Ananke, il film. Ne parlano Claudio Romano e Elisabetta L’Innocente

Data: maggio 9, 2016

In: TOP, CINEMA E DINTORNI, CULTURA,

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-di Andrea Chimento-

Abbiamo intervistato Claudio Romano (regista e sceneggiatore) e Elisabetta L’Innocente (sceneggiatrice), creatori di Ananke, interessantissima opera prima italiana che è stata presentata nel 2015 alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro e al Trieste Science + Fiction, oltre ad aver vinto il Premio Meccoli come miglior film italiano (Assisi).

Quanto tempo sono durate la lavorazione, la stesura della sceneggiatura e le riprese? Avete cambiato molte cose in corsa oppure avete tenuto fede alla traccia iniziale?

C: L’idea di Ananke è nata nel 2011 e ci abbiamo rimuginato su per un po’. Il film era nelle nostre teste e non sulla carta. Dopo tre anni c’è stata l’esigenza di presentare una sceneggiatura alla produzione e in meno di una settimana la scrivemmo. Comporre la prima bozza di sceneggiatura è stato molto semplice e veloce, quasi una formalità. Il difficile è stato togliere ed asciugare, operazione che ha richiesto qualche mese e otto diverse stesure. A quel punto erano passati già cinque anni, da quando ci balenò l’idea del film. Le riprese sono durate due settimane lorde (pause week-end incluse) e, a parte qualche difficoltà logistica ed economica, che ci impediva di far fronte alle emergenze produttive, è andato tutto liscio. Visto il lungo periodo pre-produttivo, c’è stato tutto il tempo necessario per instillare nella troupe e negli attori lo spirito nel film, sicché le riprese sono state piuttosto agevoli. Seguo il metodo recitativo bressoniano, mi avvalgo di scenografie scarne, quasi dreyeriane; per questi motivi non ho mai fatto prove con gli attori e non abbiamo costruito scenografie, ma ci siamo avvalsi di quello che la location ci metteva a disposizione. Con gli attori siamo stati molto fortunati: Marco Casolino e Solidea Ruggiero non hanno avuto difficoltà a calarsi nelle loro parti. Probabilmente non si sono neppure calati, erano semplicemente loro stessi. Marco è padre e Solidea vive in una mansarda-bunker, dunque alcuni aspetti del film facevano già parte del loro stile di vita o del loro carattere. Sono stati bravissimi, sono state pochissime le inquadrature girate più di una volta. Il lavoro più elaborato ha riguardato ovviamente la fotografia, perché si lavorava in pellicola e perché era necessario confrontarsi con una certa atmosfera. Fare un film non è altro che inseguire un ricordo, la visione primigenia. Non si inventa niente, non si crea, si cerca soltanto di ricordare e di inseguire quel ricordo. Juri Fantigrossi, il direttore della fotografia, è stato molto sensibile e propositivo, ha recepito praticamente subito tutte le mie esigenze. La fotografia di Ananke è esattamente quella di cui il film aveva bisogno. Non ho mai girato inquadrature master, avevamo meno di dieci chilometri di emulsione, un metraggio ridicolo, da cortometraggio. Faccio presente che in questa fase il film durava due ore piene, quindi il medium fotografico era davvero minimo. Dunque ho girato il film solo con pick up, segmenti di montaggio. In fase di ripresa le uniche variazioni hanno riguardato le condizioni atmosferiche diegetiche – che ovviamente abbiamo dovuto variare adattandoci al meteo – e un nuovo personaggio che è nato sul set: l’albero fuori dalla finestra. Ci siamo subito accorti dell’importanza di quella presenza e abbiamo immediatamente capito che quell’albero maestoso ed irremovibile non poteva non assurgere a vero e proprio co-protagonista.

Arrivati a questo punto ho iniziato il lavoro con Ilenia Zincone al montaggio. Tutto è filato liscio, ricordo quel periodo come molto stimolante, costruttivo ed estremamente creativo. A film praticamente montato è nata poi l’esigenza di tagliare, asciugare: la cosa più dolorosa, difficile e bella nel cinema. Qui l’apporto e i suggerimenti di Arcopinto sono stati utili. E’ stata una sfida molto stimolante. Fare un film lungo è molto semplice, asciugarlo individuando le ridondanze, essere esatti e precisi è difficilissimo. Bisogna imporsi un rigore, la libertà spesso è deleteria, poiché si pensa di non dover rispondere a delle regole. A questo punto l’estetica di Ananke si è fatta molto più complessa. Tutto verte attorno all’annullamento dello spazio, con controcampi a distanza temporale. Sequenze lontane che dialogano in montaggio. Un film molto lento ma troppo corto. Se vogliamo, la prima versione era molto più “classica” di quella che è la versione definitiva del film: piani-sequenza di otto/dieci minuti, tre capitoli non dichiarati, ordine cronologico. Sono comunque due film diversi, parlano della stessa cosa ma in maniera totalmente differente. La versione finale è più fruibile ma molto più complessa, meno occidentale. E’ un film sfocato ma netto. Le certezze, come lo spazio e il tempo, sono messe da parte. Ad essere nitido è lo spirito.

