Che notte quella notte del 4 a 3

Era il 17 giugno del 1970. 50 anni fa Italia-Germania, la partita del secolo

-di Massimiliano Morelli-

Interno notte, divano di velluto verde a coste, cordoncino color oro che incornicia i cuscini, tv in bianco e nero, a sette anni mi consentono di restare in piedi fino a tardi per vedere la semifinale della coppa Rimet. Poco prima, pomeriggio del 17 giugno millenovecentosettanta, Italia-Germania ancora non sappiamo che sta per diventare la partita del secolo. Paese vittima del rivoluzionario (si fa per dire) Sessantotto il nostro, vittima dell’amarcord della seconda guerra mondiale la Germania, noi rinati dopo il boom economico veniamo frenati dai figli dei fiori, loro ancora col Muro di Berlino che divide quella che fra un crauto e l’altro viene definita “dolce terra di Germania”. Cresce l’attesa, a fare gli affari d’oro per un giorno sono le mercerie, che vendono chilometri di stoffa bianca, rossa e verde, mogli e fidanzate che cuciono drappi pronti a incorniciare i cofani delle auto. ItaliaGermaniaquattroatre (nessuno se ne abbia a male, si scrive tutto attaccato, i puristi della lingua italiana questo ormai lo sanno) trasforma in centoventi minuti il Paese dei santi e dei navigatori in nazione che vede in quel successo messicano una sorta di rivincita, tipo lo schiaffo (mai dato) del ragionier Fantozzi al capo supremo, oppure la rivolta dei Cipputi, che sognano a occhi aperti di salire sul tetto del mondo, ventiquattro mesi dopo aver conquistato l’Europeo e a trentadue anni di distanza dal successo degli Azzurri di Vittorio Pozzo, capaci di conquistare in quattro anni due Mondiali e un’Olimpiade.

Targa commemorativa allo stadio Atzeca

Segna Boninsegna e pareggia in zona Cesarini il biondo Schnellinger, improbabile killer della vigilia, lui, terzino del Milan che s’inventa per un attimo attaccante di razza per uccellare Albertosi, che tutto s’aspettava, tranne il “tradimento” del difensore rossonero. Supplementari, neanche sappiamo cosa siano, due anni prima la semifinale europea l’avevamo vinta con la monetina, e per conquistare l’oro continentale servirono due partite, la prima chiusa sull’1-1 e la “bella”, vinta 2-0 con reti di Anastasi e Riva. Insomma supplementari, trenta minuti di ulteriore sofferenza per noi accampati davanti ai televisori e per loro, gli Azzurri di Ferruccio Valcareggi, dall’altra parte dell’oceano, immersi nell’umidità di Mexico City.

© LAPRESSE
17-06-1970 CITTA’ DEL MESSICO
SPORT CALCIO
MONDIALI DI CALCIO IN MESSICO 1970
NELLA FOTO: GOL DEL CALCIATORE ITALIANO GIANNI RIVERA DURANTE LA PARTITA ITALIA-GERMANIA VINTA DALL’ITALIA.

Pastrocchio difensivo e Müller porta avanti la Germania, poi il meno atteso dei goleador, meno atteso perfino di Schnellinger, infila Sepp Maier per il 2-2: Tarcisio Burgnich è la “roccia” che si ritrova laddove non dovrebbe neanche stare, nel cuore dell’area teutonica, e riprendiamo  a fantasticare la sfida col Brasile. Manciata di minuti, due dei sette cagliaritani della spedizione mondiale si scambiano palla fra loro, Angelo Domenghini la affida a Gigi Riva e lui, fromboliere lombardo naturalizzato sardo, la manda nell’angolino lontano, irraggiungibile per l’estremo difensore antagonista. Riposino fra un tempo e l’altro, poi si ricomincia e il solito  manda la sfera fra palo e coscia di Rivera, i panzer pareggiano e pensiamo che è arrivato il crepuscolo italiano. Macché streghe, palla al centro, rieccoci avanti, un minuto neanche è passato, Rivera a centro area mette il piattone e spiazza Maier. Quattro a tre, roba da strabuzzare gli occhi, mentre Riva abbraccia e quasi strozza il golden boy e Nando Martellini sussurra al microfono che “non ringrazieremo mai abbastanza i nostri ragazzi”. Dicono sia stata la partita del secolo, e ci credo. La gioia del bambino che ero si miscela con la commozione odierna, che m’obbliga a rendermi conto del mezzo secolo trascorso. E mentre vago con la mente davanti alle immagini d’un calcio svanito mi chiedo se i migliori anni della nostra vita siano stati quelli di quando avevamo nulla o quelli di oggi, che troviamo ogni ben di Dio ma latita il sentimento.  

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