Hashtag: il nuovo disco di Silvio Brambilla

– di Gianmarco Caselli – 

Hashtag, il nuovo disco di Silvio Brambilla: quattro tracce che si avvalgono della collaborazione di musicisti di peso quali Antonio Aiazzi, mitico co-fondatore e tastierista dei Litfiba, Marco Bachi della Bandabardò, Alessandro Casini (chitarra), Claudio Brambilla (basso) e coro Senzaton (nel pezzo Hashtag).
Un lavoro che strizza l’occhio a tutto quell’ambiente della musica italiana della prima metà degli anni ’90 che poi è andato, purtroppo, forse irrimediabilmente perso.

Il disco è autoprodotto e della title-track il cui testo è basato appunto sugli Hashtag, è stato realizzato anche un videoclip.

 

Nelle altre tracce si affrontano tematiche diverse: “Nemico perfetto” è indirizzata a un non meglio identificato politico del momento che, utilizzando le parole di Brambilla, cavalca “il razzismo e il fascismo latente”; con “Sidewinder”, in cui Giovanni Pecchioli si lascia andare a un fantastico assolo di clarinetto,  si affronta invece la tematica della guerra con un testo in cui un bambino dialoga con il missile che distruggerà la sua casa, la sua scuola e la sua famiglia.

Curiosamente, parlando di Brambilla, il disco si chiude con una canzone d’amore dedicata a sua moglie.

Abbiamo intervistato Brambilla.

Il disco è autoprodotto. Come gli altri miei due dischi solisti. Mi lascio questa valvola di sfogo, mi permette di fare le cose in totale autonomia. Avendo uno studio di registrazione personale non ho i classici problemi di budget o tempi di produzione.

Quindi è una scelta?

Non è necessariamente una scelta, si fa di necessità virtù. La musica mia la faccio per il gusto di farla, non per diventare famoso e vendere miliardi di dischi. Comunque non mi sono neppure mai messo a cercare un’etichetta che, al limite, ti distribuisce il disco. Ho voluto sempre essere libero di dire e fare quello che voglio.

Vede più limiti o più possibilità con l’autoproduzione in un ambiente come quello italiano degli ultimi anni culturalmente molto appiattito e con sempre meno spazi alternativi?

Nel mio caso ci sono più limiti, forse. Facendo un disco in privato, salvo poi appoggiarsi ad altri musicisti, è difficile poi realizzarli dal vivo. Questo disco è diverso dagli altri miei precedenti: vede una partecipazione scarsa di musicisti proprio per renderla facile live; ma il fatto che sia autoprodotto rende difficile trovare posti dove suonare. Il limite però viene compensato dalla libertà di fare quello che ti pare.

I suoi lavori sono molto vicini all’ambiente musicale italiano dei primi anni ’90.

Sì, ma non è una scelta cercata, consapevole. Nei miei brani viene fuori quello che sono io. Sono partito dal progressive inglese e sono arrivato a quello che c’è ora. Quello che ascolti e ti piace, ti permea. Quello degli anni ’90 forse è lo stile musicale che mi ha influenzato di più. Hashtag è clamorosamente CSI: quando me ne sono accorto ho chiesto a mio figlio di suonarci il basso come Maroccolo. Forse per certi versi questo brano è stato una sorta di tributo a Ko de Mondo, il primo disco targato CSI che ha cambiato notevolmente la musica italiana.

Con i messaggi dei tuoi testi pensi di poter influenzare gli ascoltatori e quindi cambiare la società o è una tua esigenza?

Non ho questa presunzione. Metto in musica quello che sento. Ciò che mi dà noia più che ciò che mi piace. Voglio dare un messaggio ma più per me che per gli altri. Voglio dire ciò che penso, se vi piace bene, sennò cazzi vostri. Se poi smuovo qualcuno, meglio, visto che siamo in un paese in cui dovremmo rialzare la testa e aprire gli occhi.

L’elettronica riduce il numero di collaboratori musicali. Questo per lei limita o amplifica le possibilità di lavorare sui brani insieme agli altri musicisti quando siete in sala prove?

Dipende. È un rischio che l’elettronica introduce. Dipende come la affronti. In realtà in questo disco non ha il peso che ha avuto nel disco precedente. Se si usa in maniera creativa e non ci si fa usare dall’elettronica, allora funziona. Io cerco di usarla solo in funzione del risultato. È un grande aiuto se non ti sai sopraffare da lei: aiuta e apre a collaborazioni.

Curiosamente il disco si chiude con una canzone d’amore.

Per una volta ho messo nei miei testi anche ciò che non mi dà noia: una canzone d’amore dedicata a mia moglie. È l’unico di questi brani a essere canonico a livello armonico, ritmico e come sound: non è acido come gli altri. Il mio intento, solitamente, è dare pugni nello stomaco alla gente anche con i suoni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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