Dario Argento e i Goblin: idillio con la paura

– di Massimo Giuseppe Bianchi –

“Profondo Rosso” compie 40 anni e li porta benissimo. Analisi fra cinema e musica di un capolavoro del cinema italiano, incluse le battute catturate ad Argento il 19 luglio 2015 nell’ambito del premio Fiesole Maestri del cinema

Avevo 15 anni, era terminata la proiezione di Profondo Rosso: avevo appena ottenuto una preziosa investitura, quella di cinefilo. Quasi massonica, nel suo apparato iniziatorio, al buio di una sala nella quale ero entrato semi abusivamente (il film era vietato ai minori), Dario a vestire i panni del cerimoniere. Mi veniva rivelato il mistero del cinema e già sapevo che iniziava un viaggio che sarebbe durato per sempre. Così va con i grandi autori. Sì, perché Argento è uno dei fondamentali registi del nostro tempo. Profondo Rosso, uscito nel 1975, spaventevole sogno a occhi aperti, erotica immersione nella violenza più cupa e visionaria, sarebbe diventato un testo canonico, non soltanto per me.

Sbaglierebbe chi volesse trovare in questo regista la struttura inattaccabile di Hitchcock, di Lang. Inutile rampognare Argento per l’incoerenza della trama, le presunte falle della sceneggiatura. Il suo cinema è esperienza sensoriale e a questo livello va vissuto, goduto e, se si vuole, interpretato. Come pochi altri grandi, Lynch e Jodorowski in testa, egli trova le risposte essenzialmente nel Cinema inteso come arte figurativa, metafisica e sapienziale: non semplice pittura parlante, ma melodramma senza canto ambientato in una foresta di simboli. Argento succhia il senso dell’immagine dal rimosso, dal non noto, vi subordina la logica poichè intende parlare direttamente al cuore. Rosso come il sangue, profondo come un orrido. Toglie il fiato.

Come e più degli altri film del regista romano, Profondo Rosso stabilisce con le proprie musiche un rapporto irrazionalmente intenso, a partire dal famoso tema dei titoli di testa, divenuto ormai una sineddoche a maiore del suo cinema e di tutto il cinema “de paura”.

 

 

Se proviamo ad ascoltarlo attentamente, ne apprezziamo molti aspetti. Anzitutto la qualità: assai ben strutturato, alterna ritmi pari e dispari come usava allora nel cosiddetto prog-rock ed è straordinariamente ficcante. Come avveniva nel glorioso teatro canzone di Weill e Brecht, si esce dal cinema, seppure con la strizza, fischiettandolo; non ci abbandonerà più e ciò rappresenta una qualità non da poco per un motivo ritmico, balzellante e, in fondo, per nulla melodico. Interessante anche il collegamento con una certa idea di musica “classica”: idea ingenua forse, sbreccata dalla punta macabra del ripieno dell’organo ecclesiastico, a simboleggiare l’ombra di qualcosa che incombe (una colpa?), ma indubbiamente efficace. A me sembra, questo, un tratto tipicamente italiano, nel senso, cinematograficamente purificante, di non americano; anche se molti registi statunitensi, da Paul Schrader a John Carpenter, avrebbero poi studiato e imitato sia i Goblin che Argento. Non meno importante, il tema “esprime” il film con la medesima colorazione espressiva, in una parità funzionale tra chi porge e chi prende.

La storia di questa colonna sonora non è meno avventurosa della trama del film stesso.

Profondo rosso, una delle locandine

Profondo rosso, una delle locandine

 All’inizio le musiche dovevano farle, si favoleggia, nientepopodimeno che i Pink Floyd, i quali nel 1970 avevano lavorato con Antonioni nel celebre Zabriskie Point. Ma il gruppo inglese, impegnato nella realizzazione dell’album Wish You Were Here, che sarebbe uscito nel settembre di quell’anno, declinò l’offerta. Altrettanto impraticabile si era rivelata la collaborazione con i Deep Purple, che il regista aveva già cercato di avere per il suo precedente Quattro mosche di velluto grigio, impossibili da contrattualizzare per le solite pastoie burocratiche. Venne così chiamato il jazzista Giorgio Gaslini. Non proprio il rock “duro” prediletto dal giovane Argento ma, almeno sulla carta, una scelta azzeccata.

Il protagonista del film, Marc Daly, interpretato da David Hemmings, è infatti un musicista jazz che, trovandosi a Torino, vive un vero e proprio incantamento per una serie di delitti, che poco lo riguardano, ma nei quali decide tuttavia di ficcare il naso.

Da questo momento, e questo è uno dei punti di forza del film, l’io del protagonista, insieme a quello dello spettatore, prende a sdoppiarsi e diviene, in una prospettiva quasi lacaniana, punto di fuga e non di realtà. Si adombra persino il sospetto che… ma non riveleremo troppo, per rispetto ai fortunati che non hanno visto il film e ancora possono scoprirlo. Ci limiteremo a ricordare, con Giovanni Battista Basile, “chi cerca ciò che non deve, trova ciò che non vuole”.

 Tornando alla musica, il regista ci racconta : “Il lavoro per la colonna sonora l’aveva appunto iniziato Gaslini. Era un jazzista fantastico, però fu evidente fin da subito che non aveva indovinato il film. Alla fine, dopo alcune discussioni, decise di abbandonare la lavorazione. Per sostituirlo, e si badi che mancavano ancora tutti i temi principali, decisi di scegliere un gruppo di Roma del tutto sconosciuto che mi aveva colpito: i Goblin”. 

deepredScelta, a differenza della precedente, alquanto azzardata.

Capitanato da Claudio Simonetti, questo quintetto era costituito poco più che da ragazzini i quali avevano, tempo addietro, inviato al produttore una demo dal titolo aromatico, che faceva quasi tenerezza: Cherry Five. Argento fu molto colpito, poiché sembravano incarnare perfettamente quell’energia misteriosa e sinistra che egli intendeva insufflare nel film. Insomma, toccando ferro, furono scritturati. “Ma siamo stati degli incoscienti, io a chiamarli, loro ad accettare”, scherza il regista, “Oltretutto avevamo pochissimo tempo, quindici giorni al massimo. Siccome eravamo davvero mezzi pazzi ci siamo messi all’opera e in tutta fretta abbiamo concluso il lavoro, terminando persino in anticipo !”.

I Goblin furono, in questa occasione, chiamati a un duplice e non semplice compito: reinterpretare alcuni temi lasciati da Gaslini e scriverne di nuovi. Il risultato è ormai storia; del cinema, del costume, un po’ anche della musica. La loro collaborazione sarebbe continuata, in un ideale connubio etico ed estetico, attraverso altri film come il capolavoro Suspiria; così come si sarebbe intensificato, per il regista, il rapporto con la musica.

“Ad esempio”, prosegue Argento, “considero Opera  uno tra i miei film più belli. Ci tengo tanto…ma siccome la versione circolante in Italia è massacrata dalla censura, ho conservato da un Festival una copia originale e l’ho consegnata al Centro Sperimentale di Cinematografia perché la ripuliscano e la restaurino”.

Profondo Rosso è ormai un signore di quarant’anni più in forma che mai. Oltre alla visione del film, consiglio di riavvicinarci, lontano dalle immagini, alla colonna sonora. Allarmante, mutevole, sexy, è ancora capace di portarci per strade nuove, tuttora ignote, indizio tangibile della necessità di un mutamento, mappa di un viaggio nel segno del pericolo cui forse non sapremo rinunciare. Negli scarti improvvisi e inconciliabili dei suoi movimenti, è una musica viva, da bere d’un fiato.

 

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