La guerra civile in Siria. Allora come ora

RILEGGIAMO  LA STORIA. PER CAPIRE MEGLIO LA MASSIMA TRAGEDIA DI OGGI

-di Daniele Milazzo-

La guerra civile in Siria. L’emergenza umanitaria. I tanti attori in campo. Gli interessi contrapposti. Sembra oggi ma è una storia di centocinquant’anni fa.

Il nord. ash-Shām. Strano nome per una provincia meridionale dell’impero ottomano, ma tant’è: per gli arabi che venivano dal deserto ai tempi del Profeta quella provincia era “il nord”.

ash-Shām. Fino a metà ottocento il nome “Siria” in arabo non esiste. Chiamavano così quella regione i greci, poi i latini e i loro eredi; per imitare i quali, forse, i funzionari della Sublime Porta iniziarono a usare il nome di Sūriyā negli anni ’70 dell’ottocento. Suonava così moderno, occidentale. Poco importava se l’aggettivo sūriy, siriano, indicava i cristiani dell’area – caldei, maroniti, melchiti, ortodossi di rito antiocheno.

E poi Sūriyā dava l’idea di qualcosa di nuovo: e c’era decisamente qualcosa di nuovo, da ripensare e risistemare. Le riforme del Tanzimât, la Riorganizzazione, avevano cambiato i confini tra 1857 e 1864: la nuova Sūriyā era composta dai vilayet di Aleppo, Damasco e Beirut, cui si aggiungeva il Sangiaccato di Zor, privato però di una striscia di deserto che arrivava alle porte di Ramadi e Fallujah. Aleppo, Damasco, Zor e Beirut.

Siria (in giallo) - dall'Atlas-ı Cedid, 1803

Siria (in giallo) – dall’Atlas-ı Cedid, 1803

Antefatto: nel 1831 Ibraim Pasha, il figlio di Muhammad Ali, invade la Siria dall’Egitto. Assedia Acri, occupa Damasco e sconfigge un esercito ottomano a Homs aiutato dal Colonnello Sève, da Beaufort d’Hautpoul e una pletora di ufficiali avventurieri europei. Con sé porta migliaia di soldati e contadini, cui distribuisce terre nelle pianure meridionali della Siria, ricostruisce il porto di Jaffa, impone tasse pesantissime di cui fanno le spese drusi e contadini locali, che insorgono. La rivolta è schiacciata nel sangue, le comunità druse sono disperse, i capi locali deportati, contadini egiziani messi al loro posto. Nel 1840 gli ottomani riescono a riconquistare l’area.

Ma bisognava accontentare il principe Metternich.

Il 7 dicembre 1842, dopo varie insistenze da parte delle potenze europee, il sultano ordinò al governatore di Damasco di attuare la proposta austriaca di dividere la regione del Monte Libano in due zone: una nord, sotto un qaimaqam, un vice governatore cristiano, e una sud con un vice governatore druso; entrambi dovranno dipendere dal governatore di Sidone, che risiede a Beirut. Il “doppio qaimaqato” è un palese fallimento e gli europei ne sono i responsabili.

I francesi sponsorizzano i cristiani e i britannici, per naturale opposizione, istigano la maggioranza locale dei drusi.

Il leader maronita Tanyus Shahin Saadeh al-Rayfouni proclama la rivolta chiedendo l’abolizione dei privilegi feudali degli emiri drusi, ma difendendo ferocemente i propri. Il 22 maggio 1860 un piccolo gruppo di maroniti aprì il fuoco contro un gruppo di drusi che stava entrando a Beirut, uccidendone uno e ferendone due. È l’inizio di una escalation ferocissima che insanguina la regione: in soli tre giorni una sessantina di villaggi sono incendiati, drusi e musulmani assaltano i monasteri e chiese.

Ruins of Christian quarter in Damascus in 1862 - photo Francis Bedford (Photographic Pictures Made by Mr. Francis Bedford During the Tour in the East)

Ruins of Christian quarter in Damascus in 1862 – photo Francis Bedford (Photographic Pictures Made by Mr. Francis Bedford During the Tour in the East)

I miliziani maroniti, con l’appoggio francese, hanno stabilito una jumhuriyya, una repubblica indipendente, dove proclamano di volere le libertà promesse dalla riforma, il Tanzimât, e accusano i pasha di Damasco e Beirut di essere conniventi con i drusi, di finanziarli segretamente; accusano le milizie turche al loro comando di massacri e stupri di massa, di attaccare solo i maroniti chiudendo un occhio sulle bande paramilitari di sunniti. Dal canto loro, i drusi agiscono insieme a numerosi sciiti che vengono a loro volta attaccati da milizie sunnite accusate di essere in combutta con i britannici.

