Classifica di Halloween: i migliori horror del nuovo millennio

-di Andrea Chimento-

Nei giorni che precedono Halloween sulle testate cinematografiche di tutto il mondo campeggiano spesso classifiche sui migliori horror della storia del cinema, della stagione in corso o degli ultimi anni.

Per differenziarci abbiamo pensato a una classifica che comprendesse sì le migliori pellicole del genere del nuovo millennio, ma procedendo per coppie tematiche: non quindi dieci film, ma dieci coppie di lungometraggi accomunate a vario titolo e classificate in ordine sparso.

I vampiri: Solo gli amanti sopravvivono e Dracula: Pages From a Virgin’s Diary

Una scena del film "Solo gli amanti sopravvivono"

Una scena del film “Solo gli amanti sopravvivono”

Inutile girarci troppo intorno, il vampiro è una figura che continua ad affascinare, che ha attraversato l’intera storia della settima arte già ai tempi del muto (il capolavoro Nosferatu, il vampiro di Murnau del 1922) e che gli spettatori contemporanei continuano ad amare.

Nel nuovo millennio possiamo citare due opere straordinarie che hanno ridefinito il concetto di vampiro: Solo gli amanti sopravvivono di Jim Jarmusch e Dracula: Pages From a Virgin’s Diary di Guy Maddin.

Nel primo Tilda Swinton e Tom Hiddleston sono due vampiri colti, annoiati, esteti solitari amanti delle belle arti, che vivono a Tangeri e Detroit: la forza visiva delle immagini di Jarmusch è al loro servizio e il risultato è uno dei film più belli e importanti in assoluto degli ultimi anni, horror e non.

Il secondo è una rivisitazione del Dracula di Stoker: un film completamente muto, un balletto in cui i personaggi danzano sulle note di Mahler, girato con i procedimenti stilistici del cinema delle origini. Non l’avete mai visto e non ci credete? Recuperatelo e vedrete…

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Il nuovo horror francese: À l’intérieur e Cannibal Love

 È davvero impressionante quello che hanno fatto i francesi con l’horror nel nuovo millennio, creando un filone nuovo, dotato di un’estetica elegantissima ma accompagnato da immagini cruente e sequenze molto violente e brutali. Il contrasto tra queste due forme è proprio uno degli aspetti più interessanti di film come À l’intérieur di Alexandre Bustillo e Julien Maury – dotato di un profondo sottofondo politico relativo alla xenofobia, e non solo – e Cannibal Love di Claide Denis, una ballata macabra sul cannibalismo con un grande Vincent Gallo e le splendide musiche dei Tinderstick.

Di horror francesi famosi del nuovo millennio ce ne sono molti – tra cui Alta tensione di Alexandre Aja e Martyrs di Pascal Laugier – ma quelli citati sono i due esempi da cui si può partire per scoprire questo fondamentale filone.

 Il J-Horror: Dark Water e Gozu

 Tra le nazioni che maggiormente hanno spinto sul pedale dell’horror nel nuovo millennio non può essere dimenticato il Giappone, che ha prodotto diversi film poi diventati remake occidentali (da The Ring a The Grudge). Tra gli esempi più riusciti e terrificanti non si può non citare Dark Water di Hideo Nakata, film poi rifatto a Hollywood da Walter Salles. Decisamente più anomalo, ma ancor più interessante, è il caso del regista Takashi Miike, che ha declinato il genere sotto forme originali e personalissime: sono diversi i suoi lavori che si potrebbero segnalare, ma una menzione speciale va al surreale Gozu, un horror metafisico con venature lynchiane e cronenberghiane dotato di un finale impossibile da dimenticare.

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 Masters of Horror: Cigarette Burns e Homecoming

 Il sopracitato Takashi Miike ha partecipato anche a Masters of Horror, serie televisiva creata da Mick Garris nel 2005 e che ha avuto buoni riscontri tra gli appassionati. Se Miike ha diretto il bel Imprint, gli altri due episodi da menzionare sono stati realizzati da due maestri del cinema americano. Cigarette Burns, una grande riflessione sul cinema e sul rapporto tra realtà e finzione, è stata una delle prove più significative della carriera recente di John Carpenter, che ha ritrovato in questo splendido mediometraggio le atmosfere del cult Il seme della follia. Forse ancor meglio di lui è riuscito a fare Joe Dante con Homecoming, una delle operazioni più distintive della sua intera carriera che coniuga riflessioni politiche e morti viventi: i soldati deceduti in guerra tornano in vita in un horror pacifista e semplicemente memorabile.

