God save Francesco Totti

-di Massimiliano Morelli-

Amato e idolatrato, forse anche troppo. Ma anche incompreso e osteggiato, forse anche troppo. Non basterebbe una Treccani per raccontarlo fra aneddoti e irrealtà d’una città che lo ha eletto Papa senza bisogno d’un conclave

La gente mi guarda, sembro un pesce rosso nella teca di cristallo, cammino e mi fotografano mentre cerco il posto che m’hanno assegnato. Stavolta in tribuna. Non abbocco, io stò tranquillo, manco vorrei ’sta cagnara intorno… ’spetta che c’è un ragazzino… si vuole fare un selfie con me…. click, ma che faccia avrò fatto? Se vede che stasera un po’ me rode? La poltrona è comoda, da qui la partita è ’nantra cosa, sembra di stare al cinema, un megascope… che danno l’Oscar? No, niente barzellette per carità, mò lassateme perde, vojo stà tranquillo, c’è la Roma in campo. Ma poi, a ripensacce, che ho detto di male alla Scarnati, cioè non a lei, ma che ho detto di antiromanista? Sò fatto così, nun me conoscete? Pane al pane e vino al vino.

Non c’è rabbia, il popolo giallorosso lo tratta come un re e guai a immaginare un futuro senza Francesco Totti protagonista assoluto. Roma è questa, prendere o lasciare, mano a mano che passavano giorni, settimane, mesi e più di vent’anni di vita a quello che all’inizio chiavano il “pupone” l’hanno trasformato nell’icona della romanità, alla stregua d’un Alberto Sordi, d’un Carlo Verdone, d’un Gigi Proietti, un Papa del pallone insomma, che poi il paragone ci sta tutto specie da quando hanno eletto Bergoglio, Francesco come lui. Eletto, senza conclave. Maledetto tifo, che t’esalta a tutto spiano e non s’accorge di quanto sia difficile essere Francesco Totti. Perché ti osservano, ti indicano, non ti lasciano mai in pace, che all’inizio gratifica pure ’sta cosa, ma poi non respiri più e finisci nel tritatutto, e la gente ti vede adesso alla Garbatella e fra un attimo al Colosseo, mò stai al Tuscolano e… macchè, l’ho visto a Monteverde du’ minuti fa, dal tabaccaio. Eh si, tiriamola fuori come al solito la stucchevole diceria che sei un personaggio pubblico e devi dà i resti a tutti, qua me stanco solo a salutà mezza Roma, a firmà le magliette, le foto, e i selfie col bastone dei cinesi, e quello che chiama l’amico quanno me incontra pe famme parlà co lui. No, non con quello che m’incontra per strada, ma con quello che sta a riceve ’a chiamata.

Francesco Totti

Un giovane Francesco Totti

Ho perso il numero dei gol segnati, delle presenze, delle assenze, di chi m’è stato compagno di squadra, di tutto questo caravanserraglio che mi porto dietro dal “novantaquattro”, da quando s’accorsero che s’erano sbagliati quelli che me ritenevano inutile e che non potevo andare alla Sampdoria e neanche da Carlo Mazzone a Cagliari. Perché sono Francesco Totti, per vostro piacere e certe volte mio malgrado. Perché lui, l’eterno ragazzo di Porta Metronia, non è solo il numero 10, il capitano, il goleador principe nella storia della Roma. Lui è la bandiera, il vessillo, l’icona, e mai nessuno come lui c’è stato, c’è e ci sarà. Vuoi mettere? C’è tanta romanità in chi lo ama che a precisa domanda “ma tu faresti a cambio col Barcellona, te danno Messi e je dai Totti?”, nessuno preferirebbe la pulce. Neanche oggi che la carta d’identità recita “quarant’anni” e quella di Leo è molto meno sbiadita.

