In ricordo di Ivan, inventore del rock

– di Maurizio Melani –

Lo scorso 6 ottobre Ivan Graziani, il primo vero rocker italiano, avrebbe compiuto settant’anni. Ma di lui e delle sue canzoni più belle e graffianti si stanno perdendo le tracce

 Molti lo ricordano per la montatura rossa in stile glam, il gilet di pelle e l’immancabile Fender al collo. Altri solo per le romantiche ballate come “Agnese”, “Lugano addio” e “Firenze canzone triste”. Pochi per le due partecipazioni al Festival di Sanremo. Ma dietro Ivan Graziani c’è molto di più. Su tutto che fosse uno dei più apprezzati chitarristi italiani“Sapeva fare entrambe le fasi di accompagnamento e assolo in maniera perfetta”, dice di lui Alberto Radius, uno che di sei corde se ne intende – e che fu il primo, con Edoardo Bennato, a lanciare negli anni ’70 il modern rock in un’Italietta ancora addormentata da malinconie Sanremesi, chansonniers e progressive. Mentre però Bennato cantava volentieri le acustiche favole di Pinocchio e di Peter Pan, Graziani descriveva in modo ironico, graffiante e soprattutto elettrico la caustica provincia con l’occhio di chi si sentiva già cittadino del mondo.

Se ne facciano una ragione le giovani generazioni: se il Liga e il Blasco nazionali possono vantare sette vite e sudare sette camicie urlando “su e giù dal palco”, lo devono a chi prima di loro ci ha messo la faccia, ha rischiato e ha creduto di poter importare in un’Italia provinciale e benpensante un tocco di grezzo e malefico riff di chitarra. Perciò tanto di cappello a Ivan e spazio all’assolo.

 

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 Ivan dal vivo (da www.abruzzo-vivo.it)

Ivan Graziani era nato il 6 ottobre del 1945 a Teramo, anche se una leggenda – immancabile nel mondo del rock – lo vuole venuto al mondo un po’ apolide, un po’ viaggiatore, su un traghetto a metà strada tra la Sardegna e lo stivale. Cresciuto nella provincia della provincia, scoprì il mondo non a Milano né a Roma, bensì nella piccola Urbino di fine anni ’60, dove si recò come studente universitario e fondò la sua prima band, Anonima Sound, con Velio Gualazzi padre di quel Raphael vincitore di Sanremo Giovani nel 2011. Un self made man in tutto e per tutto: della chitarra come strumento, della chitarra come alternativi generi musicali, delle novità culturali provenienti dall’Italia che contava e dal mondo. Ma trasformò questa vita di provincia nell’antenna creativa di tutta una carriera, cantando il prete, il benpensante, la quindicenne già donna, la spogliarellista, il diverso, le malelingue.

 

Il suo primo amore, ancor prima della moglie Anna, fu l’immancabile Fender. C’era davvero portato, Ivan, tanto che le sue eclettiche qualità furono notate da molti blasonati colleghi musici del tempo. La PFM, alla metà dei ’70, pensò a lui come cantante-chitarrista che permettesse agli altri componenti di dedicarsi alle complesse parti strumentali. Lucio Battisti non ci pensò due volte e, sentendolo strimpellare negli studi della sua Numero Uno, subito lo arruolò per il nuovo disco “La batteria, il contrabbasso, eccetera”. Poi fu la volta di un Venditti primo in classifica con l’album “Lilly” e di una Bertè anch’essa all’apice.

 

 

Forse, come tutte le persone buone dentro, dedicò troppo se stesso agli altri, mentre la sua carriera di cantautore rock fu un continuo saliscendi di successi ed emozioni, di ricercata autonomia artistica e obblighi contrattuali, di un sound su vinile obbligatoriamente easy ma con trascinanti live performance. Dopo una serie di album passati quasi inosservati, la prima notorietà nel 1977, già trentaduenne, con “I lupi”. Dietro la splendida cover in stile horror metal – disegnata dal corregionale Tanino Liberatore – con tipici riferimenti hard, quali la benda sull’occhio, la moto, la donna seminuda, un lago di sangue, il disco anticipava il futuro trittico delle meraviglie, tra la grezza title track contro la guerra e la dolce e sempre splendida “Lugano addio”. Troppo avanti per i tempi? Certamente. Ma questo è il rock, baby…e non puoi far finta di nulla o nasconderti dietro un dito.

 

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Già: cos’è il rock? E’ energia, sperimentazione, stravaganza, eccesso. Ivan Graziani non aveva e neppure forse gradiva gli eccessi di un Jim Morrison o di un Alice Cooper, ma in quanto alle altre qualità…beh, provate ad andare in un negozio di dischi – se ancora esistono nella vostra città – e chiedete allo spento negoziante di cacciar fuori dagli archivi il trittico “Pigro” (1978), “Agnese dolce Agnese” (1979), “Viaggi e intemperie” (1980). Scoprirete un pezzo di America hard&roll dispersa nella provincia italiana, tra energici riff distorti e testi graffianti quando non incazzati. Il rock sta di casa qui, nasce qui. Con lui. Tenete presente che gli anni tra il 1977 e il 1980, quelli del punk e della lotta dura senza paura – tanto per capirsi – erano occupati, nel nostro panorama musicale, dalla pop-funky-dance di Lucio Battisti e Renato Zero o dal cantautorato folk più o meno impegnato di Venditti, De Gregori, De Andrè, Guccini. I primi tre dischi di Vasco – di cui il primo un triste panegirico della canzone italiana d’epoca – passarono pressoché inosservati. Un rimpianto? Non averci creduto (la casa discografica) fino in fondo. Esser stato (lui) forse troppo timido, educato, serio. Mai rock fuori dal palco. Ivan, come Bennato, avrebbe potuto riempire stadi molto prima di Blasco e Liga. Loro erano pronti. L’Italia e le label no.

