Intervista ad Ariella Reggio e Massimo Dapporto: Un momento difficile

-di Nadia Pastorcich –

Nessuna parola. Il tempo sembra essersi fermato. Riaffiora il dolore, scontrandosi con la realtà. Ci sono un figlio e una madre, costretta a stare a letto. Soffre di demenza senile. Ricorda poco. Dimentica spesso. “Un momento difficile”, ma non ancora così tanto come quando arriverà la fine. Il figlio (Massimo Dapporto) si ritrova ad accudire una madre 93enne (Ariella Reggio) che in certi attimi finisce per detestare, anche se l’affettuoso sentimento che prova per lei rimane saldo, tanto da impedirgli di rinchiuderla in una casa di riposo. L’innocenza della donna e la sua spontaneità nel dire le cose fa sorridere. Il suo unico desiderio è “vivere ancora un poco”. Ariella Reggio con la sua energia e delicatezza scenica fa emergere non una semplice anziana, ma una donna-madre con le sue debolezze e fragilità, un’immagine reale, comune a molti. Massimo Dapporto gioca con lei, sta al suo passo: le battute hanno un ritmo incalzante, penetrante. Il suo personaggio si ritrova a dialogare con i genitori da giovani (interpretati egregiamente da Francesco Foti e Debora Bernardi). Ritorna in mente il passato con i momenti belli ma anche quelli più dolorosi. Si ricorda della madre, che ora si diverte a fare la morta, ma che pure da giovane si prendeva gioco di lui fissandolo negli occhi, senza dire nulla. Il testo di Furio Bordon, messo in scena da Giovanni Anfuso, regala dei momenti che a volte si tingono di esasperata assurdità. “Non ti scordar di me” canta Ariella nel ruolo della madre, mentre inesorabilmente la mente continua a dimenticare. “Mezzacartuccia” chiama il figlio, quel figlio al quale passa il testimone. L’unico che potrà continuare a tenere in vita i genitori finché vivrà. Il momento difficile arriva dopo la perdita. Ma non bisogna dimenticarsi che per essere felici basta poco: “La vita è mangiare un gelato sotto gli alberi”.
Lo spettacolo “Un momento difficile”, che conclude la trilogia di Bordon dopo “Le ultime lune” e “La notte dell’angelo”, è in scena al Politema Rossetti di Trieste fino a domenica 3 marzo.

Ariella Reggio e Massimo Dapporto in camerino al Politeama Rossetti. Ph Nadia Pastorcich

Ariella Reggio e Massimo Dapporto, come nasce questo spettacolo, chi vi ha chiamato per la parte?

AR: Questo testo è stato scritto parecchi anni fa da Furio Bordon. Io l’avevo già letto allora e mi era piaciuto. Qua, a Trieste, però non lo avevano mai messo in scena. L’anno scorso lo Stabile di Catania ha deciso di farlo proprio a Catania e lo Stabile del Friuli Venezia Giulia si è aggiunto come coproduzione. Furio Bordon ha chiesto che ci fossi io, così sono subentrata. Siamo stati a Catania, a Gela, abbiamo fatto un giro di circa diciotto piazze e altrettante ne faremo.

MD: Questo spettacolo è nato come nasce la maggior parte degli spettacoli: mi ha contattato il regista Giovanni Anfuso che mi ha fatto leggere il lavoro di Bordon. A me è piaciuto e ho accettato.Dopo abbiamo provato per un mese e una settimana e a Catania, l’anno scorso, a maggio abbiamo fatto dodici spettacoli. E quest’anno abbiamo ripreso la tournée.

È la prima volta che recitate assieme…

AR: Però Massimo lo conoscevo già personalmente, perché era venuto spesso a La Contrada e poi conosceva bene Orazio (Bobbio ndr). È la prima volta che recito con lui e devo dire che è un collega stupefacente, meraviglioso, gentile. Non si può desiderare di più.

