Gabriele Lavia: L’unica possibilità di essere uomini è amare il prossimo

– di Nadia Pastorcich – 

Chi è l’ “uomo ridicolo”? Che cos’è la vita? Il pensiero di Dostoevskij si unisce al talento scenico di Gabriele Lavia.

È la storia di un uomo escluso, abbandonato da tutti. Solo. Arriva al punto di uccidersi, ma si addormenta e inizia a sognare. Ora non è più quell’uomo “ridicolo”. Solo l’amore verso il prossimo è il segreto per sconfiggere l’infelicità. Lavia dà voce e anima al personaggio, facendolo suo, in una scena spoglia, col pavimento coperto di terriccio, in cui il silenzio e la sofferenza stridono con lui. Condannato a star male, nella sua camicia di forza, l’ “uomo ridicolo” trova il coraggio di riflettere, lottando con se stesso.
Il sogno di un uomo ridicolo”, diretto da Gabriele Lavia e interpretato da lui stesso e da Lorenzo Terenzi, è una produzione del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia. Resterà ancora in scena alla sala Bartoli, per la stagione di prosa, sabato 19 maggio alle 21 e domenica alle 17.

Gabriele Lavia, lei si è avvicinato a “Il sogno di un uomo ridicolo” di Dostoevskij da ragazzo…

Ho scoperto questo testo intorno ai 16-17 anni. Mi ha colpito moltissimo. Quando avevo più o meno 18 anni ne feci una lettura con i miei amici. Poi, per caso, Gian Carlo Menotti, che ha inventato il Festival di Spoleto, mi chiese di fare uno spettacolo. Feci questo “sogno di un uomo ridicolo”, e da allora l’ho sempre ripreso, facendo anche una tournée intera. Di repliche ne ho fatte tante, più di mille.

Com’è cambiato lo spettacolo negli anni?

Originariamente lo spettacolo aveva molte statue che rappresentavano tanti me stesso; anche in una seconda versione c’erano sempre queste statute. Della prima versione sono finite in un night club di Spoleto e le hanno dipinte tutte d’oro – nel mio spettacolo erano tutte bianche, lo spettacolo era tutto bianco – poi altre statue di un’altra edizione le ha prese un collezionista di arte contemporanea e le ha messe nel suo giardino. Siccome quando finivo le repliche queste statue erano ogni volta un problema, in più io invecchiavo nel corso degli anni e quindi spesso dovevo rifare il mio calco, ho deciso di toglierle. Infatti ora lo spettacolo è stato molto semplificato.

Nell’edizione di Spoleto c’era anche Franco Però, l’attuale direttore artistico del Teatro Stabile FVG…

Franco Però faceva il mio doppio, quello che adesso fa Lorenzo Terenzi. La scenografia era più o meno la stessa solo che in mezzo c’erano queste statute intorno alle quali io giravo; erano gli altri uomini che erano me stesso. Tutti gli uomini sono una rappresentazione di sé, perché anche il Cristo è una rappresentazione di sé; il Cristo di Dostoevskij non è il Cristo dei giudaico-cristiani: è un Cristo filosofico, è un Cristo uomo. È l’uomo. L’uomo è l’unico animale su questa terra che ha la possibilità di amare il suo prossimo e amando il suo prossimo diventa quell’uomo.

Un “uomo ridicolo”…

Quell’uomo che ha la capacità di parlare. Quello che per i greci è zoon logon echon. Lui è un personaggio negativo, ci tiene ad esserlo. Intuisce l’impossibile: l’unica possibilità di essere uomini è amare il prossimo. Nello stesso tempo l’uomo è incapace a uscire da quella condizione di sottosuolo nell’accezione poetica di Dostoevskij: l’uomo vive in una specie di sottosuolo isolato dove coltiva l’odio, l’invidia, sentimenti negativi verso il prossimo.

Questo personaggio negativo ha, se vogliamo, un aspetto positivo: la capacità di riflettere, di essere una persona viva, presente, a differenza dell’uomo di oggi, che non si analizza. C’è un piattume generale…

Sì, perché l’uomo ama il dolore, ama la sofferenza, non ama la felicità.

Il suo personaggio dice che non si può amare senza la sofferenza. La sofferenza, per certi aspetti, genera l’arte. L’arte ha tanta sofferenza autentica, ma ai nostri giorni, questa sofferenza viene spesso spettacolarizzata…

In certe forme c’è una spettacolarizzazione della sofferenza; credo però che esista una sofferenza solitaria, intima, magari non è ripresa da qualche mezzo di comunicazione di massa, ma non per questo non c’è. Ognuno ha le proprie sofferenze.

Grazie al teatro si riesce in qualche modo a illuminare questa parte un po’ in ombra, questa solitudine che forse oggi più di ieri sentiamo, anche a causa dei mezzi tecnologici, di questo nostro correre continuo…

Siamo all’ultimo stadio di quel fenomeno dell’essere che si chiama la volontà di potenza. Ora non c’è solo il semplice telefonino, ma c’è addirittura quello da polso e forse fra un po’ lo avremo incorporato.

E il teatro, secondo lei, che ruolo ha in questo?

