Erica Blanc: Entusiasta della vita

-di Nadia Pastorcich –

Energica, piena di voglia di fare, grata alla vita. Erica Blanc ha la capacità di infondere entusiasmo e trasmettere l’amore per le piccole cose. In questi giorni è al Teatro Bobbio di Trieste con “Quartet” di Ronald Harwood, per la regia di Patrick Rossi Gastaldi che anche in questo lavoro non delude il pubblico. Accanto a Erica Blanc, nel ruolo di Giulia, ci sono Paola Quattrini (Cecilia), Cochi Ponzoni (Titta) e Giuseppe Pambieri (Rudy, l’ex marito di Giulia). Quattro cantanti lirici che si ritrovano a dover condividere la quotidianità in una casa di riposo per artisti. Un lavoro di squadra dove ogni interprete è necessario e fondamentale per l’equilibrio narrativo: Cecilia, la più spumeggiante, portatrice di leggerezza, Titta, “maniaco sessuale”, diverte con la sua pungente ironia, Rudy con la testa sulle spalle, guida il gruppo, e Giulia, forte e determinata, alla fine mostra la sua dolcezza. Il tutto si conclude con “Bella figlia dell’amore”, il quartetto del Rigoletto di Giuseppe Verdi, che i personaggi preparano per il 10 ottobre, data del compleanno del compositore. Musica e vecchiaia, le due costanti dello spettacolo, lasciano un messaggio di speranza e di positività. La stessa positività che ha Erica Blanc.

Erica Blanc, lei è originaria di un bellissimo paesino sul Lago di Garda…

Sono nata a Brescia in tempo di guerra, ma sono cresciuta a Villa di Gargnano, un paesino con un piccolo porto; poi ci siamo trasferiti in Francia dove ho fatto le elementari per ritornare successivamente in Italia, dove ho ricominciato tutto daccapo, partendo di nuovo dalle aste (una volta, alle elementari, per imparare a scrivere si riempivano le pagine di aste, di cerchi, per poi passare alle lettere, ndr). Per un periodo siamo stati a Padova, poi nuovamente sul Lago di Garda, e in seguito ci siamo spostati a Ginevra dove ho terminato gli studi. Quando siamo ritornati sul Lago di Garda, in quel piccolo paesino, ero felice. Ero stanca di muovermi sempre.

Suo papà che lavoro faceva?

Mio papà è stato un grande in tutto. È stato il primo a costruire una barca in vetroresina – aveva letto che nello sbarco di Normandia le navi erano state ricoperte di questo nuovo materiale – ma presto si è stancato. Quando siamo andati in Francia ha visto delle scarpe di corda che si usavano da quelle parti – abitavamo vicino alla Spagna e vedevamo i Pirenei – e una volta tornati in Italia, dopo aver studiato i macchinari necessari per produrle, li ha riprodotti, guardando i suoi disegni. Ha così lanciato la moda, negli anni ’50, delle scarpe di corda Capri. Tutti avevano le scarpe di mio papà. Per un periodo ha anche allevato polli in batteria, poi si è stancato di nuovo e siamo andati a Ginevra.

Erica Blanc, prima dello spettacolo al Teatro Bobbio di Trieste. Ph Nadia Pastorcich

In Italia ha conosciuto il suo futuro marito…

Ero giovane e bellina, ma tutti mi guardavano da lontano. Non avevo un fidanzato. Un giorno ho ricevuto un biglietto con su scritto “Bruno Gaburro regista”. Ho lasciato perdere. In quel periodo, ogni tanto, mi veniva a fotografare, per la Ferrania, un grande fotografo, Federico Vender. Mi pagavano qualcosina. A me andava bene. Io volevo solamente restare lì, sul Lago di Garda. A Ginevra avevo lavorato in un giornale di moda, dove facevo i modelli, ma anche lì, a volte, mi chiamavano a fare da modella. Mio padre voleva che facessi l’artista come mio fratello.

Suo fratello è un musicista, ma lei ha anche uno zio pittore…

Sì, uno zio pittore, un po’ particolare. Mio fratello, invece, ha studiato canto, contrabbasso e cantava in orchestra. Mio padre, che mi ripeteva che dovevo fare l’artista, ha fatto studiare pure a me il contrabbasso, ma non mi interessava. Ritornando al Lago, un giorno è venuto Federico Vender insieme a un uomo, che si è presentato dicendomi che era stato lui a mandarmi il bigliettino. Mi aveva vista mentre battezzavo una barca – ero la madrina – però non aveva avuto il coraggio di farsi avanti. Voleva che prendessi parte al suo documentario. Dopo il permesso dei genitori, che però volevano che lui girasse con me davanti al lungolago, abbiamo iniziato le riprese. Quando mi ha fatto guardare nella macchina da presa e mi si è messo davanti, ho sentito un brivido. Due giorni dopo eravamo nella cucina di casa mia. Io avevo un gatto sulle spalle che lui accarezzava. Avrei preferito che il gatto non ci fosse (sorride). Ad un certo punto mi ha domandato se poteva chiedermi una cosa: “Mi vuole sposare?” – mi dava del lei – . Io che ero già tutta fremente ho risposto subito di sì. “Guardi che io faccio sul serio”, e io: “Anch’io”. Dopo quaranta giorni ci siamo sposati.

