Daniela Mazzucato e Max René Cosotti: una coppia sulla scena e nella vita

– di Nadia Pastorcich –

Max Renè Cosotti e Daniela Mazzucato Ph Nadia Pastorcich

Una coppia sulla scena e nella vita, stiamo parlando del soprano Daniela Mazzucato e del tenore Max René Cosotti. Impossibile descrivere la loro lunga e ricca carriera costellata da opere importanti con interpreti altrettanto grandi nei teatri più famosi del mondo. Dall’opera sono arrivati anche all’operetta, diventando “triestini” d’adozione con il Festival dell’Operetta. Non si possono non ricordare le operette estive di Trieste capaci di far sognare e che ancora oggi vengono ricordate con affetto. Max René Cosotti e Daniela Mazzucato ci raccontano la loro vita assieme.

Max René Cosotti, lei è piemontese, mentre lei, Daniela Mazzucato, è veneziana. Che ricordi avete della vostra infanzia?

MRC: Io sono di Varallo Sesia, un paesino alle falde del Monte Rosa, in provincia di Vercelli. I miei ricordi d’infanzia sono molto belli fortunatamente. Nel mio paesino di 8.000 abitanti ho cominciato subito a cantare – avevo 6-7 anni – nelle scuole, nelle piccole operette nei seminari – c’erano dei sacerdoti che facevano le operette. Usavo cantare anche ai matrimoni; oggi, quando torno a casa, trovo persone più grandi di me che mi dicono che le ho sposate (sorride). Ricordo che mi davano 500 lire e in più mi prendevo pure il pranzo. Erano quei pranzi in cui ti siedi all’una e ti alzi alle otto di sera. Dopo ho fatto il Liceo Classico, sempre a Varallo, e poi ho iniziato a cantare un po’ di musica leggera e ho partecipato a Castrocaro, anche se mio papà non era tanto d’accordo: lui voleva che cantassi più seriamente. In quinta Liceo mi ha lasciato scegliere quello che volevo fare, allora ho partecipato ad un’audizione da Marcello Del Monaco (fratello di Mario Del Monaco), il quale mi aveva detto di andare da Limarilli, un tenore famoso dell’epoca. Però ero troppo giovane – avevo solo 18 anni – e non volevo spostarmi così lontano da casa, perciò sono tornato al mio paesino. Alla fine – mio papà ha insistito – sono andato al Conservatorio di Milano.

DM: Ho dei bellissimi ricordi. Venezia negli anni ’60 era bellissima. Intanto c’era un turismo molto più limitato di quello che c’è oggi e la città veniva rispettata, era tranquilla. Venezia ha una mentalità molto aperta, cordiale, è una città di mare. Ho cominciato a studiare musica e canto per volontà di mio papà perché lui aveva avuto un padre con una bellissima voce, che aveva studiato insieme ad Aureliano Pertile dal Maestro Orefice, però, purtroppo, durante la guerra – aveva 28 anni – è mancato per l’epidemia della spagnola (febbre). La famiglia perciò non ha potuto realizzare questo sogno e appena sono nata hanno pensato: “Ecco l’erede!”. E così sono stata indirizzata prima con una insegnante in privato – ero piccola – e poi al Conservatorio, dove lavorava questa mia insegnante. Era giusto che io completassi i miei studi musicali. Mi hanno così fatto entrare in Conservatorio un po’ prima, chiedendo l’autorizzazione al Ministero.

Venezia, città di cultura, Daniela Mazzucato ha mai partecipato a qualche salotto?

Sì, ho frequentato qualche salotto tramite Luciana Piovesan, la nostra insegnante di arte scenica del Conservatorio. Era una donna che frequentava la bella società veneziana. A Venezia, in generale, si respirava un’aria di cultura, di scambio di simpatie, di calore umano che, pensandoci bene, non è facile trovare in altri posti. È una città un po’ particolare…

Daniela Mazzucato e Max René Cosotti Ph Nadia Pastorcich

Com’era impostato il Conservatorio?

DM: Io studiavo materie come arte scenica, teoria e solfeggio, pianoforte complementare. In quel periodo al Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia c’erano degli insegnanti meravigliosi, come Gorini (quello del duo Gorini-Lorenzi), il Maestro Bagnoli e per un periodo abbastanza breve l’insegnante di canto era Maria Carbone che aveva come allieva Maria Chiara e la Corradetti. Era un Conservatorio veramente di lusso! In quegli anni all’interno del Conservatori potevi studiare le materie che avresti trovato al liceo. Quando studi musica devi avere passione: se scegli uno strumento e passi ore e ore a studiarlo, se non c’è veramente passione non lo riesci a fare. Lo strumento ti deve chiamare.

