Dome La Muerte: la leggenda vivente del punk italiano

– di Gianmarco Caselli –

Dome La Muerte, uno dei nomi più importanti della scena punk italiana, considerato quasi un mito vivente, una leggenda, è tornato sulle scene da circa un anno con la reunion dei Not Moving L.T.D. Solo uno dei suoi gruppi, visto che il nome di Dome La Muerte è legato anche ai CCM (Cheetah Chrome Motherfuckers), la prima band hard core italiana – nelle attenzioni di Jello Biafra dei Dead Kennedys – ai Dome la Muerte and The Diggers, agli Hush (gruppo avanguardista dello stoner) e ai Dome La Muerte E.X.P. Gruppi importantissimi che spesso sono gli unici rappresentanti italiani a comparire in antologie punk/hard core all’estero, Stati Uniti compresi. E non per niente il nome di Dome si trova accanto ad altri come Iggy Pop, Nico, i Clash, Nick Cave e tanti altri ancora.

Dome è un personaggio chiave per la regione Toscana, e se la Toscana ha sviluppato una cultura alternativa riconosciuta e presa in considerazione anche in altri paesi, questo si deve anche a Dome La Muerte: a tal proposito non è da tralasciare la sua attività da dj con cui Dome ha letteralmente allevato, nei locali alternativi, almeno un paio di generazioni fra metà anni ‘80 e ‘90 offrendo la possibilità di ascoltare e ballare una serie di musiche che, quando ancora non c’era la possibilità di avere tutto a portata di click, erano sconosciute per la maggior parte delle persone.Lo abbiamo intervistato per Words in Freedom dopo avergli conferito a Capannori il Premio Lucca Underground Festival 2019 per la diffusione della cultura underground.

Recentemente c’è stata la reunion di uno dei tuoi gruppi storici, i Not moving.

C’era già stata una reunion 15 anni fa in concomitanza con l’uscita di un dvd sulla storia della band e la storia si concluse con il concerto insieme a Iggy Pop e i Damned a Milano nel 2006. Per noi quindi la band era un capitolo chiuso, ognuno aveva i suoi progetti solisti. Poi, un anno e mezzo fa, Stefano Gilardino, un giornalista, ha scritto un libro sul punk ci ha invitato a Carpi per parlare di quel periodo; l’occasione ci ha proposto di eseguire alcuni brani durante la presentazione. Dopo poco tempo, per i miei sessanta anni, sono venuti gli altri componenti della band con gli strumenti, abbiamo suonato per il mio compleanno e dopo abbiamo deciso una nuova reunion con una formazione per batteria e doppia chitarra. Tre su cinque sono i componenti originali. Abbiamo cominciato a fare delle date che sono aumentate sempre di più e la reunion è ormai un dato di fatto.

Il logo del gruppo porta una firma importantissima.

Il logo è stato realizzato dall’autore delle prime copertine dei dischi dei Clash, Eddie King. Lo conobbi per caso: nel 1981 mi trovai a prendere l’aereo per la prima volta. Ero terrorizzato, quindi mi ero portato un pa bottiglia di vodka che avevo già finito per metà durante il decollo. Durante il viaggio in treno da Gatwick a Londra avevo la bottiglia fra le gambe. Avevo seduto accanto a me un ragazzo vestito di nero pieno di testi e ossi. Dopo mezzorra che guardava dal finistrino gli ho battuto nella spalla e gli ho offerto un po’ di vodka. Siamo diventati amici e anni dopo ha cominciato a fare le copertine per i Clash a partire da Combat rock ma anche per altri gruppi e musicisti come i Madness, e Johnny Thunders. Un giorno è venuto a trovarmi a casa per una settimana e a quel punto gli ho chiesto di fare un logo anche per il mio gruppo.

Fra l’altro con il tuo gruppo hai suonato anche in apertura di un concerto dei Clash.

Sì, nel febbraio del 1984 a Milano. Un pomeriggio mi squillò il telefono: era Eddie, mi diceva che era a Milano e non c’era il gruppo spalla per i Clash che suonavano lì. Mi chiedeva di suonarci con il mio gruppo. Il problema era che il concerto si sarebbe svolto quel giorno stesso e non ce l’avrei fatta ad arrivare in tempo. I Clash però suonavano in due date, così abbiamo suonato in apertura del loro concerto la sera dopo.

Come è stato l’incontro con i Clash?

Quando si stava per montare le scale per salire sul palco avevamo davanti a noi un pubblico di dodicimila persone: eravamo spauriti, io avevo 25 anni, gli altri componenti della band 19-20. Non avevamo mai suonato davanti a così tante persone. Strummer e gli altri ci sono venuti a stringere la mano  e a dirci “good luck” mentre ci portavano davanti agli amplificatori. Li ho incontrati di nuovo nel ‘95 una sera che ero a casa di Eddie King a Londra. I Clash si erano già sciolti. Mi disse “Ti porto a rivedere dei vecchi amici”, e mi porta in un piccolo locale dove si esibiva una band rockabilly con spogliarellista. 