La locandina di Ananke

La locandina di Ananke

Il rapporto tra l’essere umano e l’ambiente ci è sembrato un aspetto fondamentale in questo film: puoi spiegarcelo meglio?

E: L’essere umano è imprescindibile dall’ambiente. Siamo dominati dall’ὕβϱις, predatori incalliti che dimenticano il loro essere infinitamente piccoli rispetto agli altri organismi. La consapevolezza dei nostri limiti sarebbe una grande conquista e garantirebbe la giusta preservazione di ogni specie, compresa la nostra.

C: Per Ananke mi sono fatto suggestionare dai pittori neoclassici, dagli schizzi di Humber de Superville, Jean-Germain Drouais, Jacques Louis David, John Flaxman, nei quali le figure umane perdono l’identità e divengono struttura. Ma anche le rovine di Piranesi, la realtà agreste di Michetti, il sublime di Friedrich, gli haiku di Matsuo Basho. Siamo abituati a servirci dell’ambiente e di ciò che ci circonda per creare film e appassionarci al cinema; io invece attraverso il cinema mi appassiono all’ambiente e a ciò che mi circonda. L’essere umano è l’ambiente. Siamo parte della natura e dobbiamo rispondere alle sue leggi, anche se non ci piace. L’essere umano lo ha sempre saputo, anche se, ad un certo punto della storia, alcune culture hanno deciso che non era più così. Non contente hanno anche deciso di cancellare e/o dominare quelle culture che alla presunta saggezza umana antepongono la ben più antica saggezza della natura. Non condivido praticamente nulla col rapporto che si è instaurato fra uomo e natura nella parte di mondo in cui sono nato e vivo. Nel mio piccolo faccio di tutto per andare in direzione diametralmente opposta. In Ananke la natura è sovrana, la vita umana dipende da essa. E nella realtà le cose non sono diverse.

Ananke è un’opera anticonvenzionale e distante dagli stilemi tipici dell’industria italiana. Che rapporto avete con il cinema italiano di oggi? Ci sono degli autori giovani che vi sembrano degni di essere scoperti e valorizzati?

C: Con il cinema italiano regolarmente distribuito ho un rapporto oscillante fra l’indifferenza e il rancore. Non ne condivido i presupposti. Produttori e distributori devono smetterla di considerare il pubblico come un manipolo di cerebrolesi. Pertanto, più che gli autori, a dover essere scoperto e valorizzato è il pubblico, che nella maggior parte dei casi è molto più intelligente di quei film e di quei registi che è costretto a seguire. E’ la gente che va al cinema a meritare fiducia e rispetto; solo perché un esercente non afferra un film non vuol dire che per gli altri debba essere la stessa cosa. Devono smetterla di dare in pasto alle folle ciò che credono sia buono per loro. Chi ha dato a questi individui il diritto di decidere per gli altri e di sottostimare così tanto la loro intelligenza? Ognuno, al cospetto di un film, deve fare i conti con se stesso e trarre dal film e da se stesso qualcosa che vale solo e sempre per se stesso. Per questo gli interventi altrui sono fuori luogo.

E: Sento sempre dire che il cinema italiano è morto: nulla di più falso. Il cinema non può morire, il sistema può fallire, l’arte no. Come durante ogni depressione storica, gli individui sentono il bisogno di aggrapparsi al mito degli eroi; oggi più che mai si cercano supereroi ed è in questa fase che divento esule. Come ogni esule romantico cerco la quiete, l’introspezione, anche la noia. Spero che Samuele Sestieri e Olmo Amato abbiano segnato con I racconti dell’orso una nuova via per il cinema italiano. Mi auguro invece che Mauro Santini faccia un nuovo film perché abbiamo tutti bisogno della sua visione, della sua poesia.

Ananke

All’interno del film si parla di tematiche di grande importanza come l’estinzione della razza umana, la depressione, la malattia. Quali messaggi avete voluto trasmettere allo spettatore con la vostra opera?

C: Volevamo solo rappresentare fedelmente la realtà. Ananke è un film molto attuale. Tutto ciò che si vede nel film sta accadendo. Nel film si chiama “depressione”, “virus”, “malattia”; nella realtà “democrazia”, “fondamentalismo”, “tecnologia”, “ideologia”, “consumismo”. Tutti noi occidentali siamo malati. Ognuno di noi lo è e deve trovare la sua salus.

E: Io sono una storica prestata al cinema, una sorta di Tiresia della sceneggiatura indipendente, Ananke racconta di un post illuminismo tecnologico. Ho immaginato un enorme bug nel nostro presente, un’epocale perdita di identità (ecco la scelta di un fonema stentatamente francese), di valori, di umanità. Il senso di precarietà, di crisi, di obnubilamento, genera le macerie in mezzo alle quali sopravviviamo. Lo sguardo è rivolto altrove, non all’uomo – che disegna nella storia un cerchio piatto – ma alla natura, che lo sovrasta e gli sopravvive.