MD: Devo stare attento ad Ariella, perché mi fa ridere. A me fa tanto piacere lavorare con lei: ha dei tempi di recitazioni che portano anche a te ad avere dei tempi di risposta. Bellissimo!

Quanto vi ha toccato questo spettacolo dal punto di vista personale?

AR: Se fai questo spettacolo quando hai 40-50-60 anni è una cosa, se lo fai alla mia età – a 80 anni – cominci a pensarci seriamente alla tematica trattata. Quello che è stupefacente, è che Furio Bordon riesce, come ne “Le ultime lune”, a descrivere la vecchiaia con grande delicatezza ma anche con grande tragicità. Alcuni possono non voler venire a vedere questo spettacolo perché può far pensare a certe cose poco piacevoli, ma tutti gli spettacoli “non comici” fanno venire in mente qualcosa. Il tema della morte non deve spaventare. E poi in questo testo si sorride anche.

MD: Sembra che Furio Bordon abbia spiato un po’ la mia vita. Mi ha colpito molto leggerlo perché ho ritrovato Trieste, città che conosco: da piccolo venivo spessissimo qua.

Sua madre era triestina…

MD: Sì, quando nel testo si parla del pescecane, io mi ricordo che alla fine degli anni ’50, quando andavo al bagno Ausonia mi dicevano di non entrare in acqua perché c’era il pescecane, che poi si è rivelato essere un delfino. Inoltre, nel testo, ci sono un paio di parole che si usano molto a Trieste: per dire “vado a prendere il sole” si utilizza “solario”. Ricordo mia madre che diceva: “Vado in solario”. Oppure se nelle altre parti d’Italia si dice ospedale o clinica a Trieste si usa la parola “sanatorio”. Quando ho letto queste parole mi è venuta una nostalgia di Trieste e ho subito pensato che Furio Bordon doveva essere senz’altro triestino. Infatti lo è. Mi ha affascinato tanto, perché anch’io avevo un rapporto strano con mia madre: come accade nello spettacolo, anche mia madre faceva dei giochi come ad esempio guardarmi e non parlare, oppure mi fissava come se fosse morta o faceva finta di essere morta a letto. Tutte queste cose mi sono servite come una seduta psicanalitica. Ormai mi hanno curato. Mi sono dato tante risposte, anche nei confronti di mia madre.

Com’è per un attore, che basa tutta la sua vita sulla memoria, immaginare di perderla?

MD: Per un attore perdere la memoria è come per un pianista perdere le dita. Noi, probabilmente, abbiamo un cervello abbastanza sviluppato, infatti mi sta pigiando nella calotta cranica (sorride): è un muscolo che noi esercitiamo sempre. La memoria non è soltanto un fatto di ripetere. Si fissa meglio quando ci sono le prove in piedi. Magari la battuta non te la ricordi perfettamente, ma se ricordi i movimenti che devi fare, se prendi un determinato oggetto in mano, ti richiama anche la memoria di ciò che devi dire. Ti aiuta.

E per lei Ariella, com’è stato interpretare un personaggio al quale ogni tanto sfugge la memoria, quando invece per un attore la memoria è fondamentale?

AR: Devo dire che è stato difficile imparare la parte. Può sembrare semplice, invece il mio personaggio ripete spesso le stesse cose. È stato difficile molto più di quanto pensassi, anche perché non ci sono pezzi lunghi, ci sono poche battute e lei, essendo a momenti lucida e a momenti malata, è chiaro che non segue una logica nel discorso.

Quant’è importante secondo voi tramandare la memoria e il ricordo?

AR: È molto importante! Come l’ha scritto Furio Bordon è interessante. Tutti gli spettatori che sono venuti nel resto d’Italia a vederci – e spero anche qui – hanno ritrovato nei personaggi la madre o il figlio o la nonna. Non a caso, Furio ha pubblicato un libro che si chiama “Stanze di famiglia” in cui c’è anche questo testo. E sono proprio “stanze di famiglia”: tutti si ritrovano in un ruolo o nell’altro.

