Behind the Urals: il nucleare prima di Chernobyl

INTERVISTA ESCLUSIVA AL REGISTA ALESSANDRO TESEI

TUTTI PARLANO DI CHERNOBYL, MA PRIMA DI ALLORA GLI URALI ANCORA SOFFRONO

-di Tommaso Tronconi-

Cosa si nasconde dietro i monti Urali? Il primo, dimenticato, taciuto e più grave incidente nucleare della storia. A togliere la polvere dal tempo e dall’oblio ci pensa Behind the Urals – The nightmare before Chernobyl di Alessandro Tesei, visual artist e photographer classe 1980, originario di Jesi (Marche). – FOTO

Il resista Alessandro Tesei (cortesia di Alessandro Tesei)

Il regista Alessandro Tesei.

Dopo essersi spinto nella “No Go Zone” della centrale nucleare di Fukushima nei due precedenti lavori, ovvero il lungometraggio Fukushame – Il Giappone perduto del 2012 e il cortometraggio Fukushima no Daimyo del 2014 (entrambi vincitori di numerosi premi), Tesei affronta ora un nuovo disastro nucleare, quello di Mayak (1957), le cui conseguenze sono ancora oggi riscontrabili nella popolazione locale affetta da leucemie, tumori maligni e difetti genetici.

Affiancato dal fotografo Pierpaolo Mittica e dal ricercatore Michele Marcolin, Tesei percorre ancora una volta le vie del documentario sociale puntando il dito e la macchina da presa su un fatto per troppo tempo rimasto nella “No Go Zone” dell’informazione. Behind the Urals è un documentario necessario per capire Chernobyl (1986), ma soprattutto conoscere, o almeno immaginare, il futuro dell’industria energetica in Europa. Ecco cosa ci ha raccontato il regista…

Come e quando è nata l’idea di realizzare questo documentario?

L’idea nasce dopo una chiacchierata con l’amico Pierpaolo Mittica, con il quale avevo già collaborato per entrambi i miei lavori su Fukushima. L’associazione di volontariato Mondo in Cammino voleva produrre un nuovo documentario sul nucleare, e inizialmente si pensò ad un terzo lavoro in Giappone, con un taglio nuovo e seguendo altri percorsi narrativi. Ne discutemmo e uscì fuori un bellissimo progetto, ma ritenemmo infine che sarebbe stato giusto e saggio riaffrontare Fukushima facendo prima passare alcuni anni, per documentare i reali cambiamenti in un lasso di tempo più lungo. Scartammo l’idea e iniziammo a pensare ad altro, finché Pierpaolo riesumò dalle sabbie del tempo il primo incidente nucleare della storia, e il più grande, quello della centrale di Mayak, in Russia.

Accennavi a Mondo in Cammino, che ha prodotto il tuo film. Stiamo parlando di un’organizzazione che si occupa di interventi di cooperazione internazionale e di solidarietà nell’Europa Centro Orientale e negli Stati post-sovietici. Come l’hai conosciuta?

Ho conosciuto Mondo in Cammino tramite Pierpaolo, socio storico. È stato amore a prima vista, essendo una delle pochissime realtà italiane ad occuparsi d’informazione sul nucleare. Conobbi il loro presidente Massimo Bonfatti durante la fase di montaggio del mio lavoro Fukushima no Daimyo, e inserii l’associazione come special supporter. Da lì partecipai al loro convegno annuale a Carmagnola e iniziai a seguire anche io questa realtà. Appena gli proponemmo di far luce sul triplice disastro di Mayak, acconsentì immediatamente.

Foto di Pierpaolo Mittica.

Foto di Pierpaolo Mittica.

Triplice disastro di Mayak, hai detto. A quasi 30 anni dal disastro di Chernobyl, il tuo documentario ci racconta di un disastro precedente e assai più grave, accaduto al confine col Kazakhstan, nel 1957. Una catastrofe nucleare taciuta, se non dimenticata, della storia. Cosa è successo a Mayak?

La storia di Mayak è rimasta sepolta per decenni, precisamente dal 1949, quando avvenne il primo “incidente”, che fu causato dal riversamento di rifiuti radioattivi di grande pericolosità nel fiume Techa, che lungo il suo corso lambiva vari villaggi. Questa situazione andò avanti per almeno due anni, senza che nessuno ne sapesse nulla. Poi ci fu l’esplosione del 1957 che contaminò ben tre regioni dietro gli Urali con plutonio, cesio 137, stronzio 90 e altri radionucleidi pericolosissimi. Quest’esplosione è stata classificata nella scala internazionale INES al livello 6, mentre Chernobyl e Fukushima sono di livello 7, ed è nota come incidente di Kysthym (la città più vicina alla centrale dopo quella segreta di Ozersk, che all’epoca non era menzionabile). Successivamente, nel 1967 ci fu una terza catastrofe, dovuta a un tornado, che sparse pulviscolo altamente radioattivo su quasi tutta la regione di Chelyabinsk, fino al confine col Kazakhstan. Evito di menzionare incidenti minori, che si sono verificati con una continuità allarmante nel corso degli anni.

Si dice che da Mayak sia uscito 1 miliardo e 200 milioni di Curie, ovvero 22 volte il rilascio di particelle radioattive del disastro di Chernobyl. Eppure perché ci ricordiamo solo di Chernobyl? Colpa di una cattiva informazione o un’informazione controllata o una sorta di “silenzio di Stato”?

