Ettore Bassi: Ci vuole fede perché la fine non esiste

-di Nadia Pastorcich –

In questi giorni lo stiamo vedendo ne “La porta rossa 2” su Rai 2 nel ruolo del PM Antonio Piras, mentre a Trieste è al Teatro Bobbio, fino a mercoledì 27 febbraio, nella parte dello scrittore e drammaturgo Pierre in “Mi amavi ancora…”. Stiamo parlando di Ettore Bassi.
La pièce firmata dal drammaturgo francese Florian Zeller, tradotta da Giulia Serafini e messa in scena dal regista Stefano Artissunch, per certi aspetti si avvicina alla fiction di Carmine Elia: in entrambi i casi ci si ritrova davanti alla morte del personaggio maschile, del marito, e di una moglie che cerca chiarezza. A starle accanto un amico. Questa volta però Ettore Bassi non è l’amico, bensì il marito, morto in un incidente d’auto. Anne, la moglie (che non è l’Anna di Cagliostro), interpretata con equilibrio da Simona Cavallari, inizia a riordinare i documenti del marito entrando così in un circolo senza fine, nella continua ricerca della verità. Il marito l’ha tradita. Ne è convinta. Il dubbio la porta ad arrivare a conoscere la presunta amante, Laura, un attrice, che Malvina Ruggiano plasma con carattere.
Se è veramente la realtà o se è solo un’illusione che Anne alimenta da sola, lo si può scoprire soltanto assistendo alla rappresentazione che va oltre alla dimensione teatrale, arrivando a proporre una sorta di montaggio cinematografico con dei flashback che, anche grazie all’aiuto della scenografia (di Matteo Soltanto), alle luci (di Giorgio Morgese) e all’inserimento di un commento musicale (di Dardust che ha vinto Sanremo 2019 con “Soldi” di cui è coautore), porta la narrazione su più livelli. La realtà e la fantasia si fondono assieme. Sapere o non sapere la verità? Daniel, l’amico di Pierre, interpretato con brio da Giancarlo Ratti, nella sua fermezza cade anche lui nel dubbio. Le cornici spezzate della scenografia fanno subito intuire un’interruzione, un non detto, un qualcosa che è finito. Forse ormai è troppo tardi. A legare i personaggi sono i colori dei loro costumi (di Marco Nateri): il bordeaux per la coppia, il verde bottiglia per gli altri due. Una forza sia a livello visivo che narrativo. Ettore Bassi, perfetto nella parte, si sposta da vivo e da morto su un palcoscenico che parla di verità colorandola di fantasia.

Ettore Bassi, lei è nato a Bari, ha vissuto lì la sua infanzia?

Sono stato lì per un po’ di anni e poi mi sono trasferito a Torino dove ho passato il periodo del liceo. In realtà, in Puglia, ho trascorso le estati della mia vita, che poi hanno fatto sì che sentissi un legame profondo e forte con quella terra. Adesso ci sono ritornato a vivere.

Ed è proprio lì che si è appassionato ai giochi di prestigio?

Sì, avevo 12 anni. Lì ho cominciato a coltivare questa passione, ma ovviamente era un passatempo: non c’erano tanti modi per poterlo coltivare a Bari, negli anni ’80, per cui, insieme a mio cugino, con il quale condividevo questa passione, facevo di tutto per farmi spedire le videocassette e le dispense, in un’epoca in cui non c’era internet.

Quale trucco le riusciva meglio?

Al di là del trucco, per me era divertente fare uno spettacolo improntato su una magia di animazione, di intrattenimento simpatico. Parlavo, coinvolgevo il pubblico, facevo tutta una serie di giochi con il trucco. Quando poi sono arrivato a Torino, per tre anni, ho fatto una scuola di magia. A 17 anni ho iniziato a fare i miei spettacoli. Erano una sorta di performance molto divertente di animazione in cui facevo varie cose.

A Torino ha studiato anche recitazione?

Sì, a 19 anni mi sono incuriosito della recitazione: volevo capire cosa volesse dire recitare, sperimentarmi un po’, provare a vedere se avevo delle capacità, se mi piaceva, come mi ci trovavo.

Lei ha fatto un po’ di tutto: cinema, teatro, tv. Per un periodo ha condotto lo “Zecchino d’Oro”. Cos’hanno i bambini che a noi manca e quale insegnamento bisognerebbe dar loro?