Dove siete andati a vivere?

Dovevamo andare in giro per il mondo, lui con la sua cinepresa. Siamo partiti per Parigi, dove siamo stati per un po’, poi siamo andati a Roma. Arrivati alla stazione, a Roma, mio marito lo chiamavano “dottore”. Sorpresa, lo dissi subito, al telefono, ai miei genitori. Ci avevano dato l’indirizzo di una pensione in via Veneto che costava troppo. Io, che ero la più pratica, ho subito preso il giornale e mi sono messa a cercare un lavoro. Un annuncio diceva: “Cercasi ballerine e presentatori per una compagnia di avanspettacolo con Gegè Di Giacomo” (il batterista di Carosone ndr). Ci siamo presentati dicendo che in Svizzera facevamo dei balli un po’ particolari. Ci hanno preso tutti e due. Siamo così partiti in tournée con l’avanspettacolo. È stato molto divertente.

Lei ha fatto anche fotoromanzi…

A Milano ho fatto un po’ la modella, mentre a Roma ho fatto i fotoromanzi. Il primo contratto cinematografico che ho firmato è stato con la De Laurentiis. Mi avevano chiamata per “Il disco volante” di Tinto Brass – quando ancora faceva “l’intellettuale” – ma io, allora, ero impegnata con fotoromanzi, quindi alla fine la cosa non è andata in porto. Ho fatto però altri film. Con il volto da straniera che avevo mi sono ritrovata a fare film horror, di spionaggio…

Un genere un po’ particolare per l’Italia di allora…

Sì, io sono sempre rimasta in serie B. Non potevano fare a meno di me. Io non avevo bisogno di pubbliche relazioni: facevo sette film all’anno. Ne ho fatti alcuni anche di serie A, ma per caso. Ricordo “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?”, “Summit” con Mireille Darc e Gian Maria Volonté.

Com’era il regista Mario Bava?

Io l’ho sempre paragonato – ovviamente in modo separato – a Strehler, perché aveva la sua stessa gioia da bambino. Era un entusiasta quando dirigeva. Bava curava ogni minimo particolare; faceva lui le ragnatele. Era un gioco bellissimo lavorare con lui. Il film (“Operazione paura”, 1966 ndr) era considerato di serie B, però quando arrivò in America, Variety scrisse che era un capolavoro. Ci è voluto Tarantino a farlo riscoprire, dicendo che dopo aver visto questo film ha deciso di fare cinema.

Anche il cinema di Antonio Margheriti era innovativo per l’epoca…

Sì, Margheriti! Ricordo che una volta, sul set, gli feci uno scherzo. Lui non ci sentiva tanto bene e io muovevo la bocca senza pronunciare con la voce le parole. Quando se n’è accorto mi è corso dietro.

Un cinema che ora è stato rivalutato…

Infatti tanti giovani mi hanno scoperta di recente, grazie a questi film. Mi invitano anche ai festival e a teatro mi fermano per conoscermi. Adesso ho un pubblico anche giovane. Ringrazio il cielo per aver avuto una vita, come personaggio artistico, così bella e lunga. Lavoro moltissimo sia in teatro che al cinema. Al cinema, oggi, i ruoli per me sono molto divertenti: i personaggi hanno l’alzheimer o sono su una sedia a rotelle…

Un po’ come in “Quartet”…

Sì, esatto. Finché sono in salute, continuo a fare cinema e teatro. Sono gioiosa, allegra e beata!

Parlando di teatro, di Giorgio Strehler, ogni tanto, emergeva la sua triestinità?

La base è quella, la sua origine è indimenticabile. Era creativo. Forse quando insegnava esagerava, ma ti serviva.

Si ricorda il suo provino con Strehler?

Certo! Il mio debuttato è stato con Garinei e Giovannini (in “Amori miei” ndr). Due giorni dopo, Gianrico Tedeschi (uno degli attori dello spettacolo ndr), entrando a teatro, mi fa: “Hai letto le critiche?”. Io, che venivo dal cinema, non le seguivo. “Allora, ti ha chiamata Strehler, eh…”. Gli ho risposto che non avrei mai lavorato con uno che si tingeva i capelli di blu. Invece era vero: Strehler mi aveva chiamata. Avevo un appuntamento con lui.
Quando è arrivato mi ha domandato se mi andava bene fare un provino su parte. Ha scelto “Le balcon” di Jean Genet. Ho recitato un pezzo ma lui mi ha subito fermata per correggermi. Siamo andati avanti per un po’, poi si è alzato e andando verso la porta ha esclamato: “Talento, talento!”. Io pensavo che fosse pazzo. Uscita di lì, ero talmente contenta che ho dato tutti i soldi che avevo con me ad un povero. È così cominciata la mia avventura con Strehler che mi ha adorata. Alla prima ci sono stati i ringraziamenti finali, dove siamo usciti tutti insieme, poi è rimasto solo Strehler — io stavo dietro — che mi è venuto a prendere e mi ha fatta venire avanti. Che bella vita che ho avuto!

