Giorgio Biavati e il suo Rispettati ragazzo

di Rino Alessi

E’ appena nato, il primo libro di Giorgio Biavati, l’attore  che il grande pubblico della tv ricorda per aver dato voce e volto al personaggio di Giovanni Bonelli nella serie tv Vivere, e si è già fermato. “Avevo appena cominciato a portarlo in giro” spiega l’attore bolognese, classe 1939, “e l’epidemia di coronavirus ha spezzato le gambe al mio Rispettati, ragazzo”.”

E’ uscito infatti lo scorso gennaio nella collana Percorsi Narrativi per i tipi dell’editore genovese Bastogi (pagg. 88, euro, 10), il libriccino che segna l’esordio nella narrativa di un attore che ha dato molto allo spettacolo italiano.
Teatro, cinema, televisione, Biavati non si è risparmiato niente che abbia a che fare con la recitazione.

Giorgio Biavati

“Il libro” racconta ancora “nasce dalla richiesta di un mio amico fotografo che mi telefonò il giorno del mio compleanno di due anni fa e mi chiese, a bruciapelo, se ero disposto a mettere su carta le storie che raccontavo a cena dopo teatro o nelle pause quando giravo per la televisione. Mi sono messo a pensarci, e a chiedere qualche parere.
Poi, trovandomi a Nervi, vicino a Genova, dove ho seguito le lezioni che l’amico fotografo teneva nel corso di un bellissimo corso di cinema, ho preso la decisione, e ho cominciato a scrivere nella sede del mio FANS club che è una pizzeria, molto nota in zona. Di giorno scrivevo all’esterno, 
a picco sul mare, e la sera in pizzeria.”. 
Da dove inizia il racconto dei migliori anni della sua vita? “Da Bologna, naturalmente. Scrivevo sulla carta gialla che la mia mamma usava per incartare i fichi neri che mi piacevano tanto. Avrò avuto due anni e mezzo. E’ il mio primo ricordo nella Bologna degli anni di guerra sulle bancarelle dei Giardini Margherita. Non so bene da dove provenisse la mia mamma, mio padre sì, era bolognese a tutti gli effetti: lo stemma dei Biavati è fra quelli rappresentati all’Archiginnasio…”.”
E poi? “E poi i ricordi si sono inanellati. Bologna resta comunque un punto fermo, era l’età dei giochi, della giovinezza. Sono uscito da casa a quattordici anni, vivevo giocando a biliardo, a poker. Ho frequentato l’università della strada. Questo mi ha permesso di acquisire una formazione equilibrata. Attorno a me vedevo i miei coetanei cadere nelle trappole del fumo e della droga, io non ho mai fatto quell’esperienza imparando a rispettarmi, e di conseguenza a rispettare gli altri.”.
Il mistero del titolo è rivelato… “Ho perso mia madre molto presto, ma non ne ho mai sofferto perché ho subito sentito le sue energie su di me. Da Bologna mi sono trasferito a Milano, dove ho frequentato l’Accademia del Piccolo Teatro. Uno dei miei primi incontri fu con un certo Giorgio Strehler, il regista triestino che da Barcola è arrivato in tutto il mondo. Da Stehler subii un affronto. Dall’alto della sua carica, mancò di rispetto a noi allievi. In nome di tutti gli risposi per le rime e finì sul nascere anche il mio rapporto con il Piccolo Teatro. Poi nel regno di Strehler sono tornato anni dopo con uno spettacolo meraviglioso Patatine di contorno per la regia di Raffaele Maiello con cui feci una tournée in Inghilterra e che mi portò a Trieste.”.
Erano gli anni, gloriosi, in cui il Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia era diretto dal suo fondatore, Sergio D’Osmo che mise in cartellone i Nobili ragusei, versione italiana dei Dundo maroje croati, firmata dalla premiata ditta Carpinteri e Faraguna, che Kosta Spaich rappresentò e preparò a Zagabria e poi portò come spettacolo inaugurale della stagione del Politeama Rossetti. “A Trieste conobbi Elisabetta, mia moglie, che sposai poco dopo essere stato l’attor giovane della compagnia che radunava nomi molto amati a Trieste come Lino Savorani e i giovanissimi, all’epoca, Orazio Bobbio e Ariella Reggio. Mi sposai dopo aver annullato un matrimonio. Ero appena arrivato a Trieste da Zagabria che da Bologna mi telefonò la mia ragazza di allora dicendomi che era rimasta incinta. Va bene, le risposi, sposiamoci in Comune a Milano. Tramite mia sorella feci preparare le carte. Nel frattempo la mia quasi moglie perse il bambino; non importa le dissi. Ci sposiamo lo stesso. Quando arrivò la data fissata per il matrimonio, ero innamorato di Elisabetta. Cosa faccio? Le dissi a telefono. E non mi presentai al matrimonio.”