Ettore Bassi al Teatro Bobbio di Trieste. Ph Nadia Pastorcich

A noi, dei bambini, mancano l’innocenza, la schiettezza, la purezza e quel coraggio di essere veramente se stessi fino in fondo. Purtroppo sono delle qualità meravigliose che perdiamo strada facendo, come dei sassolini da un buco della tasca. Questa, alla fine, è una cosa dolorosa. Ai bambini bisognerebbe insegnare a conservare tutto questo, ma è molto difficile che ci riescano, perché questo mondo è un mondo in qualche modo traditore.

Tutti noi abbiamo avuto questa innocenza, queste qualità, che poi purtroppo abbiamo perso. Forse stando a contatto con i bambini ogni giorno o comunque spesso, ci aiuterebbe un po’ a guardarci dentro, a dire: “Sì, però noi eravamo così…”.

Infatti gli anni di conduzione di programmi per bambini mi hanno divertito molto, mi hanno aiutato, mi sono serviti. Sono stati un’esperienza che ricordo con grande affetto. Io mi rapportavo con i bambini con un desiderio di essere veramente con loro. Li ascoltavo e mi arricchivo di quello che loro potevano darmi. Sono stati anni molto importanti per me.

Oggi capita di dimenticare quali siano i veri valori. Non si presta più attenzione alle cose sulle quali l’essere umano dovrebbe ogni tanto soffermarsi a riflettere. Questo mondo frenetico a volte ci inganna. Come vive questo tempo che corre e cosa direbbe alle sue figlie?

È molto difficile riuscire ad avere sempre la barra dritta, anche perché le cose che succedono sono tante, spesso sono anche imprevedibili, a volte dolorose e faticose. Con il tempo bisogna quindi cercare di indirizzare le cose in maniera da conservare almeno un’idea di base, perché poi le sollecitazioni che arrivano dall’esterno sono tante e sono sempre più potenti e forti con il passare del tempo. Alla fine ti accorgi che i figli vanno via, si distaccano, prendono la loro strada anche da un punto di vista di pensiero, di indole. Ed è giusto che sia così: l’abbiamo fatto anche noi. Bisognerebbe cercare di far mantenere ai figli un senso di dignità, perché questo è un mondo che ti spinge spesso a rinunciare a te stesso. E questo è pericoloso!

Si tende a non voler stare da soli a pensare. È importante capirsi, costruire la propria identità. Oggi si è spesso troppo superficiali. Certe problematiche che stiamo vivendo forse sono alimentate anche dal fatto che noi singoli individui non abbiamo un’identità ben precisa, siamo un po’ un gregge sperduto…

Sì, questo, probabilmente, fa parte un po’ di una cultura acquisita da un certo punto in poi della nostra storia ed è effettivamente un grosso problema per noi. Come Nazione, come Paese, dovremmo imparare ad essere un pochino più seri.

Ettore Bassi in “Chiara e Francesco”

Tra i molti lavori televisivi che ha fatto ci sono alcune miniserie tv sui santi come “San Pietro”, “Chiara e Francesco”, “Giovanni Paolo II” diventato poi santo. Inoltre ha presentato la Giornata Mondiale della Gioventù. Il suo rapporto con la fede è cambiato nel tempo?

È cambiato, perché con il tempo ho elaborato con pazienza un mio atteggiamento nei confronti dell’Universo, che prescinde dalla religione. Penso che ci sia una forza meravigliosa sopra di noi che ha creato qualcosa di incredibilmente miracoloso e che a questa forza noi dobbiamo rispondere, solo che siamo piccoli esseri umani e tante volte non ci riusciamo.

Secondo lei, è importante capire proprio tutto o vale la pena lasciare un po’ di mistero, pensando anche al suo spettacolo?

No, non è importante capire tutto, anche perché non ci riusciamo. Cercare di capire tutto è frustrante. Il mistero esiste e per questo deve esistere la fede. Ognuno deve porre la propria fede dove pensa sia più in armonia con sé, per riuscire a darsi anche una direzione nella vita che lo faccia stare bene.

Ettore Bassi nel ruolo di Antonio Piras ne “La porta rossa 2”

Nella fiction“La porta rossa 2”, in questi giorni su Rai 2, hanno scelto di puntare la storia su un personaggio che in realtà è morto. Una scelta un po’ azzardata che però sta funzionando. Lei crede nella presenza, sotto forma di energia, delle persone che non ci sono più?