Ananke è il nome di una capra, ma è anche il titolo di un film muto italiano ben poco conosciuto. Avete guardato anche al cinema muto come possibile riferimento?

E: Sono cresciuta col cinema muto: è evocativo, ha intrinseca tutta la magia del lucernario, dell’infinito. A Kiss for Cinderella di Brenon, del ’25, è stato un film molto importante per la mia formazione, come la commedia di Oxilia, da cui però non abbiamo preso in prestito il titolo!

C: C’è una precisa inquadratura che mi ha ossessionato, e corrisponde al finale di Modern Times, in cui Chaplin e Paulette Goddard si allontanano verso l’orizzonte. Dopo averla omaggiata, in fase di ripresa, sono andato nello studio di Ilenia Zincone, per seguire il montaggio. Ho visto che aveva sulla scrivania una cartolina che ritraeva esattamente quell’inquadratura. Una bella coincidenza! Per il resto, ho pensato molto spesso al cinema muto. Il mio debito verso di esso è piuttosto evidente in alcune scene, come ad esempio la cattura della capra.

Amo muovere la macchina da presa il meno possibile, adottare al massimo due o tre punti-macchina. In passato ciò si faceva perché essa era estremamente pesante, dunque prima di spostare il punto di vista bisognava valutare molto bene la validità della decisione. Ora le macchine da presa pesano molto meno, ma adottare lo stesso rigoroso principio si rivela sempre una scelta molto saggia, a mio parere.

Un autore che sembra echeggiare per stile e tematiche nel corso della pellicola è Béla Tarr. È lui il principale riferimento o ci sono altri registi che vi hanno influenzato?

C: Sono cresciuto con il cinema di Dreyer, Tarkovskij e Bresson. Devo quasi tutto a loro tre. Béla Tarr è un regista che ammiro molto, ma è molto distante da me. Per età potrebbe essere mio padre, pertanto è assolutamente ovvio che i nostri modi di guardare alla vita siano del tutto differenti. Sono in tanti ad aver menzionato Tarr come possibile fonte di ispirazione per Ananke, ma questo non credo sia corretto. Tarr, per sua stessa ammissione, credeva di poter cambiare il mondo con i suoi film e ci ha giustamente provato, per tanti anni. Poi ha compreso che non ci sarebbe riuscito ed ha smesso di fare film. Il cavallo di Torino parla proprio di questo. Tarr è quella figura fuoricampo che si arrende alla crudeltà umana. Nietsche perde la ragione, Tarr la voglia di fare film. Io ho 34 anni, non ho il diritto di pensarla allo stesso modo, ho ancora il tempo per gioire della mia illusione, per credere che quello che faccio in fondo è utile a qualcuno.

Ananke è un film profondamente spirituale, o meglio, è la naturale conseguenza ad una serie di interrogativi che mi ha sempre ossessionato. Al luteranesimo, all’ortodossia e al giansenismo degli autori sopra menzionati si aggiunge il nostro animismo, un’alternativa all’uomo messo al centro dell’universo.

Quali sono i vostri prossimi progetti?

C: Innanzitutto ci piacerebbe accompagnare Ananke, per chiudere un ciclo e lasciarlo finalmente alle sue sorti. Stiamo poi lavorando a Liebe, il nostro secondo lungometraggio: una storia d’amore, di pre-morte e di spiriti. Sta già diventando un film troppo difficile per me, non so se sarò in grado di realizzarlo: le problematiche inerenti il mezzo sono davvero molto complesse. Ma, come sempre, ci proveremo. E poi c’è la storia di mia zia Gabi, morta a vent’anni in Germania, in un manicomio negli anni ’60. Era ritenuta pazza, hanno tentato di “recuperare” la sua mente, a tutti i costi; in realtà aveva la sindrome di Asperger ed era dotatissima. Una bella storia di solitudine, con l’unico finale possibile: l’omicidio. Ma spesso, dopo l’esperienza di Ananke, mi viene voglia di lasciar perdere il cinema: è ancora un mondo troppo legato al denaro e all’ego, non è un bel posto. Ci vuole tanta energia, fra un film e l’altro. Bisogna anche imparare ad imporre il proprio volere con tenacia. Io sono una persona timida ed introversa, la figura dello spaccone arrivista non mi si addice. E nemmeno quella del regista. Staremo a vedere.

E: Ananke è stato devastante per me sotto tanti punti di vista. Sono una persona diversa da allora, più cupa. Non so se ciò che ho da dire o ciò che abbiamo da mostrare abbiano poi un senso hic et nunc. Avremmo in cantiere Liebe, un film sull’amore e a me piacerebbe scrivere una serie tv; un mio desiderio recondito eternamente parcheggiato. Eppure ora sono terrorizzata, sento che questo è un mondo o, più propriamente, un’epoca che non mi appartiene. Quando torneranno i prati, forse, tornerò ad immaginare.

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