Il seguito è tanto cinema, nel 1982 l’esordio con Testa o croce, regia di Nanni Loy. Poi un film con Pupi Avati, Ultimo minuto, uno con Dino Risi, un episodio delle Quattro storie di donne con la debuttante Ira Fürstenberg. Nel 1990 Biavati lavora con Peter Del Monte in Tracce di vita amorosa, seguono Cacciatori di navi di Folco Quilici e L’autostop (Elegia russa) di Nikita Michalkov.
In televisione lo chiamano per partecipare a sceneggiati di grande ascolto, a cominciare da La freccia nera, regia di Anton Giulio Maiano con Loretta Goggi e Aldo Reggiani, per non parlare di spettacoli teatrali quali Trasmissione forzata e Coppia aperta, quasi spalancata di Dario Fo in cui fa coppia con Franca Rame e gira il mondo per dieci anni.
Al Teatro Stabile di Trieste torna, diretto da Krzystof Zanussi ne La Bottega del caffè di Rainer Werner Fassbinder da Goldoni.
Per nove anni ha lavorato nella soap opera Vivere nel ruolo di Giovanni Bonelli, scritto a sua misura d’attore e di uomo.
“Ero un trattore sposato con tre figlie. L’ho costruito io, addosso alla mia persona. Il successo è stato lusinghiero. Facevo la spola tra Milano, e poi Torino, dove giravamo, e Roma dove raggiungevo Elisabetta nei fine settimana.”.
Una vita stressante… “Una vita bellissima. In tutto questo spostarsi avvenne un fatto importante. Mi fu annunciato che Mediaset era interessata a produrre una soap da un mio soggetto. Ero felicissimo. Da Roma torno a Milano e la sera stessa raggiungo in bicicletta il celebre ristorante del centro, dove mi aspettavano quelli della produzione. Mi propongono di girare il rifacimento di Casablanca scritto da due autori francesi. Se non si può fare, mi dicono, giriamo una versione televisiva di Macbeth, il testo di Shakespeare che ho sempre sognato di fare. La sorpresa fu tale che un ictus mi colse nel sonno, rientrato a casa dalla cena con i produttori. Nel sogno ero Macbeth e le streghe erano i chirurghi che mi operavano della paura di uccidere. Faccio il monologo dell’ultimo atto, sento gli applausi e perdo conoscenza. A quel punto suona la sveglia, che non sento. Per fortuna mi passano a prendere per portarmi agli studi Mediaset dove ero atteso per un’intervista. Mentre parlo ho la seconda perdita di coscienza. Mi portano in ospedale. Quando mi risveglio, ho visto tutta la mia vita mischiata nel tempo e nello spazio. Il mio libro inizia così.”.
E adesso? “Adesso aspetto che si possa ricominciare, ha avuto ottime soddisfazioni, ma sono state poche.”.
Non lo disse anche Eduardo che gli esami non finiscono mai?

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