 

Prendete “Pigro”. Già la copertina, un maiale col marchio di fabbrica degli immancabili occhiali rossi, a cura di Mario Convertino – autore anche della robotico-tridimensionale cover di “Seni e coseni” (1981) – vi anticipa l’arte dissacrante e rock di descrivere storie e persone. “Monna Lisa” parla di un pazzo che con rasoio e unghie fa a pezzi l’opera asserragliato nel Louvre, “Pigro” è uno schiaffo ai benpensanti tanto colti quanto incapaci di distinguere “il ramo da una foglia”, “Fango” è un povero assassino di periferia e “Gabriele D’Annunzio” un onanista sposo per errore. Non mancano le solitudini di provincia in “Scappo di casa” e “Sabbia del deserto” (“E l’inquietudine cresce dentro come un cancro”).

 

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“Agnese dolce Agnese” non è solo la smielata title track, ma un album altrettanto tirato con brani grezzi quali “Taglia la testa al gallo” e “Fame” (“Hai conosciuto la fame/E’ una signora di classe/Vive nella spazzatura/Lei si presenta al momento giusto/Col suo profumo di pollo arrosto”); pezzi rock blues come “Veleno all’autogrill” e “Doctor Jekyll And Mr. Hyde”; l’ipnotica “Il prete di Anghiari”, racconto semi gotico su uno strano curato che “sputa per terra per compiere il rito”. Ancora eccellente e rock la copertina, a firma nuovamente dell’amico Tanino Liberatore.

 

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Viaggi e intemperie (1980) chiude il trittico con “Isabella sul treno”, spogliarellista in un locale notturno e ladra di giorno, “Radio Londra” ancora contro la guerra, “Tutto questo cosa c’entra con il r&r” (“Porta una tua amica/Noi saremo in tre/Un boschetto fuori mano/Una violenza e poi…”) e la splendida “Firenze (canzone triste)” con una “donna d’amare in due”, assieme allo studente Barbarossa, ma con la solitudine alle porte. Tanto da chiedersi: “Ma io che farò in questa città, fottuto di malinconia e di lei?”.

 

 

Ivan lo spazio libero davanti a sé per lanciare il movimento rock lo vedeva, lo sentiva, lo sognava. Ma dall’altra parte forse non credevano in lui o – meglio – non credevano in un rock tricolore. Così mentre iniziava a fiorire la new wave underground di Litfiba, Diaframma, Neon, Denovo – i gloriosi anni di Firenze capitale della nightlife alternativa – nel 1981 rilasciava un’intervista in cui annunciava il ritiro dalle scene, poi mai verificatosi, dettato dall’impossibilità di poter seguire in libertà le sue inclinazioni. Gli anni ’80, difatti, videro un lento declino con dischi di secondo piano sempre più melodici e il fondo toccato al Festival di Sanremo 1985 con l’inutile “Franca ti amo”, canzone pop da tastiere commerciali – come usava all’epoca – ma con la classifica lì a condannarlo. Quando nel 1989 esce “Ivangarage”, dove Graziani torna dopo 10 anni a essere finalmente se stesso nei testi (“E invece ti mando a fare in culo/A te che sei il direttore“, dice a un non precisato impresario in “Prudenza mai”) e soprattutto nella musica, il rock è oramai sdoganato. Ma in pochi si ricordano di lui che l’ha lanciato. E il saliscendi prosegue, così come il ritorno a Sanremo nel 1994 con “Maledette malelingue” che si classifica onesta settima e con il nuovo album “Malelingue” che trova il giusto mezzo tra rock e facile ascolto.

 

 

A cinquant’anni sembra la nuova e definitiva rinascita. Il rock va alla grande, con Vasco, Liga, Litfiba e le decine di band che di lì a poco usciranno dall’underground (Csi, Negrita, Marlene Kuntz, il fenomeno Posse), ma quel maledetto cancro covato dentro come l’inquietudine di “Sabbia del deserto” se lo porta via il 1° gennaio 1997. E con lui un pezzo di memoria e di storia della musica italiana: quella innovativa, quella geniale, quella purtroppo in anticipo sui tempi e non capita fino in fondo.

 

Per conoscere meglio il mondo di Ivan Graziani, suggeriamo il mini romanzo “Arcipelago Chieti”, frutto degli appunti raccolti nell’anno in cui svolse il servizio militare, la biografia Viaggi e intemperie” di Lorenzo Arabia (Minerva Edizioni, 2011), il festival “Pigro” a lui dedicato ogni anno e naturalmente il vasto repertorio musicale, partendo dai brani che vi abbiamo in precedenza citato.

 

Signore è stata una svista abbi un occhio di riguardo per il tuo chitarrista

Signore se lanci uno strale sbaglia mira per favore non farmi del male

Te lo giuro in ginocchio qui in mezzo alla pista te lo giuro sulla Fender, io non l’ho fatto apposta

Perciò, Signore è stata una svista abbi un occhio di riguardo per il tuo chitarrista

La foto di copertina è presa on line dal sito di Radio Birikina

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