Humanities e conoscenze manageriali. Spunti di riflessione intorno a un libro*

Questo è il primo appuntamento di una collaborazione che onora Words in Freedom.
Abbiamo scelto di chiamare questa rubrica: Economia della cultura, cultura dell’economia. Una rubrica in grado di raccogliere i contributi di studiosi di altissimo profilo nazionale e internazionale e i più qualificati operatori del sistema delle professioni. Insieme, gli uni e gli altri, animeranno un dibattito sui modi per ripensare, oggi, una crisi  sempre più lunga e dai caratteri strutturali.
Gli interventi che proponiamo, di volta in volta, hanno tutti in comune la ricerca di diversi possibili modi d’intendere la convivenza. Modi nella pratica mai scontati di stare insieme. Su questo occorre “lavorarci su”. Incroceremo una sempre più  qualificata “Cultura dell’economia”, ispirata alle tradizioni umanistiche e del pensiero classico con una “Economia della cultura” innovativa e non retorica.
Seguiremo su questa scia l’approccio degli studiosi che animano il gruppo puntOorg, coordinato dal professor Luigi Maria Sicca dell’Università degli Studi di Napoli Federico II.

 

-di Rosario Diana-

Vorrei svolgere in sintesi questo tema riferendomi a un libro di qualche anno fa, per il gruppo puntOorg, curato da Luigi Maria Sicca, con una postfazione di Francesco Piro.[1] Lo faccio perché il volume, che riunisce saggi di studiosi di organizzazione aziendale (Organization Studies), mi spinse allora (quando lo lessi) e mi spinge ancora oggi (nel rileggerlo) a cogliere una sollecitazione esplicita e a raccogliere una provocazione preterintenzionale rivolta proprio agli umanisti.

Cominciamo dalla sollecitazione.

Il sottotitolo accattivante del libro, Estetica, umanesimo e conoscenze manageriali, allude ad un collegamento fra Humanities e saperi del management che nei vari contributi ospitati diventa una vera e propria connessione necessaria. Per comodità, uso qui il termine Humanities nella maniera più comprensiva possibile, quindi sussumendo sotto di esso dalla filosofia alla letteratura, dalla storia del teatro alla musicologia.

Già in questa sollecitazione è insita una provocazione, non diretta agli umanisti, ma alla temperie della nostra epoca. Nel momento in cui più o meno in tutta l’area europea le Humanities soffrono per la contrazione dei finanziamenti pubblici – con picchi quasi da scatafascio in Inghilterra, se seguiamo il resoconto fatto da Martha Nussbaum;[2] nel momento in cui tutto nel mondo scientifico, in senso lato, sembra denunciare uno squilibrio di tipo veteroscientistico e una chiara volontà di assumere alcuni criteri epistemologici delle scienze dure come quelli più credibili, ai quali tutti gli altri devono adeguarsi (per quanto concerne il nostro Paese, si pensi, ad esempio, alla querelle sull’uso dell’inglese come lingua veicolare anche per le Humanities, che sono fortemente connotate anche dalle tradizioni culturali e linguistiche di appartenenza); nel momento in cui tutto ciò avviene e si condisce con la salsa annacquata di un furore economicistico diffuso (che ha fatto dire – pare – a un economista, nonché ministro di qualche governo fa del nostro Paese, che “con la cultura non si mangia”), arriva un piccolo ensemble di solisti che cantano, a me sembra in maniera molto intonata, fuori dal coro generale, che invece è più stonato di una campana incrinata. Questi solisti sono gli autori tradotti in questo libro (Olof Berg, Kristian Kreiner, Robert W. Witkin, Barbara Czarniawska, Carl Rhodes, Ken Starkey, Sue Tempest, John Hendry, Karin Knorr Cetina) insieme ai due impresari, anch’essi cantanti naturalmente – Luigi Maria Sicca e Francesco Piro –, ai quali dobbiamo essere grati per aver allestito un palcoscenico alternativo (come si amava dire un tempo).

