Arturo Benedetti Michelangeli venti anni dopo

 

di Francesco Ermini Polacci –

Un doveroso ricordo di Arturo Benedetti Michelangeli a venti anni dalla sua scomparsa, un’occasione per riflette su un interprete entrato nel mito sfrondando la sua agiografia di troppe leggende metropolitane. Riportandolo alla sua immensa grandezza

I capelli scolpiti dalla brillantina, lo sguardo concentratissimo, il volto imperturbabile; le mani elegantemente composte, ma pronte a percorrere la tastiera, con gesti misurati, morbidi. L’immagine di Arturo Benedetti Michelangeli (1920-1995) che la maggior parte di noi porta nella memoria è questa: un’immagine austera in bianco e nero, fissata dalle inquadrature d’una serie di concerti registrati negli studi televisivi della RAI di Torino, nel 1962.

Lo scorso 12 giugno sono trascorsi  venti anni dalla morte, una ricorrenza passata praticamente inosservata, salvo il documentario trasmesso da RAI 1.

La figura di Benedetti Michelangeli rimane ancora avvolta dagli aloni della leggenda, anche se la sua lezione interpretativa può concretamente rivivere ed essere ammirata nelle preziose, centellinate registrazioni: come quelle per la Deutsche Grammophon con un Debussy fondamentale e tre Concerti per pianoforte di Beethoven diretti da Giulini che suonano colmi di raffinata poesia; e come quelle per la EMI e per la Fonit Cetra, realizzate fra il 1939 e il 1975,ora riproposte in cofanetto dalla Warner Classics.

L'ultimo concerto di Michelangeli, ad Amburgo il 7 maggio  1993 (© Photo by Simon Friedemann)

L’ultimo concerto di Michelangeli, ad Amburgo il 7 maggio
1993
(© Photo by Simon Friedemann)

Leggenda, si diceva, anche se spesso ciò che è materia di leggenda diventa oggetto di fin troppo facili etichette. Contrariamente a quanto è stato detto finora, ad esempio, Benedetti Michelangeli aveva un largo raggio di conoscenze musicali, e tali da smentire la supposta indisponibilità verso la musica del Novecento: pochi sanno dei suoi studi della Sonata per due pianoforti e percussioni di Bartok, affrontati con Dinu Lipatti, pianista da lui prediletto, e pochi sanno d’una sua prevista esecuzione del Concerto per pianoforte di Schönberg con Bruno Maderna sul podio. E lo stesso si può dire di quella incessante ricerca di perfezione, soprattutto nella definizione del suono, che sosteneva le sue interpretazioni e che è stata evidente fin da subito: in diversi l’hanno additata come una semplice smania snobistica, considerandola la consequenziale proiezione di quella figura imperturbabile, elegantemente dandystica, che ci appariva seduta al pianoforte. Quando poi era lui stesso a dire: “Perfezione, una parola che non ho mai capito”. Certo, le sue esecuzioni erano perfette, difficile ravvisarvi sbavature. Ed il dominio tecnico, assoluto, rigoroso, è stato presente fin dai primissimi concerti del 1938, unito ad un tocco cristallino, all’agilità avvincente delle dita. Ma mai la tecnica, in lui, è stata fine a se stessa; mai si è rivelata con l’ostentazione tipica del virtuoso atleta della tastiera e dalle dita fiammeggianti. “Suonare il piano”, ripeteva più volte il maestro, “è un vero e proprio lavoro, significa sentire le mani e le braccia dolenti dappertutto”. Un lavoro duro e quotidiano. Si è spesso detto dunque della bellezza del suono di Benedetti Michelangeli, della sua attenzione continua all’elemento timbrico, ma c’è stato anche un altro aspetto ugualmente importante del suo stile interpretativo: la dolcezza del tocco, unito ad un cantabilità nel distendere la frase musicale secondo un gusto tutto italiano. Di qui uno Chopin dolce e malinconico, quasi decandente, un Brahms che ha il colore triste delle foglie d’autunno.

E di qui il Beethoven dei Concerti n. 1, 3 e 5, percorso appunto da un canto nobile, in totale intesa con la direzione calma quanto ascetica di Giulini: lo ascoltiamo nelle già ricordate registrazioni della Deutsche Grammophn, realizzate nel 1979 al Musikverein di Vienna durante una serie di concerti pubblici ripresi dalla televisione austriaca. Documenti importanti che si portano dietro anche un piccolo giallo.
Benedetti Michelangeli e Giulini incisero infatti tutti i Cinque Concerti di Beethoven, ma i Concerti n. 2 e n. 4 non sono mai stati messi in commercio. Pare che Benedetti Michelangeli, notoriamente diffidente nei confronti dei mezzi di registrazione (incapaci, a suo dire, di riprodurre gli equilibri spesso delicati dell’esecuzione), non abbia mai dato il nulla osta alla loro pubblicazione