I giornali europei riportano le notizie delle stragi. Il Daily News parla di 7-8.000 morti a luglio, quando la guerra civile si allarga a Damasco. In tre giorni la città è in preda al caos. Milizie sunnite assaltano i consolati occidentali: quello russo è il primo a cadere, poi la folla assalta i consolati francese, olandese, austriaco e belga. Abdu Costi, il console statunitense, è fermato e picchiato a morte, il console olandese ucciso. L’eroe popolare algerino in esilio, Abdul Qadir al-Jazairi, apre le porte del suo palazzo ai profughi in cerca di salvezza. La tomba di San Giovanni Battista, che è all’interno della moschea umayyide di Damasco, viene saccheggiata dalle bande di fanatici sunniti.

Il quartiere cristiano di Damasco - Glass-photo, circa 1860, www.mideastimage.com

Il quartiere cristiano di Damasco – Glass-photo, circa 1860, www.mideastimage.com

Molti profughi cercano con marce disperate di raggiungere le montagne turche, sfuggendo alle bande paramilitari. Sono così numerosi che il governo ottomano istituisce nel 1860 la Muhacirin Komisyonu, Commissione Migranti, che ha come compito quello di trovare una sistemazione ai profughi in altre parti dell’impero e impedire l’accesso dei migranti a Costantinopoli nel timore che possano portare epidemie. Il Muhacirin Kannunamesi, la Legge Migranti del 1857, stabiliva un sussidio statale alle famiglie e ai non abbienti di 60 mecidiye, circa 1500 franchi francesi, l’esenzione dalla coscrizione obbligatoria e dalle tasse per sei anni se accettavano di farsi rilocare in Rumelia e per 12 anni in Anatolia. Non tutti i profughi, però, vogliono accettare gli apparenti benefici, perché la contropartita offerta dagli ottomani implica l’essere legati per almeno 20 anni ai ventisei acri di terra affidata, senza poterla vendere né affittare, e la libertà di mantenere la propria religione è subordinata alla presenza o meno di strutture di culto preesistenti nella regione.Il quartiere cristiano è dato alle fiamme, e nei giorni successivi i giornali francesi pubblicano una delle prime fotografie su vetro delle rovine della città. L’allora colonnello Charles Churchill scrive di undicimila morti, centomila profughi, ventimila tra vedove e orfani, tremila case bruciate e distrutte. A fine anno si contano più di 20.000 cristiani morti, 380 villaggi cristiani rasi al suolo insieme a 560 chiese e 40 monasteri. I reporter europei inorridiscono e trasmettono resoconti dei massacri in cui le milizie sunnite sono accusate dei peggiori atti di ferocia. A Tiro e Sidone scoppiano scontri di piazza tra i profughi cristiani e le comunità sciite e sunnite, mentre a migliaia i profughi si imbarcano con mezzi di fortuna per sbarcare a Cipro, allora dominio britannico. Le barche dei profughi, per la maggior parte imbarcazioni da pesca, inadatte a lunghi tratti di mare, si indirizzano anche verso le coste greche ed egiziane e sbarcano fino a Malta. Molte di queste barche affondano, altre vengono salvate dai mercantili europei.

L’opinione pubblica europea chiede un intervento umanitario e Luigi Napoleone Bonaparte, proclamatosi imperatore come Napoleone III, ha bisogno del sostegno dei cattolici. Sotto pressione diplomatica, la Sublime Porta accorda una missione internazionale di 12.000 soldati occidentali sul suo territorio. La spedizione, composta per metà dai francesi, comprende contingenti britannici, austriaci,

French Expedition in Syria - Estratto da The Times, giovedì 9 agosto 1860

French Expedition in Syria – Estratto da The Times, giovedì 9 agosto 1860

prussiani e russi.

Il 9 agosto 1860 il Times di Londra pubblica un telegramma della Reuters in cui è riportato parte del discorso dell’Imperatore alle truppe francesi in partenza. Vale la pena di leggere alcune righe: “Soldati, voi partite per la Siria. La Francia saluta con gioia una spedizione il cui solo obiettivo è il trionfo della causa della giustizia e dell’umanità. Non andate in guerra contro alcuna potenza straniera, ma assisterete il Sultano nel riportare all’obbedienza i suoi sudditi accecati dal fanatismo di un secolo passato” e continua con un augurio che oggi – e forse anche allora – è da ritenersi poco felice: “mostratevi degni figli di coloro che già una volta hanno portato in quel paese lo stendardo di Cristo”.

Che i turchi non vedessero di buon occhio questa spedizione era ben chiaro, ma i francesi fanno di tutto per infastidirli: a comando della spedizione c’è infatti il generale Beaufort d’Hautpoul, lo stesso che nel 1831 aveva invaso la Siria agli ordini di Ibrahim Pasha. Del resto, d’Hautpoul sbarca a Beirut il 18 agosto, mentre gli accordi per autorizzare la spedizione sono firmati solo il 5 settembre. Gli accordi, firmati a Parigi, autorizzano un’occupazione militare della Siria da parte della forza di pace internazionale di soli sei mesi, ma il contingente rimarrà più di un anno.