Il teatro è la cosa più importante che sia mai esistita tra gli uomini, soprattutto per quanto riguarda la civiltà occidentale che ha pensato tutto quello che c’era da pensare. Questo è accaduto nell’Antica Grecia, dove non è stato inventato il teatro, perché il teatro è nato con l’uomo, ma il teatro come lo conosciamo noi e come lo andiamo facendo. Nell’Antica Grecia si rappresentavano i miti ovvero i racconti originari. Che cos’è un mito? Mythos vuol dire racconto, racconto di un’origine. Il pubblico assisteva ad un racconto della propria origine e in quello si riconosceva. E gli uomini che si riconoscevano in quel racconto potevano riunirsi intorno a un polo, che si chiamava polis e quindi partecipare a quella politeia che era il modo di stare tutti introno a un unico racconto della propria collettività. Politeia vuol dire l’essenza del polo, la possibilità di una società di stare intorno a un racconto comune. Il polo di noi italiani, il nostro racconto originario, è la Costituzione. I greci non avevano una costituzione, avevano delle leggi, ma la loro costituzione era il teatro; il teatro è il luogo della rappresentazione dell’essere umano, sia che lo spettatore lo sappia sia che non lo sappia, soltanto in questo posto si realizza il riconoscimento di sé. Non è detto però che riconoscersi sia una cosa confortante o gratificante o riposante o divertente.

Il teatro deve scuotere, deve dare emozioni sia nel bene che nel male…

E poi pochissimi possono fare teatro; solo chi ha un particolare talento e che ha occupato tutta la sua vita facendo questa “cosa strana” che è sempre uguale da quando è nata.

Guardando “Il sogno di un uomo ridicolo”, anche per il pensiero che trasmette, mi ha ricordato Giorgio Pressburger…

Io con Giorgio Pressburger ho avuto qualche affinità, abbiamo condiviso gli stessi maestri. Giorgio è stato un uomo di grandissimo talento, di grandissima sensibilità, di grande cultura.

Durante lo spettacolo il suo personaggio dice che la vita non è che un sogno. Secondo lei cos’è?

Dostoevskij mutua il pensiero di Calderon de la Barca: “La vita è sogno”. L’idea di attraversare la vita come in un sogno. Ci si sveglia dal sogno soltanto con la morte, perché con essa si entra nella vita vera. L’altra vita, quella che noi facciamo tutti i giorni, è un insieme di rappresentazioni continue del proprio essere, che varia a seconda dell’epoca. Tutti gli uomini alla fine sono “io, io, io” per questo non riusciamo a considerare che esista l’altro. L’altro è te stesso.

Vent’anni senza Giorgio Strehler. Che ricordo ha di lui?

Un grande ricordo. Se non ci fosse stato Strehler io non avrei mai fatto il regista; se non ci fosse stato Orazio Costa io non sarei mai diventato un attore. Devo tutto ad Orazio Costa come attore e devo tutto a Giorgio Strehler come regista, anche se, con il passare del tempo, il mio modo di fare teatro è molto cambiato da quando ho cominciato. Strehler mi ha dato molto. È stato il più grande regista dalla storia della regia nel mondo. Non ce n’è un altro come lui.

Da giovane, prima di fare l’attore, voleva fare il pittore. Come nasce questa passione? C’era qualcuno in famiglia che dipingeva?

Che io sappia non c’era nessuno. Sin da bambino avevo un grande talento per disegnare, poi però, forse per pigrizia – dipingere è molto complicato, non si può dipingere e fare qualcos’altro – ho scelto il teatro. Se decidi di dipingere, devi dipingere sempre, avere uno studio. Però sono certo di una cosa: se avessi fatto il pittore, sarei diventato un pittore vero, non so se grande o piccolo, ma senza dubbio un pittore.

Ha una corrente artistica che preferisce?

No, perché ogni corrente artistica ha la sua forza. La pittura come il cinema, come la scultura, produce cose morte. L’unica forma d’arte vivente è il teatro. Ed è per questo che nasce e muore nel momento in cui uno lo fa. L’unica forma d’arte viva è quella che utilizza il proprio corpo e la propria voce, e tutto accade all’interno dell’essere uomo – zoon logon echon –, il vivente la cui casa dell’abitare è il logos come dato fisico.

Quando è stata la prima volta che è venuto a Trieste?

Tantissimi anni fa, avrò avuto 25-26 anni. Ero venuto con un lavoro al teatro Auditorium e poi sono tornato spesso anche con delle mie regie.

Come vede questa città?

Trieste è molto bella, mi è sempre piaciuta, come anche Venezia, però Venezia l’hanno rovinata, Trieste un po’ meno…

Speriamo che non la rovinino…

A volte non hanno rispetto della storia.

Fa parte dei tempi moderni…

Sì. Noi viviamo gli ultimi conati della volontà di potenza che non è un’invenzione di Nietzsche. Nietzsche si accorge che con questa idea che si può fare ciò che si può, l’uomo non guarda più davanti a sé ma, come dice Rainer Maria Rilke, ha gli occhi rivoltati all’indietro. Vuol guardare il futuro invece del passato.

 

Foto di scena di Filippo Manzini
Foto di copertina di Nadia Pastorcich

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