MRC: Il Conservatorio l’ho fatto da esterno: mi alzavo alle 4 del mattino e partivo con il treno da Varallo per Milano e tornavo a casa alle 7 di sera. Ma al Conservatorio potevi studiare, potevi fare il liceo, fare tutte le materie. Le classi di canto sono sempre le più complicate perché lo strumento non esiste, lo strumento non lo vedi, con il piano e con il violino uno ti guida più facilmente. Dico sempre che sono gli allievi che fanno grande il maestro. L’importante è che un maestro non rovini una bella voce, ma deve aiutarla e pian piano scoprirla meglio. Il Conservatorio è un ambiente molto difficile per il canto, perché non è facile da fare. Ormai tutti, anche i cantanti che hanno un certo tipo di voce, sia stranieri che italiani, preferiscono, invece di frequentare il Conservatorio, partecipare a delle audizioni con agenti, case discografiche. Forse così la carriera si fa più velocemente ma poi magari dura solo per qualche anno. Noi a Trieste siamo fortunati, il Conservatorio funziona molto bene, è uno dei più efficienti di tutta Italia.
Al Conservatorio di Milano ricordo di aver conosciuto il Maestro Aldo Azzari, un tenore. Con lui ho cominciato a studiare a 19-20 anni. C’è un particolare molto simpatico: a 20 anni, ero andato nel suo studio perché dovevo cantare, mi sembra un’aria del Faust. Lui non era un pianista e ricordo che disse ad un inserviente: “Senta, vada a chiamarmi quel Muti, che venga ad accompagnare”. E così è arrivato il Maestro Muti, un ragazzino, e mi ha accompagnato. E poi ho fatto tanti concorsi, tutti importanti…

Come il Concorso “Donizetti” della Rai, sua moglie Daniela ha partecipato alla prima edizione, dedicata a Verdi…

DM: Sì, la Rai ha cominciato con il Concorso Voci Verdiane; allora si pensava che non ne avrebbe fatti altri, perciò mio papà mia ha subito iscritta. Di Verdi, io, sapevo ben poco. Mio marito ha fatto il “Donizetti” che era più giusto per lui ma forse lo sarebbe stato anche per me, ma evidentemente non era destino che quella volta ci incontrassimo. È stato un concorso che mi ha dato tanta soddisfazione: l’orchestra batteva le bacchettine in segno di approvazione, quando cantavo Caro nome.

Entrambi però avete debuttato con il Rigoletto

MRC: Grazie alla vittoria del concorso dell’ASLICO (Associazione Lirica Concertistica) ho fatto il Rigoletto. Quella volta, nel ’69, dovevi portare tutta un’opera intera. Io ho portato Lucia di Lammermoor. Ho vinto e mi hanno fatto fare il Rigoletto. Ero anche molto fortunato perché i corsi si facevano alla Scala, c’erano dei grandi maestri stupendi, dai pianisti ai maestri di canto. Mi sono trovato molto bene! Ho debuttato al Grande di Brescia. Non mi ricordo per quale motivo lo facessi, ma il giorno della recita stavo a letto e non mi alzavo fino alla sera. Da lì è andata molto bene e subito dopo ho vinto a Treviso il Concorso Toti Dal Monte, grazie al quale ho fatto La bohème con Alessandro Corbelli e Alida Ferrarini; siamo andati in giro per il mondo. Dopo l’ASLICO ho vinto pure il concorso dei Cadetti della Scala e sono stato tre anni alla Scuola dei Cadetti della Scala.

DM: La primissima cosa che ho fatto, che non è stata importante tanto a livello di carriera quanto per l’approccio con il palcoscenico, è stata il Flauto Magico; facevo il genietto. Erano venuti in Conservatorio a scegliere le ragazze per i tre genietti. Da lì le coincidenze hanno voluto che non smettessi più. Facevo tanti piccoli ruoli, mi chiamavano spesso. Poi, un giorno, ho saputo che c’era un’audizione: cercavano una Gilda, a La Fenice, al tempo di Mario Labroca (direttore artistico) e Ammannati (sovrintendente). Il Maestro Franci avrebbe diretto. Ho fatto l’audizione e mi hanno presa. Mi trovavo benissimo nell’ultimo atto, nella parte drammatica. Comunque trovo molto belle le arie Tutte le feste al tempio e Caro nome.

Max René Cosotti, dopo il Rigoletto?