Dunque, a me sembra che la sollecitazione a coniugare i saperi del management con quelli umanistici sia un’iniziativa ammirevole e un atto di ribellione o, se preferite, di indignazione contro la cappa ideologica che nel nostro Paese – ma non solo qui – grava sul mondo del lavoro intellettuale di tipo umanistico. La sollecitazione diventa ancora più interessante, perché proveniente da economisti latori di proposte condivisibili, convergenti con quelle espresse da più parti nel campo filosofico (penso soprattutto alle tesi sostenute da Martha Nussbaum ed Edward Said[3]).

Ma – domandiamoci – quale è la natura del contributo, in generale, che gli studiosi di management ritengono possa essere fornito dalle Humanities? Secondo questi specialisti, un approccio di tipo umanistico (ossia fondato sullo studio dei contenuti delle Humanities e su di una continua frequentazione con essi) consentirebbe di formare manager:

1)      in grado di leggere e scrivere organizzazioni – per riprendere il titolo del libro –, ossia esaminare setting aziendali esistenti, formulare diagnosi e costruire nuove forme di organizzazione del lavoro, basandosi sulle proprie capacità riflessive e su di uno spirito critico che permetta loro di decidere, valutando in piena autonomia di giudizio, le forze e le condizioni della situazione effettiva di volta in volta in gioco.[4] Si tratta, in sostanza, di promuovere quella che nel libro viene definita un’“educazione critica al management”;[5]

2)      capaci di saper dialogare con posizioni differenti,[6] di riuscire a tenere nel giusto conto tutti gli aspetti di un problema, sapendo che anche nell’ambito dell’organizzazione aziendale – come, del resto, in altri campi del sapere, soprattutto umanistico – non si può più disporre di uno schema teorico dogmatico,[7] della parola già detta che quadri da ogni lato, per dirla con Eugenio Montale;

3)      in grado di saper esplorare la vita interiore degli individui con l’esercizio di una prassi empatica maturata attraverso la lettura di testi religiosi, letterari e filosofici. Badate bene: questo non lo sostiene qualche autorevole esponente religioso o un famoso filosofo europeo, ma nientemeno che Pehr Gyllenhammer, amministratore delegato della Volvo negli anni Settanta-Ottanta del secolo scorso.[8] Certo, l’esercizio dell’empatia non deve tradursi nella hybris di chi crede così di poter esaurire completamente l’interiorità dei propri interlocutori – in questo sono d’accordo con gli avvertimenti prudenziali di Francesco Piro;[9] ma predisporsi in questo modo a comprendere sperimentalmente chi ci sta di fronte – senza pretese di completezza e di infallibilità – può essere un buon inizio per un equilibrato capitano d’industria.

Quando non ricorrono esplicitamente – emergendo talvolta per poi inabissarsi, come in un fiume carsico –, le parole-chiave del libro sembrano essere: giudizio,[10] persuasione, sviluppo della persona,[11] comprensione, compassione, prudenza, eloquenza.[12] Ma a me sembra che il libro contribuisca anche a decostruire e smascherare il feticcio dell’homo economicus,[13] quel fantoccio astratto che agisce sempre seguendo una razionalità economica in forma di ben rotonda sfera (anch’essa astratta) e che ha consentito a numerose generazioni di economisti di considerare assolutamente attendibili i loro calcoli e le loro previsioni. Proprio la rinuncia a riferirsi sempre e comunque, nell’ambito degli Organisation Studies, ad una tale astrazione euristica – già autorevolmente criticata in più occasioni da Amartya Sen –, rende ancora più impellente l’esigenza di ampliare il campo della formazione economica alle Humanities, che in molte delle loro discipline (si pensi alla filologia, all’etnografia, alla storia) incontrano uomini in carne ed ossa e non immaginari o, peggio, progettati a tavolino. Del resto, la riflessione umanistica attuale mi sembra assai sensibile ai falsi universalismi, alle pericolose generalizzazioni, alle vuote astrazioni.