Era un posto da nemmeno 100 persone ma c’erano Joe Strummer, Paul Simonon, mezza band di Johnny Thunders con Patti Palladin e Chrissie Hynde e musicisti. Eddie mi porta da Strummer e gli chiede se si ricorda di me e di quando avevamo aperto per loro nel 1984. Strummer mi stringe la mano, dice di sì. Poi Eddie mi dice: “Guarda, non si ricorda nulla, te lo dice solo per farti contento.”

Tu sei stato e sei importantissimo anche come dj, soprattutto negli anni ‘80/‘90 quando ancora non avevamo la possibilità di sentire qualsiasi gruppo musicale con un clic sul cellulare, visto che non li avevamo ancora.

A quei tempi c’era una fondamentale differenza con i nostri. Ho cominciato a fare anche il dj nella seconda metà degli anni ‘80. Oltre a far ballare la gente facevo anche delle proposte: fra dj facevamo quasi a gara: cercavi sempre di essere il primo a far girare certi brani, a scoprire delle band che non conosceva nessuno: un lavoro di questo genere ora è più facile farlo per la musica elettronica.

Come era possibile conoscere e procurarsi certe musiche quando ancora non avevamo internet, soprattutto facendo riferimento a musica underground quindi per definizione già fuori dal mainstream?

L’unico modo era girando l‘Europa, Germania e Inghilterra in particolare: Berlino e Londra. A fine anni ‘90, oltre al rock proponevo nelle piste musica elettronica nuova che nasceva soprattutto in Inghilterra, a Amburgo, con etichette musicali che non venivano distribuite in Italia: quei dischi non li trovavi nei negozi qui. Conoscevo determinati gruppi, oltre che girando l’Europa, anche da riviste di musica, oppure andando ai concerti, a quei tempi una band potevi vederla solo dal vivo, oppure al cinema, non c’era nemmeno VideoMusic o Mtv: quando scoprivo una band su una rivista e mi attirava, ordinavo il loro vinile a scatola chiusa senza nemmeno averli mai sentiti.

Ora il problema è il contrario, l’audience è sempre più omologata dai like o dagli ascolti sul web, quindi quando come dj proponi band o tendenze nuove, ci devi sempre andare con i piedi di piombo, lo devi far in maniera molto più diluita: la musica meno conosciuta, più underground, è  sempre meno apprezzata. In generale c’è meno curiosità, tutto è sempre più calato dall’alto. Il dj ha perso un po’ di potere.

Fare il musicista oggi è molto più difficile rispetto anche solo a venti anni fa.

È cambiato tutto. E cambiato anche il modo in cui si tira su una band. Prima nasceva dalle cantine, già dall’adolescenza avevi urgenza di esprimerti con la musica. Ora è tutto pilotato, la gente va fare i talent, salta la gavetta che secondo me invece è necessaria perché ci sia dello spessore. Fra il mainstream e gli indipendenti prima c’era un muro. Chi stava con le etichette e le agenzie non legate alle major era fiero di appartenere a quel circuito, avevi molta più’ libertà’ artistica, anche da indipendente potevi raggiungere dei livelli importanti facendo tour che potevano includere date all’estero: ci potevi campare come ci campano in altri paesi che non siano l’Italia di oggi. Qua invece quando mi chiedono che lavoro faccio, io rispondo: “Faccio il musicista”, e a quel punto aggiungono: “Sì, ma di lavoro cosa fai?”

Ora tutto è regolato dagli uffici stampa, da un lavoro sul web più importante del messaggio e della musica che fai.

Fra i tanti personaggi importanti con cui hai avuto a che fare c’è stato qualcuno che ti ha lasciato il segno?

Sicuramente Johnny Thunders. Era uno dei miei idoli. L’aveva portato la stessa agenzia che portava in giro la mia band in quel periodo, a metà anni ‘80. Mi chiama il manager: “So che volete andare via.” Era vero, ma per svincolarci da questa agenzia dovevamo pagare una penale. “Se vuoi rompere il contratto – aggiunse – mi fai tre date gratis di spalla a Johnny Thunders. Vi si dà il furgone e centomila lire al giorno per il viaggio.” Io dissi che andava bene ma che avrei parlato prima con il resto della band; ho aspettato un minuto, super eccitato, ovviamente non chiamato nessuno della band, ho richiamato il manager e gli ho detto che era tutto a posto.

Thunders è stato importantissimo per me: ho visto un modo di stare sul palco, di vivere la musica, di stare con la band; è stata una conferma di come lo immaginavo, molto scorbutico con i tipi dei locali e delle agenzie ,ma alla pari con gli altri musicisti. Ci ha offerto il suo camerino, ci ha dato meta delle sue bevute, e ha offerto da bere a tutti l’ultima sera. La seconda notte  del tour in albergo a Vicenza , hanno bussato alle nostre porte per ben tre volte, ci volevano buttare fuori dal casino che si faceva.

 

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