Fuad Pasha, uno dei principali statisti ottomani, arriva il 17 luglio in Siria: il suo obiettivo è di contrastare gli europei cercando di contenere la guerra civile mantenendo buoni rapporti con i francesi e i britannici. In meno di dieci anni l’Impero Ottomano ha visto più che triplicarsi le importazioni dai due imperi europei, e non può fare a meno dei prestiti che il Crédit Mobiliaire ha iniziato a erogare per coprire il crescente debito pubblico.

Fuad è un osmanlilik, un ottomanista. Crede nella creazione di un nazionalismo ottomano che vada al di là delle divisioni etniche, religiose o tribali. Filo-europeo, modernizzatore, amante della poesia e della letteratura, laureato in medicina, Fuad parlava un ottimo francese. Primo Traduttore della Sublime Porta, membro del Consiglio delle Riforme e Ministro degli Esteri, aveva dimostrato un ottimo talento negoziale anche nella crisi dei profughi russi e circassi scatenatasi in seguito alla guerra di Crimea. Dal suo punto di vista la guerra civile ha “caratteristiche settarie che la Riforma ottomana riuscirà infine a ridurre alla disciplina”. Il suo primo atto è l’arresto e l’esecuzione in massa, tramite impiccagione, di centinaia di guerriglieri e miliziani, tutti sunniti.

Per governare la regione viene istituita una Commissione Internazionale, o Commissione di Beirut, la cui presidenza è affidata a Fuad. Le deplorate milizie sunnite sono nominalmente l’avversario contro cui battersi, ma le truppe francesi mandano lettere a casa meravigliandosi del fatto che ci si batta anche (o soprattutto) contro i maroniti e i cristiani per i quali si era partiti in difesa. La repubblica creata dei maroniti fu abbattuta a colpi di cannone e con l’aiuto delle milizie sunnite, composte in parte dai figli di quei contadini egiziani che avevano combattuto sotto gli ordini degli stessi ufficiali francesi negli anni ’30. Massacri di interi villaggi, inquadramento dei profughi in campi-lager in attesa del loro ricollocamento forzato e uccisioni di centinaia di miliziani sciiti e sunniti seguirono nei mesi a venire.

Il 1 maggio 1861 fu firmata dal governo ottomano e dagli ambasciatori europei la prima bozza del Règlement Organique che imponeva al governo ottomano la creazione di un “governatorato del Monte Libano” indipendente dai vilayet di Damasco e Beirut. Nominato dalla Sublime Porta, l’incarico di governo della regione sarebbe stato affidato a un cristiano non libanese, assistito da un concilio di dodici membri, composti da coppie di maroniti, drusi, sunniti, sciiti, greco-ortodossi e melchiti.

Come chiamare il nuovo territorio? Quale titolo dare al governatore? Quest’ultima domanda, da sola, fermò i lavori della Commissione Internazionale per un mese. Emiro? Assolutamente no, in quanto offensivo per il governo turco: il titolo emirale spettava soltanto al Sultano, e poi ricordava il sistema emirale che si cercava di smantellare. Vali? È il titolo che spetta ai governatori dei vilayet, e sarebbe stato indice di una certa importanza, ma gli europei volevano qualcosa di più significativo. Governatore? No, un titolo troppo comune e svalutato. Presidente? Forse si, ma avrebbe avuto una connotazione troppo repubblicana, e quindi era da scartare. Alla fine la spuntarono i francesi con il titolo di plénipotentiaire e l’equivalente turco di mutasarrıf. Furono creati il Mutasarriffato del Monte Libano e, pochi anni dopo, su basi simili, quello di Gerusalemme.

Un accordo di pace, titolavano i giornali europei. Un accordo per fermare una strage, una catastrofe umanitaria. Nel frattempo Beirut diventa il porto principale nella regione per l’esportazione della seta verso Marsiglia, i prussiani ottengono concessioni ferroviarie per il passaggio siriano della ferrovia Costantinopoli-Baghdad, i britannici stabiliscono una base mercantile a Jaffa e Haifa per l’esportazione di prodotti industriali in Siria e Egitto e la concessione per la Red Sea Telegraph Company, i russi ricevono il patronato dei cristiani armeni e greco-ortodossi, gli austriaci si assicurano una serie di contratti ferroviari e commerciali nell’entroterra croato e bosniaco.

Le potenze europee hanno tratto dei vantaggi, lo stato ottomano si è ulteriormente indebolito, le tensioni etniche e religiose sono state sopite con il pugno di ferro.

Desertum fecerunt et pacem appellaverunt. Solo che il deserto c’era già.

Il massacro di Damasco (litografia) - (C) Adoc-Photos - Lebrecht Music & Arts

Il massacro di Damasco (litografia) – (C) Adoc-Photos – Lebrecht Music & Arts

 

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In copertina: Un’area residenziale di Aleppo completamente rasa al suolo dopo i raid russi (http://www.lastampa.it/2016/02/04/esteri/assalto-ad-aleppo-assad-e-i-jet-russi-assediano-i-ribelli-szqyzZtxT7cG62y0xWh6HI/pagina.html)

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