Jan Fabre, parla l’ultimo fiammingo: “la mia vita in prestito”

Data: luglio 18, 2016

In: ARTI VISIVE, TOP,

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– di Valeria Ronzani – VAI ALLA FOTOGALLERY 

Jan Fabre lo incontriamo a Firenze in occasione della grande mostra che la città gli dedica. Lui, uno dei più carismatici, coinvolgenti, provocatorii artisti dei nostri tempi, si racconta a Words in Freedom. Svelandoci molto della propria arte e, inevitabile, anche di lui stesso.

Non solo l’omonimo l’entomologo Jean-Henri Fabre (1823-1915), che affascina il piccolo Fabre col mondo degli insetti e di altre creature viventi. Tanta strada è stata fatta e ora, proprio nell’anno in cui si celebrano i 500 anni dalla morte di Hieronymus Bosch (9 agosto 1516), l’artista, nato ad Anversa nel 1958, pare essere riconosciuto anche a livello istituzionale come l’erede, senza soluzione di continuità, delle massime espressioni dell’arte occidentale, compitate, ovviamente, con la grammatica del terzo millennio.

Bosch, Le tentazioni di Sant'Antonio, Kansas City, The Nelson-Atkins Mus.

Bosch, Le tentazioni di Sant’Antonio, Kansas City, The Nelson-Atkins Mus.

Al Noordbrabants Museum si è infatti appena conclusa la più grande esposizione dedicata al genio di Bosh, con alcune scoperte scientifiche di grande rilievo, inclusa l’acquisizione al suo ristretto catalogo della tavola raffigurante Le tentazioni di Sant’Antonio conservata a Kansas City. Ma le manifestazioni proseguiranno tutto l’anno, inclusa la personale di Fabre che, come lui stesso ci racconta, è stato selezionato come ‘contrappunto contemporaneo’. Così, fra i confronti quasi imponenti (il rischio di restare schiacciati era molto concreto, e lui in Piazza Signoria ha ‘strisciato come un verme’) col cuore del Rinascimento e la patente di erede di Bosch guadagnata sul campo dei Paesi Bassi (e qui intricherebbero tutta una serie di suggestioni se si pensa allo scossone che provocò sul linguaggio rinascimentale l’arrivo a Firenze del Trittico Portinari di Hugo van der Goes, attualmente conservato agli Uffizi), leggiamo cosa ci racconta Fabre stesso.
Forse sarà una deformazione dovuta alla mia formazione di storica dell’arte, forse la suggestione del suo essere nato ad Anversa, ma i suoi lavori mi fanno sempre pensare alla grande tradizione pittorica fiamminga. Le visioni allucinate di Bosch, le nature morte seicentesche, con le carcasse di animali nelle cucine, i ‘memento mori’, tutta la fitta simbologia, religiosa e non, mi sembra che la sua arte affondi le proprie radici in tutto questo. 

I grandi artisti fiamminghi sono i miei maestri. Ho appena visto, proprio una settimana fa, le opere di Bosch in mostra. Quando finisce la mostra di Bosh sono stato selezionato come l’esponente contemporaneo di questa tradizione come “contrappunto contemporaneo”. La mia mostra si apre proprio fra due settimane (al momento in cui pubblichiamo l’intervista è già in corso, ndr). Bosch è un artista meraviglioso, e anche se gli artisti che seguirono Bosch furono molto meglio di lui, per me lui era il più giocoso, il più attento ai dettagli e alla descrizione dei paesaggi. Senza dubbio era l’artista più libero, più intelligente e più creativo. E ‘stato meraviglioso vedere il suo lavoro e quello dei suoi seguaci.

La morte, la sua presenza nella nostra esistenza è il grande tabù della nostra epoca. Non per lei, mi pare.

Infatti non lo è, nella mia vita sono stato in coma due volte, ed come se stessi vivendo in una specie di stato post-mortem. La mia vita è come se fosse in prestito e la morte è una parte essenziale di ciò che creo. La morte per me ha una energia positiva non negativa.