Sì, assolutamente. Io penso che noi siamo anime, e le anime esistono sempre, in eterno. Poi c’è una letteratura e, se volgiamo, anche una mistificazione di questi temi ad uso e consumo di varie ideologie, però di fondo io credo che l’esistenza delle anime faccia parte della nostra vita.

Come ha vissuto il periodo di riprese de “La porta rossa 2” a Trieste?

Meravigliosamente! Adesso che sono tornato qua mi diverto a passeggiare. Mi sento a casa. Mi piace moltissimo! Trieste è una città dove siamo stati benissimo e sono molto contento di esserci tornato.

Cosa si deve aspettare il pubblico dal suo personaggio in questa seconda stagione?

Quello che si sta vedendo: un personaggio particolarmente introverso che nasconde dentro sé dei movimenti. Un aspetto, questo, che mi ha reso interessante il personaggio. Ma è anche piuttosto complesso da agire. Vedo però che colpisce il pubblico. E questo per me è importante.

Guardando lo spettacolo “Mi amavi ancora…” e pensando a “La porta rossa”, in entrambi i casi si parla di un marito morto e di una moglie che cerca chiarezza. Florian Zeller, l’autore della pièce, riesce a dare al testo un’impronta chiaramente teatrale, ma anche cinematografica: a volte sembra proprio che ci sia un’operazione di montaggio nello spettacolo…

Sì, anche qui è un po’ come “La porta rossa”. La scrittura di Zeller è moderna. Il linguaggio diventa sempre più in sintonia con i tempi che viviamo, tempi di liquidità. Anche i dialoghi cominciano a diventare, per alcuni, una rappresentazione vicina a quello che siamo ormai abituati, come pubblico, a guardare e a utilizzare, ma con una regia attenta e con una messa in scena che tenga conto del luogo teatrale, il tutto diventa efficace.

Giancarlo Ratti, Simona Cavallari, Ettore Bassi e Malvina Ruggiano in “Mi amavi ancora…”. Ph Ignacio Maria Coccia

Non so se è voluto o meno, ma ho trovato interessante che i colori leghino i personaggi: Pierre, il suo personaggio, ha una sciarpa bordeaux come il vestito di Anne, sua moglie, mentre Daniel, l’amico di Pierre, ha un gilet verde bottiglia, lo stesso colore del vestito di Laura, presunta amante di Pierre.

È un’osservazione interessante. Sinceramente non so se sia stata una cosa voluta. Probabilmente è venuta fuori inconsciamente, però la prendo per buona.

Soffermandoci sulle cornici spezzate presenti nella scenografia, nella storia dell’arte le colonne spezzate simboleggiano la morte, la fine di qualcosa, un po’ come in questo caso…

Sì, richiamano anche un senso di precarietà, un momento rotto e quindi, se vogliamo, anche di incertezza. Un po’ tutta la scenografia rappresenta un qualcosa che si è interrotto improvvisamente, che si stava costruendo ma che poi non ha avuto la possibilità di completarsi.

“Mi amavi ancora…” Ph Ignacio Maria Coccia

Lei era venuto al Teatro Bobbio, nel 2015, con “Trappola mortale”….

Venire a Trieste mi è sempre piaciuto. Quello era uno spettacolo molto interessante, complesso, con una scenografia importante. Fare teatro fatto bene è sempre bello.

È nota la sua passione per l’automobilismo. La vita è quindi una sfida continua? Come la prende?

La prendo come un’altra forma per conoscere se stessi, una maniera per approfondire un po’ anche la conoscenza di sé in situazioni nelle quali ti viene chiesto di metterti in gioco, per cui è sempre un’occasione di consapevolezza.

“La fine non esiste” quindi?

No, no, non deve esistere!

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“Mi amavi ancora…” il 28 febbraio sarà al Teatro Nuovo Mario Monicelli di Ostiglia (MN), mentre dall’1 al 3 marzo al Teatro Duse di Bologna e il 6 al Teatro Verdi di Pollenza (MC).
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Qui le interviste ad altri attori de “La porta rossa”:
Lino Guanciale
Pierpaolo Spollon
Andrea Bosca 

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