MD: Tramandare la memoria è importantissimo, soltanto che ora sembra non si riesca più a farlo. Si tende a dimenticare. Vedendo in televisione certi giochi a quiz mi sono reso conto che c’è un’ignoranza impressionante nei confronti del passato. È come se tutto quello che è successo non valesse più nulla, eppure la storia è fatta di tanta gente che è morta anche per le proprie idee…

Viviamo in un mondo astratto, che va veloce. Non ci si ferma a conoscere le cose…

MD: Chi come me sta entrando nella vecchia generazione prova un fastidio nel vedere il pressappochismo che c’è nelle persone e la differenza che c’è nel vivere attuale, senza i valori che avevamo fino a pochi anni fa. Mi chiedo se tutto questo succede in modo che le vecchie generazioni scompaiono senza rimpianti.

La vecchiaia e l’infanzia sono distanti tra loro ma vicine per la fragilità e la debolezza…

AR: Se la giovinezza ha davanti a sé tanti progetti, tanti anni da vivere – anche se in realtà non sappiamo con certezza quanti, però naturalmente parlando dovrebbero essere parecchi – la vecchiaia è un tramonto, però la si può vivere bene. Anzi, ad una certa età sei pieno di cose che prima non sapevi. Se hai la fortuna di non essere malato, puoi vivere molto bene la vecchiaia.

Sarebbe bello avvicinare questi due poli e far sì che dialoghino, che ci sia un passaggio di memoria…

MD: Certo che sì, se ci fosse questa possibilità…Ho notato che da quando, alla fine degli anni ’90, sono arrivati i cellulari, è iniziata una rovinosa escalation: ormai sono tutti con il cellulare in mano. Mi chiedo dove andremo a finire. Forse non ci resta che aspettare il prossimo “Big Bang”.

Ancora oggi certe malattie sono un tabù, non si ha il coraggio di parlarne…

AR: Perché non hanno ancora trovato il rimedio. Mi ricordo che una volta il cancro lo si chiamava “Il brutto male” , non si diceva mai il suo vero nome. Non va dimenticato però che la scienza ha fatto grandi progressi. Io intanto continuo a fare progetti, anche fra vent’anni, ne avrò cento…in fondo che sarà…(sorride).

MD: Oggi si tende ad esorcizzare un po’ tutto. Come ha raccontato Ariella prima, la gente ha paura di vedere questo spettacolo, perché teme di affrontare l’argomento. I giovani che hanno ancora i genitori non vogliono sapere quello che potrebbe succedere loro in futuro, quelli che invece li hanno persi, magari hanno paura che si riapra una ferita.

Bisogna accettare la realtà, la malattia…

AR: Certo, bisogna accettarla. A nessuno piace, ovvio, però non bisogna mollare…

MD: Il teatro serve anche come terapia…

Il vostro inno alla vita?

AR: Vivere, non lasciarsi andare. La salute però è importante e se c’è non bisogna sprecarla.

MD: A me piacciono le piccole cose, stare a casa, leggere, guardare delle fiction in televisione, soprattutto quelle americane – mi piace com’è il montaggio, la velocità delle immagini –. Io ho una casa in campagna, lontano da Roma, dove vado tante volte. Ho anche una casa a Filicudi nelle Isole Eolie. Quando vado in questi due posti mi isolo, sto benissimo, vado a pesca. È un paradiso! Stare lì ti serve a disintossicarti e poi, ad un certo punto, hai bisogno del traffico, di stare in città. Devi saperti amministrare bene, allora puoi vivere tranquillo.


Lo spettacolo sarà il 6 marzo al Teatro Goldoni di Bagnacavallo (RA), dall’8 al 10 al Teatro Sociale di Brescia, l’11 marzo al Teatro Luigi Bon di Colugna di Tavagnacco (UD), il 12 marzo al Nuovo Teatro Comunale di Gradisca d’Isonzo (GO)

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