzana, paradossale, di quasi impossibile realizzazione. Primo ostacolo, il tempo, che è davvero poco. Secondo ostacolo, le preparazioni atletiche che tutti i professionisti forti del mondo, abituati alle dieci o dodici riprese, dovrebbero stravolgere per combattere sui tre o cinque tempi. Terzo ostacolo, la brevità dei tempi di recupero cui non sono più abituati. Ora l’idea, ripetiamo, può avere anche una sua logica, tipo il tennis o il basket inviano già da parecchi anni i loro atleti migliori, ma è facile anche capire la differenza: un tennista può essere abituato a fare un match al giorno, un pugile sicuramente no. Il signor Wu però ormai ha deciso, a giugno farà stravolgere lo statuto dell’Aiba per far sì che la sua idea meravigliosa abbia fondamenti legali, e poi darà lo stesso giugno e luglio agli atleti per qualificarsi per agosto.

Ora, tutto sommato, e a mente fredda, non sappiamo se sia il caso di ridere o di piangere. Se il pugilato non fosse uno sport così peculiare rispetto a tanti altri, non ci sarebbero problemi. Ma il pugilato è uno sport peculiare e quando un atleta è passato dalle caratteristiche dei match dilettantistici a quelli professionistici è praticamente impossibile ritornare indietro. Ora, è vero anche che talvolta in tv ci sono delle manifestazioni, soprattutto per pesi massimi, in cui otto professionisti si affrontano in match a eliminazione diretta sui tre round, fino alla finale, ma chi vince in teoria ha fatto nove round nella stessa sera, più o meno quelli cui è abituato. Poi chi fa queste manifestazioni, che sono però già sparite, non è un pugile di livello ma uno che, per così dire, può anche bruciarsi dietro compenso a queste manifestazioni.

L’Olimpiade è diversa. Per fare l’Olimpiade bisogna quotidianamente fare quello che si fa all’interno dell’Olimpiade medesima. E non è quello che fa un professionista vero. Ora, pare ci sia stato interesse espresso da due pezzi da novanta, Manny Pacquiao, filippino già campione iridato di sigla in addirittura otto categorie di peso, e uno dei mostri sacri dei pesi massimi, l’ucraino Wladimir Klitshcko, già oro olimpico nel ’96, freschissimo ex campione del mondo. Bella forza, diciamo noi: Pacquiao e Klitshscko sono due pugili ormai vicini alla quarantina e alla fine della carriera, possono anche rischiare il ridicolo perché sono ricchi sfondati e non hanno assolutamente nulla da perdere, nemmeno la faccia. Quindi la cosa, messa com’è, può creare interesse solo in qualche vecchio elefante morente del boxing e non in nomi più celebrati ma ancora in attività. O forse potrebbe farlo per qualche neoprofessionista di nome, che ancora può essere invogliato e pronto a ridarsi agli incontri ravvicinati con poche riprese. Per il resto, ciccia. In conclusione, il signor Wu è uno che una ne fa e mille ne pensa, e forse sarebbe meglio se, ormai in età avanzata, pensasse alla pensione. Di problemi il pugilato ne ha tantissimi, e non è con le idee balzane di un tizio che non ne ha indovinata nemmeno una in vita sua che si può correggere il tiro e trovare la cura.

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