Carol: due donne alla ricerca della propria identità

– di Claudia Porrello-

Natale 1952. Carol Aird (Cate Blanchett), elegantissima signora della società newyorchese, si reca in un grande magazzino per comprare un giocattolo per la propria bambina. Ad aiutarla nella scelta è Therese Belivet (Rooney Mara) deliziosa giovane commessa. Uno scambio di sguardi eloquenti e di piccole attenzioni e un paio di guanti dimenticati da restituire, segnano l’inizio di un’amicizia e di un’intesa che presto si trasformano in qualcosa di molto più intenso e profondo.

Candidato a 6 Premi Oscar: miglior attrice protagonista (Blanchett), non protagonista (Mara), costumi, fotografia, sceneggiatura non originale e colonna sonora. E’ stato precarolsentato con successo a Cannes 2015 e premiato con la Palma d’Oro a Rooney Mara per la migliore interpretazione, il film segna per il regista indipendente Todd Haynes, un ulteriore ritorno all’America anni ’50, dopo il pluripremiato Lontano dal Paradiso del 2002, di cui quest’ultimo appare speculare e ideale proseguimento. L’ispirazione questa volta nasce da un romanzo di Patricia Highsmith, Price of Salt, molto controverso alla sua uscita nel 1953, per la ‘scandalosa’ relazione lesbica fra le protagoniste, improponibile in quell’America gretta e puritana, segnata da un ipocrita perbenismo, che bollava l’omosessualità come disturbo sociopatico della personalità.

 Molta acqua è passata sotto i ponti di allora, ma il ritorno del regista californiano a quel contesto storico-sociale postbellico segnato dalla Guerra Fredda, vuole sottolineare quanto di allora sia ancora attuale e sostanzialmente immutato, con particolare attenzione alla discriminazione sociale e di genere. Carol infatti appartiene a una classe privilegiata che può permettersi tanti lussi e molte libertà. Therese invece è di umile estrazione, lavora per vivere e coltiva sogni difficilmente realizzabili come quello di diventare fotografa. Accomunate da una disperata ricerca di identità e di realizzazione di sé in costante tensione fra ribellione e senso di colpa, le due donne palpitano di un unico sentimento soffocato, che cova come brace ardente sotto la cenere delle rigide convenzioni sociali.

maxresdefaultIl dramma intimo, imploso e trattenuto, esplode nel loro viaggio verso Ovest, scelta di libertà che precipita il melò verso drammatiche e prevedibili conseguenze, e culmina in un finale ambiguo, aperto sia a un nebuloso ‘lieto fine’ che a un doloroso rientro nei ranghi della normalità. Formalmente impeccabile come tutto il cinema del regista californiano, nelle inquadrature come nei movimenti di macchina, nella fotografia come nella colonna sonora, ma anche nelle scenografie e nei costumi che ci regalano, più che un efficace ricostruzione una full immersion negli anni ’50, ‘Carol’ è un raffinatissimo esempio di cinema del “non detto”, che richiede allo spettatore l’impegno a cogliere, al di là del testo, l’esplosivo sottotesto.

La macchina da presa si china sui dettagli, inquadra a distanza ravvicinata ora un polso, ora un fianco, ora una spalla per poi risalire al volto, cercando di cogliere la verità dei personaggi nelle più impercettibili reazioni. Molto del fascino e dell’impalpabile suspense interna di quest’opera sottilmente enigmatica si deve al duello di sguardi e di virtuosismi recitativi tra due splendide attrici. Ma la studiata lentezza e l’algida impenetrabilità dei personaggi che assai poco concendono allo spettatore, possono suscitare un sospetto di schematismo, di superficialità e di virtuosismo fine a se stesso, che non giovano alla causa che l’opera intende sostenere.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinFacebooktwittergoogle_pluslinkedin