George A. Romero: La terra dei morti viventi e Diary of the Dead – Le cronache dei morti viventi

 Quando si parla di morti che ritornano in vita sul grande schermo, il nome che viene subito in mente è quello del grande George A. Romero, autore di capolavori come La notte dei morti viventi e Zombi. Nonostante non sia più un giovanotto (è classe 1940), Romero ha proseguito ancora nel nuovo millennio a dirigere (grandi) horror sociali che dicono molto sull’età in cui stiamo vivendo: con La terra dei morti viventi ha realizzando una grande metafora dell’11 settembre e del periodo di crisi che l’America ha vissuto (e sta vivendo) dopo quel tragico evento; con il successivo Diary of the Dead – Le cronache dei morti viventi ci ha detto qualcosa di importante sull’uso del digitale, delle videocamere a mano e sull’ossessione sempre più contemporanea dell’archiviazione di immagini.

Rob Zombie: La casa del diavolo e Le streghe di Salem

 

Una scena tratta da "Le streghe di Salem"

Una scena tratta da “Le streghe di Salem”

Uno dei “nuovi maestri” dell’horror nato cinematograficamente nel nuovo millennio è certamente Rob Zombie, autore dotato di una cifra stilistica riconoscibile e personale, crudo quanto basta e forte di un grande talento narrativo e visivo. I suoi due film migliori, La casa del diavolo e Le streghe di Salem, sono molto diversi l’uno dall’altro: il primo è una sorta di ibrido western, con momenti splatter e altri fortemente poetici (meraviglioso il finale); il secondo un horror purissimo, che scava nel male e non ha paura di intingere la cinepresa nel sangue. L’ultimo film di Zombie, 31, non è un granché ma per il futuro continuiamo a credere in lui.

La paura ancestrale: The Descent e The Witch

 

Una scena di "The Descent"

Una scena di “The Descent”

Le paure ancestrali continuano a essere fortemente presenti all’interno del genere horror e quella del buio ben si esplica in The Descent di Neil Marshall, regista inglese che dopo questo film non ha più realizzato opere degne di nota. Al centro della trama ci sono quattro amiche che compiono un’escursione sotterranea e rimangono incastrate tra i cunicoli alla ricerca di una luce che rappresenterebbe la salvezza: nel buio però si annidano le paure primordiali, insieme ai nostri mostri interiori. Stesse paure primordiali che rappresenta il bosco di The Witch, opera prima di Robert Eggers che racconta di una strega malefica che rapisce il neonato di una famiglia di agricoltori. È una grande riflessione sull’adolescenza e sul nucleo familiare, talmente potente che il risultato è l’horror più importante dell’annata in corso.

La finzione… dentro la finzione: Quella casa nel bosco e The Village

 La drammaturgia horror dà spesso spazio a giochi narrativi non indifferenti: mondi dentro altri mondi, finzione e realtà che si sfiorano costantemente e via dicendo.

Un esempio particolarmente originale in questo senso è Quella casa nel bosco di Drew Goddard, un film che guarda ai reality show, con una serie di personaggi che, inconsapevoli, vengono guidati in una classica “casa nel bosco” dove dovranno affrontare i tipici mostri del genere, controllati proprio da coloro che li stanno guardando e stanno coordinando il grande show.

Discorso diverso è quello di The Village di M. Night Shyamalan, che racconta di una comunità medioevale che vive in una radura circondata da una foresta ricca di insidie. Ma forse la verità è un’altra… e la loro esistenza è solo una messinscena.

I colpi di scena: The Others e The Mist

 Il sopracitato M. Night Shyamalan, si sa, eccelle nei colpi di scena (si pensi a Il sesto senso, in primis), ma non è l’unico e nel cinema horror è fondamentale riuscire a regalare delle vere sorprese allo spettatore.

Si pensi a The Others di Alejandro Amenabar, film di notevole eleganza formale con una grande Nicole Kidman che regala una conclusione sorprendente che ci porta a ripensare l’intera visione.

O al sottovalutato The Mist di Frank Darabont tratto da Stephen King: una grande riflessione sulla contemporaneità, sulla difficoltà degli esseri umani di unirsi per combattere una causa comune e valorizzato da un finale stratosferico, agghiacciante e inatteso.

I monster movie: The Host e Cloverfield

 

Una scena tratta da "The Host"

Una scena tratta da “The Host”

Tra i filoni dell’horror, uno dei meno considerati nel nuovo millennio è quello relativo ai mostri giganteschi, i monster-movie che tanta fortuna hanno avuto nel ventesimo secolo con pellicole come King Kong e Godzilla.

Due film importantissimi del genere sono nati però nel nuovo millennio: il sudcoreano The Host di Bong Joon-ho, una grande opera dal taglio (anche) sociologico, e lo spettacolare Cloverfield di Matt Reeves, maestosa riflessione sull’11 settembre e sulla youtube generation, disposta persino a morire pur di archiviare le immagini che ha filmato.

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