Lei ha iniziato come uomo di teatro. Quando e perché le arti figurative? E comunque, senza scadere in banalità come ‘linguaggi liquidi’, o ‘fusione dei linguaggi’, mi pare che manchi solo la musica nel suo bagaglio espressivo, tutto il resto c’è. Di cosa si sente più padrone?

No, in realtà ho iniziato il mio lavoro come artista visivo. Sono stato educato come un artista visivo e poiché non riuscivo a “sopravvivere” ho iniziato a fare scenografie e a scrivere per il teatro. Ho iniziato il mio lavoro come artista figurativo negli anni Settanta. Ho fatto dei disegni nel 1978 e nel 1979 nei quali mi rappresentavo come un verme. Nella performance che ho fatto in Piazza della Signoria e il video che è esposto in mostra è come riferimento a tutto il lavoro che ho fatto negli anni Settanta. Questa è probabilmente l’arte a cui mi sento più legato.

Sono celebri le sue coreografie per il balletto classico, come Il lago dei cigni, o il lavoro creato per Valerie Valentine nel 1996. Come si pone davanti alla danza classica? E quale è la sua idea di bellezza?

Sono un servo della bellezza. Il mezzo che  scelgo di usare si basa sull’idea che ho di essa. A volte è meglio scrivere un testo o, talvolta, è meglio fare una scultura oppure un film. Partendo dalla mia idea di bellezza decido quale espressione (scultura, pittura, danza, teatro) utilizzare. Per me la danza classica è un po’ come il disegno classico che ha alla base la ricerca del corpo umano. E la danza classica è sempre stata la base per la mia ricerca sul corpo umano.

Il nostro magazine si chiama Words in Freedom. Ci racconti la sua idea di libertà.

Per me la bellezza contiene il “colore” della libertà. Il nostro sangue è rosso perché contiene ferro ecco perché ha questo colore. Tutto per me è conseguenziale al bello anche la libertà.

Il suo mondo, scusi, è una bolgia di natura e simboli. Cos’è per lei la natura, è un simbolo?

Dobbiamo essere umili nei confronti della natura. Per me gli animali sono i migliori medici e filosofi della natura. Ho imparato molto dagli animali. Noi, come esseri umani, dobbiamo essere consapevoli dell’incredibile intelligenza degli animali.

A proposito di animali, lei scatena sempre molte polemiche nel suo rapporto con loro. Personalmente, mi sembra ipocrita scandalizzarsi per la messa in scena della sofferenza animale e mangiarsi allegramente un hamburger. Intanto, per favore, mi rassicuri, confesso che, da animalista convinta, non ho mai assistito a una sua performance dove sapevo che erano impegnati animali. Credo che la sofferenza, la violenza che quotidianamente infliggiamo al mondo animale sia una delle grandi vergone dell’oggi. Non che prima non succedesse, ma ora tutto ciò accade su scala industriale. Ed è sempre l’innocenza violata. Concorda?

Salvator Mundi (1998) Buprestidi, ferro, fili di nylon, ossa  Salvator Mundi (1998) Scarabs, iron, angel’s hair, bones  Foto di Emiliano Cribari © Angelos Bvba

Salvator Mundi (1998)
Buprestidi, ferro, fili di nylon, ossa
Salvator Mundi (1998)
Scarabs, iron, angel’s hair, bones
Foto di Emiliano Cribari
© Angelos Bvba

Amo gli animali, non gli farei mai del male e – se richiesto – posso produrre i documenti che attestano la morte per cause naturali. Sono sempre stato ispirato da loro. Quando ero un bambino i miei genitori mi portavano spesso allo zoo ed ero sempre affascinato dall’universo animale. Come artista ho sempre difeso la vulnerabilità degli animali, la loro bellezza e la loro fragilità rispetto agli esseri umani. Credo che solo nel momento in cui la gente comincerà a prendersi più cura di se stessa e smettererà di uccidere gli altri saprà finalmente prendersi veramente cura degli animali.

Traduzione di Ryan Fisher

Foto di copertina di Stephan Vanfleteren

 

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