E allora ben vengano le Humanities nella formazione dei nuovi manager, se questa apertura ad esse sta a significare – come si diceva prima – il rifiuto del dogmatismo della ricetta facile e precostituita e invece l’assoggettamento alla più faticosa prassi della ricerca localizzata e circostanziata, che conduce a risultati specifici, adeguati all’individualità dell’impresa e rispettosi dell’identità che essa vuole costruire per i suoi dipendenti e per il mercato. Questo significa – come opportunamente osserva Francesco Piro, riprendendo John Hendry – rinunciare a un modello (più sognato che reale, in verità) di “razionalità automatica”,[14] sganciata da presupposti etici, e muoversi in direzione di quella razionalità individuata e responsabile che è il correlativo soggettivo di un’età post-burocratica,[15] ossia di un’epoca che ha lasciato o almeno conta di lasciare dietro di sé quella “burocrazia” – sono parole di John Hendry – fatta di “regole generali e astratte, da seguire senza far domande”,[16] quella “burocrazia” progettata “per sopprimere l’individualità”.[17]

Se questo, abbozzato a grandi linee, può essere il contributo delle Humanities alla formazione del manager critico e responsabile nel campo dell’economia, noi umanisti non abbiamo naturalmente nulla da eccepire. Anche perché, se è vero che – come scrive ancora John Hendry – “l’economia ha rimpiazzato l’umanità”,[18] il nostro auspicio di umanisti – ma soprattutto di cittadini e prima di tutto di donne e uomini – è che l’uomo con i suoi bisogni e il suo rapporto con le risorse del pianeta (un pianeta che chiede oggi più che mai attenzione e rispetto) possa diventare il riferimento principe del manager di domani. Di domani, dal momento che l’oggi ci dice ben altro. In tempi di delocalizzazione selvaggia, favorita da una globalizzazione economica che si avvantaggia di una mancata globalizzazione dei diritti (soprattutto del lavoro), gli amministratori delegati, sospesi fra i consigli di amministrazione e le assemblee dei soci, da una parte, e i lavoratori da licenziare ridotti a puro dato numerico, dall’altra, in equilibrio visibilmente sbilanciato fra il bisogno compulsivo di realizzare utili per i propri finanziatori, da un lato, e l’esigenza di sopravvivere dei lavoratori in odore di espulsione, dall’altro, non fanno certo la fine dell’asino di Buridano, che – com’è noto – morì di fame perché non seppe scegliere fra i due covoni di fieno disponibili quale mangiare…

Certo Sicca e Piro segnalano e descrivono una tendenza virtuosa e assegnano anche una funzione nobile alle Humanities nell’economia. Noi siamo d’accordo con loro. Sul fatto che le Humanities possano essere utili (un’utilità qui non intesa in senso economicistico) agli scopi fissati dai nostri due impresari e dal coro di studiosi cui essi si aggiungono, non credo ci sia dubbio alcuno. Non è mia intenzione innalzare steccati fra ambiti scientifici, ma solo alludere – in via del tutto generale, di sfuggita e ostensivamente –, ad alcune specificità delle discipline umanistiche molto fertili per la formazione del manager. Tutti noi abbiamo visto sui giornali le fotografie del monaco tibetano Jampa Yeshi (uno fra i tanti), che qualche anno fa si è dato fuoco a Nuova Dehli per protestare ancora una volta contro l’occupazione cinese del Tibet. Cosa può intercettare la chimica, la fisica o l’economia stessa della sofferenza e del bisogno incondizionato di riconoscimento che quest’uomo ha voluto esprimere con il suo gesto estremo? Quanto, invece, di questo dolore così radicato, inaggirabile, possono dirci la storia, la poesia, la filosofia, ecc., se opportunamente focalizzate in quella direzione.