Un giovane Michelangioli durante il concorso in Belgio (1938). Michelangeli, a sinistra, vinse il settimo premio. Il vincitore fu Emil Gilels (Archivio CDABM)

Un giovane Michelangeli durante il concorso in Belgio (1938). Michelangeli, a sinistra, vinse il settimo premio. Il vincitore fu Emil Gilels (Archivio CDABM)

Al di là degli inevitabili, quanto necessari momenti diversi di una vicenda artistica sfaccettata (il Concerto in sol di Ravel, agl’inizi distillatissimo e lucido, con gli anni si caricò di ombre inquiete e chiaroscuri sinistri: come nel 1992, a Monaco, con Sergiu Celibidache sul podio), e che quindi va necessariamente liberata dalle sbarre di una facile mitizzazione, l’elemento costante della vita di Benedetti Michelangeli rimase l’amore incondizionato per il pianoforte. E per la musica in senso lato, perché la sua fu anche una presenza attiva e generosa nel campo dell’organizzazione musicale: penso a Brescia ed alla sua Società Concerti Sinfonici “Santa Cecilia”, da lui portata a nuova vita negli anni 1940-1947. L’amore per il pianoforte, espresso non soltanto nella pratica concertistica ma pure nell’impegno didattico. Titolare della cattedra di pianoforte principale al Conservatorio di Bologna dal 1939 e a Bolzano dal 1945 al 1959, tenne in maniera pressoché costante cicli di corsi di perfezionamento ad Arezzo, durante l’estate: iniziò nel 1953, proseguì ininterrottamente dal 1956 al 1962; ben otto anni, a testimonianza di una lunga fedeltà e di un sodalizio al giorno d’oggi assai rari, e del resto ribaditi da una parallela serie di concerti tenuti al Teatro Petrarca, a partire dal 1950. Di Benedetti Michelangeli insegnante si parla ancora oggi molto poco, ma l’essere maestro del pianoforte fu per lui non meno importante ed appassionante dell’essere interprete del pianoforte. Anche se, al pari di un concerto, era per lui una fatica, un impegno considerevole. Chi gli è stato accanto ricorda che la sua non era scuola di nozioni, ma di principi solidissimi, e guidati tutti da un unico motivo: il rigore. Non a caso, uno dei suoi principali consigli agli allievi era quello di mantenere sempre una totale fedeltà alla pagina scritta e ai segni dell’autore. Quelle rare libertà che potevano affiorare dalle sue interpretazioni, Benedetti Michelangeli non le ammetteva nei suoi allievi, ed in questo era molto severo. Parlava pochissimo durante le lezioni, come del resto richiedeva la sua natura; preferiva affidarsi agli esempi, suonando. Eppoi, senza sbandierare tanto atti di fede nella filologia – come invece oggi è di gran moda -, dimostrava di avere una consapevolezza stilistica assai rara in quegli anni: per esempio con la musica di Bach, spesso studiata durante i corsi, e che veniva affrontata con un lavoro assiduo ed attento di ripulitura riguardo a certe abitudini esecutive del suo tempo.


Al di là dei modi con cui Benedetti Michelangeli fu docente, conta ricordare e sottolineare il suo impegno, vivissimo, a favore dei giovani allievi: seguiti sempre tutti indistintamente, e sempre con la massima dedizione. Ci sono peraltro delle fotografie che riprendono il maestro negli anni aretini che lo videro curare per lungo tempo corsi di perfezionamento, mentre gioca a ping-pong con gli allievi, proprio come uno di loro. E tutto può aiutarci a capire Benedetti Michelangeli nella sua umanità e liberarlo dal colore a volte troppo algido della leggenda. Fu insomma anch’egli un uomo, innamorato del suo lavoro, interprete sommo del pianoforte e insegnante generoso. Ma anche raffinato armonizzatore di canti montanari per il Coro della SAT: atto d’omaggio, quest’ultimo, alla montagna tanto amata, vissuta con lunghe e solitarie escursioni, spesso alla ricerca del silenzio infinito.

Una rara immagine di Michelangioli che dirige il  coro della SAT (foro archivio CDABN)

Una rara immagine di Michelangeli che dirige il coro della SAT (foro archivio CDABN)

Arturo Benedetti Michelangeli, riservato come pochi altri grandi nel mondo dell’arte: chissà cosa direbbe oggi di certi suoi aspiranti colleghi che conquistano la popolarità attraverso il web e un esibizionismo da circo? Una riservatezza e un’umiltà che trovano il loro emblema in quella semplice croce di legno che, nel cimitero di Pura, vicino a Lugano, indica il riposo eterno delle sue spoglie.

Immagine di copertina da www.frosinonemagazine.it

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