È importantissimo essere felici per le cose che ci accadono. Oggi si tende ad essere sempre arrabbiati, insoddisfatti, bisognerebbe invece essere positivi, amare quello che la vita ci regala…

Sì, la vita è gratis. Io ne ho usufruito molto.

Alberto Lionello ed Erica Blanc

Cosa mi racconta della coppia Alberto Lionello-Erica Blanc?

La coppia è rimasta nel cuore di tanti. Abbiamo fatto tutta la tournée restando amici. Lui si era già separato dalla moglie. Era diverso dal mio ex marito – mi ero già separata da lui, in casa, non ho mai litigato. Tuttora gli voglio bene –. L’ultima serata della tournée – si erano sparse delle chiacchiere su me e lui che non erano vere – Alberto davanti a tutti i colleghi ha chiesto chi fosse stato a mettere in giro queste voci. Poi se n’è andato verso l’ascensore. Mentre lo stava chiamando, gli ho domandato cosa fosse successo e dove stesse andando. Dopo pochi minuti l’ho raggiunto in camera. Lì è iniziata la nostra storia.

Ha detto di aver debuttato a teatro con Garinei e Giovannini…

Anche lì è stato il destino. Io facevo cinema. Durante una serata, Iaia Fiastri mi ha detto che avrei dovuto fare teatro. Le ho risposto che l’avevo fatto da ragazzina – mio papà era un attore dilettante e tutti i ruoli da bambina o da bambino li avevo fatti io, quindi il teatro lo conoscevo – ma non pensavo di riprendere a farlo. Quando, verso i trent’anni, continuavano a offrirmi al cinema solo ruoli di belle donne, ho detto basta. Ho chiamato al telefono Iaia Fiastri per dirle che avevo deciso di fare teatro. Lei, sorpresa, mi ha chiesto se qualcuno mi aveva chiamata, perché si era appena vista con Garinei e Giovannini e aveva fatto il mio nome, per un ruolo che era adatto a me. Pensa, il destino…

È affascinante, una magia…

Tutto quello che ti capita è preparato. È una magia, sì! Il cinema, dopo tanto tempo, l’ho ripreso a fare con Salvatores (“Sogno di una notte d’estate”) e poi con Özpetek (“Le fate ignoranti” ndr). Ricordo che con Özpetek, siccome era la prima volta, dopo tanti anni che non facevo cinema, ho cercato di dare il meglio e di “vendere il prodotto”. C’erano altre attrici in lista per la parte. Abbiamo fatto il provino. Io lo guardavo negli occhi. Mi ha presa. Poi mi ha chiamata anche per “Cuore sacro”, lì ho avuto delle nomination importanti, ricordo i David, ma uno dei premi più belli che ho ricevuto è stato quello dei giornalisti, il Premio Flaiano e anche il Globo d’oro.

“Quartet” con Cochi Ponzoni, Erica Blanc, Giuseppe Pambieri e Paola Quattrini. Ph Massimiliano Fusco

Come nasce l’avventura teatrale di “Quartet”?

Avevo già seguito la commedia che mi sarebbe piaciuta fare a tutti i costi. Poi è successo che all’improvviso – loro avevano già debuttato (al festival di Borgio Verezzi ndr) – una delle due attrici dello spettacolo non poteva proseguire, così hanno chiamato me. Ho studiato la parte, ma ho avuto solo sei giorni di prove.

Nello spettacolo si parla di musica lirica. A lei piace ascoltarla?

L’ho sempre ascoltata. A me piace molto Mozart. È come una cura di vitamine per l’anima. Non disdegno però nemmeno gli altri. Ma Mozart è enorme!

In “Quartet” si tratta il tema della vecchiaia. Alcuni hanno paura di restare da soli, non solo da anziani. Secondo me, ogni tanto, la solitudine è necessaria…

Vuole sapere dove vivo? Sto in una casa nel piacentino, in un paesino che ha un tabaccaio-giornalaio, un piccolo bar, un alimentari e la posta. Vivo lì, sola. Una volta avevo anche tanti animali, ora mi è rimasto solo un gatto. Sono felice.

Quello che emerge da lei, è l’entusiasmo. Si vede che è una persona felice. Speriamo che questo entusiasmo arrivi anche ai giovani.

La mia vita non è stata tutta rose e fiori. Quello che posso dire ai giovani, però, è che il passato è passato, il futuro è futuro, il presente è quello che conta. Bisogna vivere l’intera giornata, essere contenti se piove o se c’è il sole. Questa è la mia filosofia e vedo che funziona.

Funziona benissimo!

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Lo spettacolo “Quartet” oggi, martedì 12, e domani, mercoledì 13, è in scena al Teatro Bobbio di Trieste, mentre dal 15 al 17 febbraio sarà al Teatro Duse di Bologna, dal 21 al 24 febbraio al Teatro Gioiello di Torino e dal 21 al 31 marzo al Teatro Carcano di Milano.

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