Francesco Totti

Francesco Totti, capitano della Roma

Già, la bandiera. Come Rivera e Maldini al Milan, Riva al Cagliari, Mazzola e Facchetti all’Inter, e chissà quanti altri carneadi che sono rimasti a vita con la squadra che gli ha dato un futuro nel calcio. Che poi, qui, ti fai mille e poi altre mille domande, a che serve una bandiera se in novant’anni la tua squadra ha vinto solo tre scudetti? Si, va bene, le magagne arbitrali e le questioni di centimetri, tutto assorbito col tempo. Ma una bandiera quanto è utile se è anche una cattedrale nel deserto? Qua il ciclo dura una stagione, se ti dice bene, invece guarda i piemontesi e i meneghini, vendono e ricomprano, e te chiedi come è possibile che non sbagliano mai un colpo e qui invece sei campione a settembre e sfortunato a marzo. Ammazza che jella! Sempre. Maledetto pallone, che m’ha fatto innamorà della squadra sbagliata, o che m’ha fatto nascere nel posto sbagliato, che poi Roma è pure caput mundi e ci sono cinquecento monumenti che ti fanno assaporare la storia, cinquecento pezzi di storia sparpagliati qua e la. Che se ero nato a Manchester, a Liverpool, a Madrid, a Monaco di Baviera, magari avrei avuto meno cultura ma più scudetti sul petto.

Come le medaglie d’un soldato, e come un soldato – garibaldino in questo caso – hai detto “Obbedisco al cuore!” quando volevano farmi diventare galattico o berlusconiano, a seconda della scelta di maglia, bianca o a strisce. E oggi che le strisce sono unite alle stelle e il patron dice “welcome” invece di un “anvedi chi se rivede!” utile per far vagheggiare un Mario Brega o un Bombolo d’annata, come la mettiamo? Chi comanda, lo yankee o quel core de Roma che fa dimenticare pure una moglie che ti tradisce o un figlio diciottenne che prende la macchina di nascosto e la intruppa alla prima curva, manco fosse Gilles Villeneuve? Comanda Totti, e la gente che urla il suo nome, e i fischi a chi lo disprezza, agli invidiosi, a quelli che criticano ancora oggi le sue scelte, e gli sfottò ai laziali e la Coppa del Mondo alzata a Berlino grazie “appena” a un calcio di rigore battuto contro l’Australia.

Francesco Totti

Francesco Totti con la Coppa del Mondo 2006

Ma allora il cucchiaio a Van der Saar di sedici anni fa non conta? E le giocate di fino, e il paragone con Rivera, e lo scudetto vinto che al confronto ne vale dieci della Juventus? E la generosità, la misericordia, l’essere uomo ancor prima che calciatore? Il ghigno resta uguale mentre osservi le foto di quand’era un raccattapalle, più biondo e bambino come lo è oggi il figlio, che tira calci al pallone mentre qualcuno già lo indica come un nuovo messia. Benedetta ignoranza di chi si sofferma troppo sull’apparire e non sull’essere, su chi s’esalta e cerca lo scoop su George di Cambridge e non sulla regina madre. God save Francesco Totti.

James Pallotta sbarca da Boston e lo rincuora, Luciano Spalletti fa intendere che lo tratta come gli altri e non può fare altrimenti, da poco è tripadre e gli osanna si sprecano mentre un Modric qualsiasi vuole a tutti i costi la foto con lui e Cristiano Ronaldo ne parla un gran bene. Passano i giorni e ti chiedi se Stanley Matthews, “sir” che giocò fino a cinquant’anni vincendo l’impossibile nell’Inghilterra black and white, compreso il primo Pallone d’Oro della storia, abbia ricevuto le stesse attenzioni. Nel bene e nel male. Finirà come in quel film di Ettore Scola “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?” con l’Albertone nazionale, Nino Manfredi e Bernard Blier. Tutti insieme sulla spiaggia a urlare al “santone” Manfredi di non lasciarli da soli, mentre la nave è già al largo. E lui, Manfredi, che si getta in acqua per tornare a nuoto dai suoi amici africani.

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