Bisogna dire che gli incidenti di Mayak avvennero in un’epoca in cui il nucleare era agli albori e mancava la conoscenza del rischio reale e di tutto quello che ne conseguiva. Il governo russo, che tenne segreto l’incidente per decenni, fu costretto a rivelarlo solo dopo che accadde Chernobyl, con la glasnost di Gorbacev. Questo perché molti scienziati e soccorritori mandati a Chernobyl, erano già stati impiegati direttamente o indirettamente nella questione di Mayak, e la voce iniziò a serpeggiare. Inoltre Chernobyl colpì direttamente tutta l’Europa in un momento in cui il tema nucleare era già sulla bocca di tutti e sarebbe stato impossibile nasconderlo. Quindi, per assurdo, è grazie a Chernobyl se sappiamo di Mayak.

Foto di Pierpaolo Mittica.

Foto di Pierpaolo Mittica.

Nel tuo documentario, come già accadeva nel tuo precedente Fukushame, registicamente fai ampio uso del fish-eye che distorce e incurva la visione. Ma aggiungi anche una fotografia che vira spesso e improvvisamente dal bianco e nero al seppia al verde al giallo. Quale sensazione volevi creare con questi due espedienti tecnici?

Il fish eye è ormai quasi un marchio di fabbrica in certe narrazioni. La scelta è sia stilistica che tecnica. Stilisticamente, distorcendo la realtà, la rende “strana”, ed è quello che voglio esprimere in certi luoghi assurdi come Fukushima o la zona di Mayak. Il punto di vista in soggettiva inoltre rafforza l’esperienza diretta dello spettatore che si impersona nella videocamera, sentendosi a sua volta protagonista e testimone.
I colori, invece, sono stati una scelta sofferta, visto che gli altri due autori, Pierpaolo Mittica e Michele Marcolin, non erano proprio convinti. Ho sperimentato questo bianco e nero virato per dare l’impressione di un sogno ad occhi aperti e allo stesso spostare la narrazione in una sorta di limbo temporale, nel quale si parla di incidenti “antichi” in un presente totalmente fagocitato dal passato. La tonalità giallo/verde è un richiamo sia ad alcune vecchie pellicole russe che avevano questa caratteristica, sia alla radioattività onnipresente, comunemente associata a questi colori.

Il film fornisce molti dati inquietanti: nel corso degli ultimi 53 anni, si è registrato un aumento di circa il 25% di casi di cancro, del 25% di difetti alla nascita e del 50% di casi di sterilità. Tutti numeri che emergono dall’incontro con persone che in vario modo sono rimaste coinvolte nel disastro nucleare di Mayak. Come è stato incontrarle e ottenere le loro testimonianze?

Siamo stati guidati in questo viaggio da Nadhezda Kutepova, un avvocato che lotta per i diritti delle vittime degli incidenti e che quindi conosce benissimo storie e testimonianze. La cosa che colpisce sempre in queste persone che vivono drammi giganteschi è l’accoglienza e la piena disponibilità ad aprirsi per raccontare al mondo la propria situazione. Queste persone, seppur molto povere, ci hanno sempre accolti in casa loro con dei veri e propri banchetti, come se si trattasse di un momento di festa.

Che “aria” si respira in quelle zone? Che percezione ha la gente della vita e della morte, del governo e della società? Immagino ci sia poca fiducia verso il futuro e le istituzioni…

È tutto estremamente contraddittorio. La maggior parte delle persone che vivono in queste zone inquinate e povere sostiene Putin, con una sorta di cieco nazionalismo. Allo stesso tempo maledice il governo per non riconoscergli misere pensioncine grazie (e non a causa) alla contaminazione in cui sono costretti a vivere. Spesso si resta appositamente in aree inquinate, così da accedere a benefici quali pensioni da pochi euro al mese. La morte credo sia vissuta con rassegnazione, visto che è onnipresente e si manifesta spesso dopo agonie dovute a brutti mali.

Foto di Pierpaolo Mittica.

Foto di Pierpaolo Mittica.

Il tuo film tocca uno dei nervi scoperti dell’Europa e dell’ex Unione Sovietica. Hai speranza che il tuo film possa essere visto anche in Ucraina, nell’Est Europa, in Russia? O temi che certe resistenze di carattere politico lo vieteranno?

Il mio film tocca un nervo scoperto che riguarda in primis la Russia, ma in realtà il mondo intero, perché il nucleare non è sicuro né in Russia né in Francia né in America. Per il momento non mi pongo questo problema, anzi credo che si possano trovare canali alternativi tramite Greenpeace e la nostra guida Nadhezda Kutepova, che purtroppo di recente è stata incriminata di spionaggio governativo.

Il documentario si chiude con uno degli intervistati che invita gli Italiani a dire no al nucleare per vivere in salute e non in malattia. È un monito da tenere a mente nei prossimi anni? Che futuro energetico vedi per l’Italia e per l’Europa?

Il futuro energetico, purtroppo, spetta alla politica. Non ho né le conoscenze né la posizione per suggerire scelte adeguate. Sono solo sicuro che il nucleare non può essere una soluzione, dati i rischi altissimi e i gravi lasciti che ha dimostrato di lasciarci.

Guardiamo avanti: hai già nuovi progetti in mente, ad esempio altri documentari su tematiche ecologiche, o per ora ti dedicherai solo alla promozione e diffusione di Behind the Urals?

Per il momento stiamo cercando una distribuzione per Behind the Urals, visto che è piaciuto molto anche in America, dove sembra ci siano le proposte più interessanti. Nel frattempo ho iniziato la pre-produzione di un nuovo documentario a tema sociale sulla massiccia emigrazione romena degli ultimi anni, insieme al giornalista Andi Radiu. Presto comincerà la campagna per la raccolta fondi, visto che questo progetto momentaneamente è orfano di produzione… quindi, se qualcuno fosse interessato, non esiti a contattarmi!

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