Ma come declinare le Humanities e, più specificamente, la filosofia (visto che Piro è un filosofo) in un corso di economia? Qui, in conclusione, ritorno a quella provocazione cui facevo cenno all’inizio di questo mio contributo e che, a mio avviso, Sicca e Piro hanno diretto – inintenzionalmente – all’insegna degli stessi umanisti. Credo che loro non pensino ad un approccio di tipo erudito, quello che spesso proprio negli ambienti specificamente filosofici rischia di soffocare la riflessione e l’elaborazione teoretica e di ostacolare l’incontro con la domanda di filosofia che proviene dalla società. Mi piace pensare che i nostri due studiosi-complici abbiano in mente – se mi lasciate passare il gioco di parole – più il filosofare che la filosofia come complesso di dottrine storicamente affermatesi, di cui dare informazione agli studenti. Mi sembra che a loro interessi l’esercizio critico della riflessione, certo informata sulle tradizioni di pensiero del passato, ma centrata sui quei problemi umani ed economici circoscritti che richiedono sensibilità e impegno per questioni filosofiche (identità, individualità, riconoscimento, comprensione, ecc.). Tutto ciò dice molto a noi umanisti, sul modo in cui il nostro lavoro può uscire dal monastero – per dirla con Giambattista Vico – e aprirsi alla polis.

In copertina “Il manager e Socrate” (particolare) di Luca Carnevale

Note

*                Propongo qui un mio lavoro pubblicato in versione cartacea in G. Baptist (a cura di), Sui presupposti di un nuovo umanesimo. Tra ragione, scienza e religione, Mimesis, Milano-Udine 2015, pp. 309-314.

1                 L.M. Sicca (a cura di), Leggere e scrivere organizzazioni. Estetica, umanesimo e conoscenze manageriali, Editoriale Scientifica, Napoli 2010 (d’ora in poi citato con l’acronimo: Lso). Il libro ha suscitato una ricca discussione (alla quale ho partecipato anch’io) ora pubblicata in L.M. Sicca (a cura di), Tavola rotonda. Umanesimo del management attraverso gli occhi dell’altro, Editoriale Scientifica, Napoli 2013.

2                 Cfr. M.C. Nussbaum, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica (2010), tr. it. di R. Falcioni, il Mulino, Bologna 2011, pp. 140 sgg.

3                 Cfr. M.C. Nussbaum, Coltivare l’umanità. I classici, il multiculturalismo, l’educazione contemporanea (1997), tr. it. di S. Paderni, Carocci, Roma 20113; E.W. Said, Umanesimo e critica democratica. Cinque lezioni (2004), a cura di G. Baratta, tr. it. di M. Fiorini, il Saggiatore, Milano 2007.

4               Cfr. L.M. Sicca, Leggere e scrivere organizzazioni, in Lso, pp. 8 e 11.

5               Cfr. K. Starkey, S. Tempest, Come uscire dalla crisi delle Business School, in Lso, p. 145.

6                 Cfr. L.M. Sicca, Leggere e scrivere organizzazioni, cit., p. 8.

7                 Cfr. ivi, p. 19.

8                 Cfr. B. Czarniawska, C. Rhodes, Trame forti: la cultura di massa nella teoria e nella pratica del management, in Lso, pp. 92 e 95.

9                 Cfr. F. Piro, Quanto umanisti dobbiamo essere ancora? Una cassetta degli attrezzi per il lettore, in Lso, pp. 220-221.

10               Cfr. J. Hendry, Formazione manageriale e cultura umanistica: la sfida della postburocrazia, in Lso, p. 153; K. Knorr Cetina, Sfide post-umanistiche alle scienze umane e sociali, in Lso, pp. 189-211.

11               Cfr. J. Hendry, Formazione manageriale e cultura umanistica: la sfida della postburocrazia, cit., p. 153.

12               Cfr. K. Knorr Cetina, Sfide post-umanistiche alle scienze umane e sociali, cit.

13               Cfr. J. Hendry, Formazione manageriale e cultura umanistica: la sfida della postburocrazia, cit., p. 156.

14               F. Piro, Quanto umanisti dobbiamo essere ancora? Una cassetta degli attrezzi per il lettore, cit., p. 240.

15               Cfr. J. Hendry, Formazione manageriale e cultura umanistica: la sfida della postburocrazia, cit., pp. 157-159.

16               Ivi, p. 157.

17               Ivi, p. 161.

18               Ivi, p. 156.

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