FIAMS II: CONIGLI MANNARI, REGINE SOMMERSE DAI VESTITI E CADAVERI

di Tommaso Chimenti-

Si possono inventare storie inquietanti di maschere e passaggi esistenziali, si può creare una piramide di abiti attorno ad un unico attore, si può far entrare il pubblico dentro una favola centenaria tra terrore e humour. Tutto ricade nella grande sfera del Teatro di Figura. Al Fiams quebecchiano la qualità è di casa pur nelle tante sfumature, nelle svariate proposte. Ci ha enormemente incuriosito “Dissection” della compagnia canadese Chantiers che, nelle sue note cupe e nei suoi colori bui e tormentati, ha squassato la sala, diviso la platea, scioccato con la sua atmosfera soffocante e claustrofobica, onirica da incubo. Una donna trascina un cadavere, un corpo senza più vita; potrebbe essere il marito morto in guerra o, peggio, un figlio caduto al fronte. Ma c’è molto altro di non detto, che scorre tra i piano sequenza che lambiscono la lucida logicità per sfociare in mondi paralleli. Dentro una casetta, una tenda, la donna, ormai senza passione, immobile che guarda dritto davanti a sé senza emozioni né vita, si apre la pancia come in un secondo parto, vi infila le mani dentro e comincia, come Pinocchio cercando di salvare Geppetto, come ostetrica, a tirar fuori una lettera, forse l’ultima che si sono scambiati o quella che non gli aveva ancora inviato, le parole mai dette, delle forbici, il taglio netto della linea della vita, un pesce e una mela, elementi biblici vitali. L’aria è fosca in questa casa degli orrori dove il paranormale convive con l’esorcismo. Ma si intravede, nella penombra, molto di più; la donna, ormai un automa che esegue ordini senza alcuna linfa, si toglie la maschera (perfetta, invisibile) e sotto mostra la sua, identica a quella che si è appena tolta plastificata: lo scollamento è visibile, lo scarto semantico improvviso e il battito si fa accelerato, la disconnessione è palpabile, la dissezione, l’anatomia ha vinto: rimaniamo basiti, colpiti e affondati; un lavoro estremo e delicato che tocca corde intime sconosciute, che solletica la nostra parte più latente e nascosta attraverso la costruzione di un’atmosfera e di immagini tanto suadenti quanti angoscianti, che scuotono e non possono lasciare indifferenti.
Al contrario, e per opposti motivi, eccoci qui ad esaltare un piccolo grande lavoro, andato in scena in un piccolo teatro d’appartamento dove, tutti uniti e vicini appassionatamente nel salotto del Theatre Ephemere (ricorda l’esperienza di Elisabetta Salvatori nella sua casa di Forte dei Marmi), la compagnia del Theatre Cri ha messo in scena “Aiselles et Bretelles” un geniale, intelligente, colto intrattenimento con una sola attrice, Guylaine Rivard, nei panni della fervida e folle trasformista che non solo ha incarnato decine di fiabe ma le ha anche ospitate sul proprio corpo, indossate sui propri vestiti, fatte vivere sui propri abiti trash indossati a piramide, a strati, a cipolla. Decine e decine, centinaia direi, di dettagli e accessori demodé ad infoltire e ingigantire la selva di gonne e vesti, paltò e abiti kitsch in stile patchwork-medievale per un agglomerato di colori cangiante che si modellavano, cambiavano forma ad ogni colpo e tocco della eccezionale monologhista. Cenerentola e Biancaneve, la Principessa e il ranocchio, Pinocchio e la Principessa sul pisello fino al Pifferaio magico ma infarciti con Trump o Michael Jackson e ancora Raperonzolo e Alì Babà fino a Cleopatra, Cappuccetto rosso e Alice. Svetta il collare elisabettiano, mentre sotto si apre una foresta di scatole cinesi e matrioske d’antan e vintage per un frullato di storie tra ricami e tulle, un puzzle di intarsi da sarta raffinata eccentrica, un mosaico che pare essere uscito da un mercatino delle pulci; e spuntano dagli abiti bambole appese, e fanno capolino maschere e guanti, gonne sovrapposte, braccialetti, ombrelli per un cortocircuito d’oggettistica irriverente, leggero e allo stesso tempo folgorante: magico. 
Infine eccoci alla macchineria di ingegneria meccanica, “La valse des hommelettes” del gruppo franco-statunitense Les Antliaclastes, che si incastra alla perfezione tra una drammaturgia che da una parte strizza l’occhio alle nuove generazioni e dall’altra mette in piedi una struttura che affascina gli adulti per la concezione, i passaggi, le raffinatezze tecniche di costruzione, il tutto miscelato in un’ambientazione che rimanda a quell’“Hugo Cabret” di Martin Scorzese, pellicola animata che si svolgeva attorno all’orologio della stazione di Parigi. Da una parte un piccione femmina che mette al caldo le sue uova, dall’altra un coniglione (mannaro) che si aggira con lo sguardo torvo e un fucile a pompa in cerca di vittime da cacciare. Dietro di loro una casetta in stile tirolese in legno con decine di finestrelle e ante, scomparti segreti e cassetti dove le cose cadono, finiscono o vengono nascoste. L’orologio alle loro spalle (l’orologio ha sempre richiami ad Alice) ha tredici ore e il tempo qui è una convenzione tutta particolare. Se da una parte il piccione aspetta la schiusa delle uova e il coniglio gigante non è riuscito a portare a casa alcuna preda, ci sono altri personaggi che si aggirano furtivi, portando discordia, confusione e caos: sono piccoli esseri simili a topolini ma con le corna da ariete, la coda squittente, il becco succhiasangue da zanzara ed il volto rinsecchito dalla morte. Sono una sorta di diavoletti allegri, gregari di forze oscure, che si divertono a mischiare le carte, a prendersi burla delle altre figure: ad esempio sostituiscono un piccolo uovo con un grande uovo che si dischiuderà per primo distruggendo tutti gli altri e dal quale nascerà un mostro tra un avvoltoio e un dinosauro volatile preistorico. Come allevare una serpe in seno. Intanto la macchineria complessa d’alto artigianato sbuffa e corre come un treno al galoppo e il cucù fa capolino e da una porticina i topini si affacciano creando problemi, da un’altra viene prodotta la birra e poi fili e funi e carrucole che si intercambiano, strisciano su binari. I piccoli diavoli rapiscono un bambino (Gesù?) che poi verrà lanciato in maniera blasfema molte volte a terra dal dinosauro urlante, ma c’è tempo anche per l’apparizione di un elfo calzolaio, quasi ottavo nano da giardino, della Madonna che spazza la paglia fino ad un disco volante che chiude il cerchio di questa sarabanda ciclopica orchestrata al millimetro e disegnata perfettamente. 

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