Il Festival Dei Due Mondi di Spoleto mi ha aiutato molto. Ricordo il Don Pasquale del 1976, erano i tempi di Menotti. Un Festival stupendo con Thomas Schippers, grande direttore d’orchestra. Mi scelsero per il Don Pasquale. Andò molto bene e da lì venne poi Glyndebourne: è un festival molto importante nel Sussex, nel sud di Londra. Fino agli anni ’60-’70 c’era Vittorio Gui come direttore, ma c’erano davvero tanti grandi Maestri. Facevano dei bellissimi festival. Mi presero in simpatia e debuttai con il Falstaff di cui c’è anche un’incisione discografica molto bella, siccome anche qui andò bene mi chiamarono da Berlino per fare una versione cinematografica del Falstaff diretto dal Maestro Solti.

Daniela Mazzucato, lei è rimasta a Venezia o si è trasferita?

Sono stata a Venezia fino ai 21 anni, dopo sono andata ad abitare ad Abano perché mio papà, per ragioni di salute, era meglio portarlo in una città – come diciamo noi – di terraferma. Ma lasciare Venezia è stato un trauma. Come te ne vai da questo luogo non hai più pace. Siccome l’esperimento della città di terraferma non era riuscito – c’era una nostalgia pazzesca – siamo tornati a Venezia. Prima stavamo in affitto a Palazzo Gradenigo, le finestre davano su un campo, mentre, quando siamo ritornati a Venezia, abbiamo trovato un appartamento che sì ci ha suggestionati, ma aveva le finestre in un calle. Non ce l’abbiamo fatta e ci siamo trasferiti di nuovo.
Poi siamo stati a Padova in un appartamento molto bello a Città Giardino e dopo di nuovo ad Abano – avevamo anche un po’ di giardino. Lì stavo con Max e dopo che nostra figlia è diventata grande ci siamo detti: “Perché non andare a Trieste?” Quando eravamo giovani dicevamo che da “vecchi” sarebbe stato bello andare ad abitare a Trieste. E così abbiamo fatto.

Max René Cosotti, due registi che le sono piaciuti per il loro modo di lavorare?

Max René Cosotti in “Der Zwerg”

I registi per noi cantanti sono molto particolari. Io ho avuto la fortuna di trovare due grandi registi. Quando ho fatto Glyndebourne, ricordo Jean-Pierre Ponnelle, un regista straordinario, mi ha insegnato moltissimo e poi, qui a Trieste, ho avuto la fortuna di fare tantissime opere, come il Don Pasquale con Daniela, con la regia di Frank Bernd Gottschalk. Con lui ho fatto anche Il compleanno dell’infanta che in tedesco si chiama Der Zwerg (Il nano). Era un atto di un’ora e un quarto di questo nano che doveva cantare, recitare, urlare e camminare sempre in ginocchio. Ricordo che mi avevano messo delle ciabattine sulle ginocchia. Tra l’altro per questa mia interpretazione ho vinto anche il Premio Abbiati. Gottschalk è stato straordinario e mi ha dato tanto! Lavoravamo dieci-dodici ore al giorno, però lui aveva rispetto per il lavoro che facevi. Ti massacrava, nel senso buono, per ottenere quello che voleva, però ti metteva tutto a disposizione affinché tu fossi a tuo agio, tranquillo scenicamente, e si arrabbiava con tutti quelli che disturbavano. Ricordo anche Zeffirelli e tanti altri personaggi importanti…

Daniela Mazzucato, pure lei ha lavorato con Zeffirelli ma anche con Strehler. Avevano qualche punto in comune e quali invece erano le loro caratteristiche?

No, non si assomigliavano. Forse i punti in comune sono le crisi un po’ isteriche di un certo tipo di talento, perché loro erano dei grandi talenti. Ricordo che Strehler, alla Scala, per le prove arrivava dal fondo – noi eravamo già pronti in palcoscenico –. In platea c’era Valentina Cortese con la veletta. Strehler diceva: “Povero vecchio, sono stanco, non posso più fare questo lavoro…”, dopo si fumava la sigaretta e arrivava sul palcoscenico e lì era grande. Era veramente un grande perché lui eseguiva e ti dava delle indicazioni di tutti i personaggi: Osmino, Pedrillo (facevamo Il ratto dal serraglio). Era meraviglioso!
Zeffirelli, invece, l’ho conosciuto per Un ballo in maschera, sempre alla Scala, con Pavarotti e Cappuccilli. A Tel Aviv abbiamo fatto La bohème. Queste opere erano delle riprese, non erano produzioni che nascevano in quel momento, come invece mi è successo con Strehler, però penso di essergli piaciuta; ricordo che mi diceva poco. In quel ballo in maschera facevo Oscar e Zeffirelli mi dava ogni tanto una pacchetta sul sedere (sorride). Penso che era contento.

Daniela e Max, quando vi siete incontrati?

Max René Cosotti e Daniela Mazzucato

DM: Il primo vero incontro è stato nel Don Pasquale, ma Max, a quel tempo, corteggiava un’altra persona e io avevo un altro compagno. Non era nato niente. Voglio però raccontare una cosa: durante il Don Pasquale, Norina nel primo atto canta molto e dopo di lei entra il tenore. Terminata la mia aria – stavamo provando – sono uscita di scena e sono andata in platea – indossavo la sottogonna che si usa per le prove –, ho messo le gambe sulla poltrona di fronte e non so come spiegarlo, mi sono svuotata da ogni energia. Quando è entrato lui, Max, e ha cominciato a cantare, ho sentito una strana sensazione e mi sono detta: “Com’è che io non sto con lui?”. È finito tutto lì. Ci siamo ritrovati anni dopo ne Il matrimonio segreto. C’è stato qualcosa di magico…

MRC: Noi ci siamo conosciuti molti anni prima del momento in cui ci siamo “fidanzati” o innamorati, come si vuol dire. Come ha detto Daniela, il primo incontro è stato nel Don Pasquale nel 1976, alcuni anni prima dell’incontro fatale che fu ne Il matrimonio segreto nel 1982. Daniela la ricordo come una bellissima donna, particolare, all’epoca aveva un taglio alla Vergottini con i capelli biondi. Quella volta però non c’è stato un colpo di fulmine, ognuno di noi aveva altri impegni. Con Il matrimonio segreto è scoppiato qualcosa di molto bello!

Cosa vi ricordate del Festival dell’Operetta?

Daniela Mazzucato e Sandro Massimini

DM: Io venivo a cantare a Trieste durante la stagione invernale; in quel periodo c’erano Fulvio Gilleri (padre di Alessandro Gilleri) e Raffaello de Banfield. Loro due tenevano su molto bene le sorti del Teatro Verdi. È stato Gilleri padre ad avere avuto l’idea di ridare vita al Festival che prima facevano a San Giusto e aveva avuto un periodo di silenzio. Un giorno mi ha chiesto di fare un’operetta. Io non sapevo neanche cosa fosse onestamente. Erano i primi anni ’70, e ho accettato anche perché quando sei giovane, stare a Trieste d’estate, e lavorare con ballerini e tante persone, è bellissimo!
La cosa importante è che lui aveva avuto l’intuizione di chiamare persone di grande livello come Gino Landi, compagnie di attori di prosa bravissimi e ballerine che Gino portava da Roma, dalla televisione. Era veramente un momento magico perché sono quelle cose che se devono funzionare funzionano. Dopo, Gino ha visto che io avevo delle qualità per potermi muovere facilmente, anche nel ballo – io non sono una ballerina – e allora dal ruolo di soprano mi ha passato al ruolo di soubrette e con Sandro Massimini ho fatto coppia. Lì è nata una scintilla professionale meravigliosa. Massimini aveva la tenerezza che devono avere tutti i comici e l’eleganza che è una cosa importantissima. E poi sapeva sia cantare che ballare, sapeva fare un po’ tutto, però la sua qualità era quella di essere elegante; con i suoi occhi arrivava fino in fondo. Sono quelle qualità che non puoi neanche spiegare, sono quelle qualità meravigliose che la natura ti regala.

MRC: Quando ho conosciuto Daniela nel ’82, io non avevo mai fatto l’operetta, mentre lei la faceva ormai da molti anni. Fulvio Gilleri mi aveva detto che mi avrebbe fatto fare un’operetta con Daniela, ma io dovevo andare a Glyndebourne a fare Il barbiere di Siviglia. Alla fine non ci sono andato e con Daniela ho fatto a Trieste la nostra prima operetta assieme, La danza delle libellule. Lei pattinava con Sandro Massimini. Faceva caldo e ricordo che avevo una pelliccia e degli stivali…di quelle sudate! Da allora in poi, fino agli anni Duemila, abbiamo fatto tantissime operette insieme. Dall’incontro con Daniela è poi nata Myriam. L’avvenimento è stato scoperto all’Ospedale Maggiore di Trieste. Ricordo che c’erano degli ascensori in ferro battuto, uno saliva e l’altro scendeva. Io stavo andando a prendere Daniela – aveva fatto una visita – ma lei in quel momento stava scendendo. In ascensore ho capito, guardando i suoi gesti, che era incinta. Ormai è da tanti anni che stiamo insieme.

Sabato 18 agosto, alla Sala piccola Fenice di Trieste, alle 20.30, vi vedremo assieme a vostra figlia Myriam e a Raffaele Prestinenzi e Alessandro Colombo nello spettacolo “Notte da Sogno”, ideato proprio da vostra figlia.

Sì, siamo molto contenti che ci abbia coinvolti. È un bel gruppo di lavoro!

A novembre uscirà il libro “Daniela Mazzucato. La regina dell’operetta” di Rino Alessi, edito da MGS Press.

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